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Arrigo Cajumi critico ''libertino''

Il libertinismo

L’aggettivo «libertino», che campeggia nel titolo dell’opera ed è echeggiato in quello di uno dei capitoli, inscrive esplicitamente la raccolta nell’omonima tradizione di pensiero europea, molti dei cui rappresentanti compaiono nel testo; Cajumi possedeva, quindi, ampia conoscenza del movimento. Il libertinismo nasce nel Cinquecento in ambito religioso per poi estendersi a quello filosofico e morale e si caratterizza fin da subito per la posizione trasgressiva e marginale assunta da chi lo professa. Cronologicamente, la prima connotazione del termine è, infatti, quella di «ateo», cui si associa ben presto il riferimento ad un atteggiamento epicureo, alla libertà dei costumi rispetto ad un codice ortodosso; per estensione, l’aggettivo libertin (in francese) diviene poi sinonimo di «pazzo» e «bizzarro», e quindi di isolato. La radice di ogni devianza risiede, secondo il pensiero teologico, nella «sete di sapere degli scettici», che si manifesta soprattutto come «passione per il sapere sperimentale, per la comparazione e la relativizzazione». In accordo con la difesa della libertà di spirito, non viene però mai raggiunta una sistematizzazione filosofica, per cui «libertinismo» continua ad indicare soprattuto uno stato d’animo variegato, che si declina in «sogghigno beffardo dell’altrui credulità, ribellismo generico, fastidio di dogmi e regole morali, gusto dello scandalo e dell’impertinenza».

Le medesime caratteristiche interessano le note dei Pensieri. La maggior parte di esse, infatti, attiene alla sfera letteraria, in dose molto minore a quella privata ed umana dell’autore, in modo tale che l’intero testo risulta mosso e dominato dalla libido sciendi di matrice libertina più che da intenti squisitamente diaristici di cronaca o di analisi interiore. E si tratta di un’erudizione alimentata proprio dai segni distintivi degli esprits forts: senso del dubbio, attitudine scettica, causticità dei giudizi, spesso lontani da quelli predominanti nel milieu critico-letterario del tempo. Dagli attacchi verbali scagliati contro i letterati contemporanei e contro la pratica professionale della letteratura, e dalla rivalutazione di scrittori ritenuti minori, alle idee sulla periodizzazione letteraria, tante chiose rivelano l’assunzione di un ruolo periferico e solitario rivendicato dall’autore stesso ed estendibile all’identità dell’opera valutata nel novero della coeva produzione letteraria nazionale. Nell’arrière-boutique di Montaigne prende posto anche Cajumi, che ne fa un punto d’osservazione privilegiato, fonte di originalità e di purezza per la propria opera, non compromessa e svilita da conformismi e ambizioni di carriera.

Anomala rispetto al grado di elaborazione formale del codice linguistico correntemente adottato dalla critica letteraria risulta anche una buona parte del lessico impiegato nei Pensieri di un libertino, spesso mutuato dalla comunicazione orale, basso e realistico, un sermo humilis mimetico rispetto alla lingua dei testi prediletti dall’autore: il frasario cajumiano contribuisce, quindi, in profondità alla resa dell’uomo allo stato di natura, che, nella sua teoria critica, contraddistingue le migliori opere letterarie dalle rappresentazi/ni astratte e #onvenzionali.
L’uso di lemmi e sintagmi come ‹si spulzellò», «gargarizzarsi», «pisciare a getto continuo», «piantare il chiodo» deriva in parte dalla maggior libertà espressiva concessa dalla forma degli appunti privati, ed è corroborato dal regime di costrizione al quale è sottoposto l’autore, che intensifica il potere connotativo della sua parole; d’altro canto, in previsione di una lettura pubblica del testo, il lessico prescelto evoca una forma di provocatorio compiacimento nell’affermazione di opinioni indipendenti e perfino scandalose, un invito ad accogliere la sfida del confronto con un testo volontariamente indigesto e poco gratificante, in merito alla categorizzazione di genere come alla lingua utilizzata e ai temi affrontati, alcuni dei quali, ad esempio prostituzione ed omosessualità, marchiati da un diffuso e condiviso stigma sociale. La spregiudicatezza del lessico non coincide, quindi, in toto con lo spontaneo sfogo verbale, ma è piuttosto l’esito di una dialettica fra la spinta allo scandalo e alla provocazione e l’affermazione di un preciso canone ideologico e linguistico in cui fu spesa tutta l’attività critica di Cajumi.

