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Il caso IKEA in un mercato complesso: aspetti teorici e analisi industriale

La concorrenza monopolistica

Nelle pagine precedenti abbiamo analizzato i due poli opposti delle forme di mercato, secondo l’economia neoclassica, ed il primo risultato che è emerso si sostanzia nella considerazione che la concorrenza perfetta rappresenta l’ideale a cui tendere perché massimizza il surplus totale. La realtà non è così matematica come il modello ideale richiede e questo è stato evidenziato da due autori che con un approccio diverso hanno introdotto nuovi modelli di mercato. A tal riguardo parliamo di Edward Chamberlin e Joan Robinson che hanno parlato rispettivamente di “concorrenza monopolistica” e “concorrenza imperfetta”. Alcuni ritengono che i due autori giungano alle stesse conclusioni ma altri critici e loro stessi adottano una diversa prospettiva che giunge a traguardi diversi. Nell’esposizione del modello di concorrenza imperfetta, Joan Robinson, parte dal presupposto che ogni forma di mercato lontana dall’ideale di concorrenza perfetta andrebbe corretta con l’intervento statale per evitare la perdita di efficienza che ciò comporta. Quindi l’approccio dell’autrice è incentrato sui postulati dell’economia del benessere e cioè sui concetti di surplus e ottimo sociale o paretiano. Chamberlin nel proporre il modello di concorrenza monopolistica adotta una visione che sia il più possibile vicino alla realtà dei fatti. Questo intento si tramuta nella considerazione che nella realtà non esiste la concorrenza perfetta in quanto le imprese non realizzano prodotti omogenei ma differenziati e quindi viene meno una delle maggiori ipotesi dello schema concorrenziale. Inoltre l’autore fa emergere che nel contesto economico non dominano i casi estremi e opposti di monopolio e concorrenza ma vi sono trecce dell’uno e dell’altro, ecco perché utilizza il termine di concorrenza monopolistica. Ulteriori aspetti che contraddistinguono l’analisi di Chamberlin riguardano la diversa concezione del benessere sociale e la risposta che fornisce ai critici in merito alla minore efficienza che il modello di concorrenza monopolistica determinerebbe. In riferimento al primo aspetto l’autore fa notare che la concorrenza monopolistica, al contrario di quella perfetta, apporta un vantaggio fondamentale che si sostanzia nella “varietà e differenziazione dei prodotti”, aspetto che impatterebbe positivamente sul benessere della società in quanto permette il soddisfacimento di molteplici bisogni con prodotti alternativi e differenti.
Quindi a chi gli contesta la perdita di efficienza in termini statici l’autore risponde con questa considerazione che certamente ha a che fare con il benessere inteso in senso lato e non statico. Il secondo aspetto riguarda il fatto che nel modello proposto si giunge ad un equilibrio di lungo periodo in cui si realizza l’uguaglianza tra prezzo e costo medio, non tra prezzo e costo marginale, ma quest’ultimo non è il più basso possibile (AC non è il minimo). Questo comporta che si realizzano delle inefficienze produttive causate da una capacità produttiva in eccesso non utilizzata in quanto sarebbe necessario realizzare un output maggiore per ottenere il massimo sfruttamento degli impianti. A tele critica l’autore risponde facendo notare che l’eccesso di capacità produttiva sarebbe reale solo se tutte le imprese avessero la stessa struttura dei costi, mentre nella realtà è possibile che vi siano imprese che utilizzino tutta la capacità produttiva ed altre invece abbiano dei costi più alti proprio perché non impiegata totalmente. Dopo queste necessarie note introduttive possiamo affrontare il modello in oggetto partendo dalle ipotesi di base:

• L’atomicità; nel mercato ci sono moltissime imprese ciascuna delle quali è così piccola che il suo comportamento non ha un impatto significativo su quello dei rivali.

• Informazione perfetta; tutti gli agenti conoscono le informazioni necessarie per far sì che lo scambio di mercato abbia luogo senza difformità e quindi non ci sono asimmetrie informative. Questo significa che i prezzi dei mezzi di produzione e dei beni di consumo, oltre ad essere dati, sono noti sia ai produttori che ai consumatori.

• Simmetria tecnologica; tutte le imprese hanno accesso alle stesse tecnologie produttive, quindi non ci sono imprese che possono utilizzare tecnologie migliori e protette da tutele giuridiche che limitano la diffusione nel mercato.

• Libertà di entrata e uscita; le imprese possono liberamente entrare e uscire dal mercato in quanto non ci sono barriere che limitano tale possibilità.

• Differenziazione del prodotto, quindi in tal caso il prodotto non è omogeneo come nel caso concorrenziale ed ogni impresa è price maker e non price taker.

