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Vim Vi Repellere Licet: la legittima difesa nel diritto romano

La legittima difesa nel mondo greco

Dalla tradizione greca, non sono giunti sino a noi dei testi scritti di leggi che facciano riferimento alla legittima difesa come scriminante. A tal proposito, dobbiamo notare che ciò si inserisce in un contesto di generale mancanza di codici, sia civili che penali, che interessa universalmente tutta la zona ellenica, al contrario di quanto invece è accaduto in altre civiltà, anche precedenti, come quella sumerica sopra nel capitolo precedente. Alcuni autori individuano la causa di tutto ciò nel fatto che la Grecia di età arcaica e classica fosse divisa in varie entità regionali, ognuna regolata da un proprio sistema legislativo, che, verosimilmente, veniva tramandato oralmente, attesa la ristretta area di interesse.

L’età arcaica
Nel mondo arcaico greco, i modelli di comportamento, tra cui, evidentemente, anche quelli relativi a fattispecie penali, erano suggeriti dalla poesia epica, vero e proprio strumento di trasmissione del patrimonio culturale. Pertanto, in primis, dobbiamo rivolgerci ai poemi omerici per avere lumi sui concetti di delitto e di pena nel mondo arcaico greco.
Dovendo desumere l’atteggiamento di questa società nei confronti del diritto penale non da precisi testi giuridici ma da brani poetici, emerge quindi un quadro non sempre chiaro, con elementi che possono sembrare in contraddizione tra di loro. Possiamo vedere un chiaro esempio di quanto appena affermato in materia di omicidio.
Infatti, la maggior parte degli studiosi ritiene che, in epoca omerica, non avesse rilevanza la distinzione tra omicidio volontario e omicidio involontario, perché quel che davvero importa rilevare è che l’atto dell’omicidio provocava sempre e comunque una reazione di tipo vendicativo. Addirittura, dice Maria Stella Porrello, nel suo saggio “Omicidio tra vendetta privata e punizione”: «…Se non si vendicava, l’uomo omerico veniva meno ad un suo preciso dovere sociale.»

Insomma, la vendetta era sentita come un dovere morale e sociale e, per questo, era considerato degno di ignominia chi vi rinunciasse. Fra i sostenitori di questa tesi troviamo Eva Cantarella, la quale, nel suo saggio “Norma e sanzione in Omero. Contributo alla protostoria del diritto greco”, afferma che per attribuire il diritto alla vendetta fosse sufficiente il solo verificarsi dell’evento e che la distinzione tra fatti colpevoli e incolpevoli venisse effettuata dalla vittima o dai suoi parenti solo nel momento in cui si trattava di decidere se concedere oppure no il perdono al reo. A conferma di tutto ciò, prendiamo come esempio un brano tratto dal primo canto dell’Odissea, dove Atena dice a Telemaco che acquisterà gloria eterna quando si vendicherà della morte del padre, così come fece Oreste, vendicando suo padre Agamennone.

Invece, una parte minoritaria degli studiosi sostiene che, già in quell’epoca, l’intenzione fosse rilevante e che l’omicidio volontario e quello involontario dovessero essere trattati in modo differente. A conferma di ciò, prendiamo quindi un brano tratto dal ventitreesimo canto dell’Iliade, dove Patroclo sottolinea di aver ucciso involontariamente il figlio di Anfidamante, in quanto accecato dall’ira. Da questo brano, alcuni studiosi hanno quindi evinto che, in Omero, fosse considerato volontario solo l’omicidio voluto con la ragione, mentre l’atto dettato da un impeto (per esempio d’ira) dovesse essere considerato come involontario. Va peraltro sottolineato che, in ogni caso, il trattamento per chi si fosse macchiato di omicidio era lo stesso.

Procedendo con la nostra disamina, dobbiamo notare che i poemi omerici sono testimoni di un ulteriore cambiamento. Infatti, il mondo greco, col tempo, avvertì l’esigenza di sottrarre la pratica della vendetta all’arbitrio privato. Prova ne è la scena di un processo descritta sullo scudo di Achille, nel diciottesimo canto dell’Iliade. Siamo qui di fronte ad un caso di omicidio: i familiari della vittima vogliono praticare la vendetta nei confronti dell’omicida ma costui dichiara di aver già pagato una poinè e di essere quindi libero da qualsiasi atto di rappresaglia. Al contrario, i familiari della vittima sostengono di non aver ricevuto alcuna poinè e rivendicano allora il proprio diritto alla vendetta. Per risolvere la controversia, le parti si rivolgono dunque ad un histor, incaricato di accertare se la poinè fosse stata pagata oppure no. Secondo Arnaldo Biscardi, il dato importante di questo episodio risiede nel fatto che esso testimonia un ulteriore passaggio della società greca verso «la concezione della pena, intesa come male inflitto dall’intero corpo sociale a chi violava le regole fondamentali di comportamento.»

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Informazioni tesi

  Autore: Silvia Tironi
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2017-18
  Università: Università degli Studi di Bergamo
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Antonio Mario Banfi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 203

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