Oltre alla professione di ateismo o deismo contrassegna i libertini di ogni età anche l’interpretazione legalistica delle religioni rivelate, alle quali è riconosciuto un potere regolativo e frenante nei confronti delle pulsioni popolari, così da incrementare anche l’obbedienza generale alle norme dello Stato. La religione-lex esercita una funzione di sostegno alla ragion di Stato: lo stesso Cajumi, con una sentenza degna della poesia popolare del Porta o del Belli, stima la fede «un’impostura per i gonzi», facendone strumento della sua più vasta polemica antiidealistica.
Come già detto, il libertinismo fa la sua comparsa, nei termini in cui oggi viene inteso, nel XVI secolo e sopravvive nel XVII per poi confluire nell’Illuminismo settecentesco. In uno degli articoli su «La Cultura» Cajumi traccia a volo d’uccello la plurisecolare vena carsica degli «irregolari», che «nel Quattrocento, tendon l’orecchio, nel Cinquecento piglian fiato, nella “Storia dell’età barocca”, passano ombre fuggevoli sperdute fra le colonne di sì maestoso ed artificioso edifizio, nel Settecento piombano all’arrembaggio della vecchia galera»; secondo il critico, quindi, i princìpi dell’89 affondano le loro radici nelle formulazioni dei libertini secenteschi. In questo percorso, una svolta decisiva all’affermazione dell’ideale libertino è impressa dalla Riforma con le sue molteplici implicazioni: «la libertà di coscienza, la discussione del cristianesimo, delle affermazioni ateistiche», grazie alle quali «il peccato originale, l’origine unica delle razze sono battuti in breccia; s’affaccia l’idea di progresso. La politica si laicizza, e si democratizza, e l’idea di Stato si disgiunge da quella feudalescamente monarchica» e infine «nasce una nuova economia, mercantile, capitalista».

Fra le manifestazioni della corrente lIbertina susseguitesi nel tempo si riscontrano, tuttavia, atteggiamenti diversi: in primis differenti modalità di interazione fra Scienza e Società. Nel Seicento, infatti, la coercizione esercitata dalle monarchie assolute fa sì che le idee libertine possano essere professate solo all’interno di cerchie elitarie e che vengano spesso esposte in latino per risultare inaccessibili ai più, conducendo l’intellettuale ad un nicodemico stato di scissione fra quanto affermato in pubblico e quanto sostenuto nella dimensione confidenziale o privata. Solo con l’Illuminismo si giunge ad un impegno divulgativo congiunto di filosofi e letterati europei per un accesso più esteso alla cultura dal quale restano ancora esclusi, però, i ceti popolari. Il libertinage veicolato dai Pensieri concorda, per vari aspetti, con l’apparato ideale dei philosophes settecenteschi: il comune rifiuto dell’ipse dixit, l’atteggiamento antidogmatico e antisistematico, l’appello all’uso autonomo della Ragione e al carattere pubblico della scienza, e, di riflesso, l’impiego di una lingua piana, arida e razionale nei propri testi, aliena da prolissità e barocchismi, il comune valore riconosciuto al principio di laicità, e ancora la visione internazionale e cosmopolita della cultura, alla quale è da ricondurre la proposta cajumiana di assimilazione della letteratura straniera.

Voltaire è il modello per eccellenza del libertinismo eletto da Cajumi. Dal Candide discende, infatti, l’idea fondante dei Pensieri: come noto, il «cultiver son jardin» è l’epilogo del rovinoso contatto fra i personaggi del romanzo e i mali del mondo che li hanno trascinati ad innumerevoli peripezie. Nell’accettazione di un’esistenza circoscritta ai limiti dell’alacre lavoro individuale non è però da cogliere una rinuncia totale all’‘impegno’, poiché, se da una parte è abbandonata la partecipazione attiva agli eventi non si profila, tuttavia, il venir meno dello sforzo rivolto all’affermazione dei valori di civiltà, adombrato, quest’ultimo, dalla metafora della coltivazione, con un immediato rimando al senso etimologico della parola «cultura». Mutatis mutandis, due secoli più tardi il Male raggiunge la sua apoteosi attraverso il sopravvento dei regimi totalitari, delle «facezie ideologiche» tedesche, come il «neopaganesimo razzista» e il conseguente decadimento di ogni sfera della civiltà europea, economica, politica, culturale. Alla sua forza Cajumi contrappone il recupero dei principi libertini e illuministici nei quali è radicata l’Europa moderna, condensandone con mise en abîme i testi maggiori nel proprio volume, che assume quindi anche la conformazione di un nuovo regno di Eldorado a fianco di altri paesaggi e figure salvifiche contemporanei, come le terre d’oltreoceano di Americana o la Dora Markus montaliana.
La Repubblica delle lettere che vediamo via via costruirsi nei Pensieri non è quindi solo il prodotto dell’otium solitario del critico, ma acquista il valore di un antidoto somministrato dal neophilosophe-tarantola contro le proprietà venefiche del momento storico più terribile della contemporaneità. Le belles lettres contribuiscono all’opera di civilizzazione insieme alla discussione storica, focalizzata da Cajumi sulla mancata estensione del ceto borghese quale unica condizione utile a scongiurare gli squilibri creati dai conflitti di classe. Vicino a libertins e philosophes anche per provenienza sociale, Cajumi rivendica orgogliosamente la propria appartenenza agli «sporchi borghesi superstiti», classe florida nell’Ottocento, ma, a sua detta, in via di scomparsa nel secolo seguente per povertà generalizzata di «impegno, intelligenza, disprezzo di orari», per una diffusa mancanza di vigore e coscienza, secondo un’analisi che evidenzia il portato gobettiano nella riflessione storico-politica di Cajumi, echeggiando le teorie del torinese sull’assenza di una classe pensante in Italia.

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Informazioni tesi

  Autore: Azzurra Frattegiani
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2010-11
  Università: Università degli Studi di Milano
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Filologia moderna
  Relatore: Martino Marazzi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 181

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