Quindi le imprese che operano sul mercato fronteggeranno una curva di domanda inclinata negativamente con una elasticità finita, mentre in concorrenza perfetta la curva di domanda era piatta e con una elasticità infinita. Questo è legato al fatto che la differenziazione del prodotto può determinare prezzi diversi che riscontrano il consenso dei consumatori anche se più alto di quello praticato da altre imprese. Ora analizziamo l’equilibrio di breve e lungo periodo considerando una curva di domanda inclinata negativamente, una curva di ricavo marginale con inclinazione doppia ed un costo medio e marginale che hanno un andamento ad “U”.

L’equilibrio di breve periodo:
nel breve periodo il numero delle imprese è dato e l’obiettivo perseguito si sostanzia nella massimizzazione del profitto che avviene nel punto in cui i ricavi marginali sono uguali ai costi marginali. Come si evince dal grafico ciò avviene ad un livello di produzione pari a qbp a cui corrisponde il prezzo pbp che individuiamo sulla curva di domanda. Tale livello di prezzo è maggiore del costo medio e ciò determina la presenza di profitti positivi pari all’area pbp-Ebreve-AC-b colorata in arancione. Nel breve periodo il prezzo potrà essere inferiore o maggiore del costo medio e quindi nel primo caso alcune imprese usciranno dal mercato a causa dei profitti negativi, nel secondo caso la presenza di profitti positivi attrarrà nuove imprese nel mercato.
Quindi volendo sintetizzare possiamo vedere che nel breve periodo abbiamo:

MR = MC -> qbp -> pbp > MC > AC -> π > 0 -> entrano nuove imprese sul mercato.
(se il prezzo è minore del costo medio alcune imprese usciranno dal mercato).

L’equilibrio di lungo periodo:
supponendo che nel breve periodo vi siano profitti postivi e quindi si realizza l’ingresso di nuove imprese sul mercato che termina nel momento in cui si ottengono le uguaglianze tra ricavo marginale e costo marginale e tra prezzo e costo medio. In tal modo si giunge all’equilibrio di lungo periodo nel punto Elungo a cui corrispondono le coordinate di quantità e prezzo pari a qlp e plp. Quello che avviene fa sì che la curva di domanda si sposta verso sinistra fino al punto di tangenza con la curva del costo medio ed a sua volta anche la curva del ricavo marginale segue questo spostamento. In sintesi:

MR = MC -> qlp -> plp > MC -> plp = AC ma plp > AC minimo -> π = 0

Come si evince nel caso di concorrenza monopolistica i profitti sono nulli ma il prezzo è superiore al costo marginale e seppur uguale al costo medio ciò non avviene nel suo punto di minimo, mentre in concorrenza perfetta abbiamo profitti nulli e prezzo pari al costo marginale ed al minimo costo medio. Questo fa emergere due tipologie di inefficienze:

• Inefficienza produttiva, ciò è dovuto al fatto che il prezzo è maggiore del costo medio minimo e quindi producendo una quantità di output maggiore i costi sarebbero minimizzati nel punto b.

• Inefficienza allocativa, dovuta al fatto che non si realizza l’uguaglianza tra prezzo e costo margine a cui corrisponderebbe una quantità maggiore di output ed il surplus sarebbe massimizzato. Infatti è visibile la perdita di benessere pari all’area grigia Elungo-b-d-c.

In concorrenza monopolistica i profitti sono nulli ma ciò non implica la massima efficienza, perché l’equilibrio non si concretizza nel punto di minimo dei costi medi, e quindi tale condizione si realizza solo nell’ideale concorrenziale dove abbiamo p = AC = MC. Questa perdita di efficienza non necessariamente si sostanzia in una inefficienza complessiva e sistemica in quanto come ci ha fatto notare Chamberlin il vantaggio che tale forma di mercato apporta si sostanzia nella varietà dei prodotti che potrebbe bilanciare la perdita di efficienza statica e generare un benessere positivo per la società. Quindi accogliendo una visione ampia di benessere è possibile considerare quella perdita di efficienza come l’equo prezzo da pagare in cambio di una maggiore varietà dei prodotti che certamente è apprezzata dalla società contemporanea.

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Questo brano è tratto dalla tesi:

Il caso IKEA in un mercato complesso: aspetti teorici e analisi industriale

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Informazioni tesi

  Autore: Bernardino Landi
  Tipo: Laurea II ciclo (magistrale o specialistica)
  Anno: 2016-17
  Università: Università degli Studi di Salerno
  Facoltà: Scienze Economiche e Aziendali
  Corso: Consulenza e Management Aziendale
  Relatore: Roberto Iorio
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 168

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