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L’apprendimento del Tedesco L2 nelle scuole superiori della Provincia Autonoma di Bolzano: una ricerca sul campo

Lingua e identità nel Trentino-Alto Adige/Südtirol

La lingua costituisce l’elemento fondante dell’identità di ogni individuo. Come essere sociale, l’uomo esprime sé stesso, veicola idee, informazioni e traccia la sua impronta sul territorio attraverso un linguaggio che unisce in stretta cooperazione i membri della comunità in cui vive.
Tale collaborazione trova la sua manifestazione anche nello stesso modo di pensare, di agire e nello sviluppo di vincoli culturali molto forti; un senso di storia comune. A tal proposito verrebbe naturale parlare di etnia, ma non è sufficiente. Tale termine ha assunto diversi significati nel tempo e spesso è stato usato erroneamente come sinonimo di “nazione”.
Si tratta di due fenomeni che hanno diversa origine: l’etnia, culturale e linguistica è parte inscindibile e acquisita dell’individuo; il concetto di nazione, invece, racchiude un significato politico che si evolve nel tempo, una scelta consapevole riguardo la propria individualità storica, che può essere condivisa o meno anche dal gruppo di appartenenza culturale.
Nel caso del Trentino-Alto Adige/Südtirol è stata proprio la combinazione di questi due elementi a fungere da motore agli avvenimenti storici e politici che hanno portato questo territorio a suddividersi nelle attuali due provincie autonome di Trento e Bolzano. Dal punto di vista italiano, la comunità sudtirolese costituisce una minoranza nazionale che è riuscita a rivendicare il diritto della propria autonomia politica, pur accettando l’appartenenza a una nazione diversa da quella austriaca, che l’aveva governata per ben sei secoli. Il riconoscimento politico di tale comunità ha garantito di conseguenza una miglior salvaguardia della sua cultura e della sua lingua.
Gli anni del fascismo italiano e del nazional-socialismo tedesco furono caratterizzati da una certa forma di nazionalismo. L’idea di Stato nazionale, che nacque durante la Rivoluzione francese e che poi si diffuse in tutta Europa con il Romanticismo, assunse nella prima parte del Novecento i caratteri di un contenitore rigido, dai contorni ben delineati, privo di contaminazioni. Al fine di preservare l’integrità culturale dello Stato italiano, il popolo sudtirolese fu oggetto di provvedimenti di assimilazione culturale e linguistica.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, i Paesi europei a regime parlamentare avviarono delle trasformazioni sociali per poter garantire la libera circolazione delle idee, delle informazioni, il rispetto dell’individuo, superando, così, le antiche divisioni degli Stati e creando un tessuto politico-amministrativo più permeabile. Fu nel 1° novembre del 1993, con la fondazione ufficiale dell’Unione Europea, che finalmente si realizza il superamento dell’idea tradizionale di Stato ed inizia un processo di difesa e tutela dei patrimoni culturali e linguistici delle minoranze presenti nei vari Stati nazionali. Uno dei motivi principali alla base di tale difesa furono i conflitti che stavano dilaniando l’Europa in quegli anni. Si trattava per lo più di scontri di natura etnica che dimostrarono quanto la protezione delle minoranze nazionali fosse fondamentale per la stabilità e la pace nel continente europeo. Nel novembre del 1994 fu approvato dal Consiglio d’Europa la Convenzione quadro per la tutela delle minoranze nazionali. Il punto centrale della Convenzione dichiarava quanto segue: “in una società veramente democratica e pluralista non solo si deve rispettare l’identità etnica, culturale, linguistica e religiosa, ma devono altresì crearsi delle condizioni che permettano di esprimere, conservare e sviluppare questa identità.
Gli Stati membri garantivano con la firma su tale documento ufficiale il rispetto e la protezione delle minoranze presenti nei rispettivi territori nazionali. In effetti, uno dei requisiti politici necessari per l’ingresso nell’Unione fu proprio quello di garantire una sufficiente tutela delle minoranze, considerate patrimonio culturale comune da salvaguardare per un fiorente sviluppo democratico.

Fu proprio durante quel generale clima europeo che il Sudtirolo ottenne, a seguito del noto, e lungo percorso, la piena attuazione normativa della sua autonomia e la quietanza liberatoria da parte dell’Austria. Inoltre, nel 1998 su iniziativa della Giunta provinciale Altoatesina, l’Accademia Europea di Bolzano elaborò il cosiddetto Pacchetto per l’Europa, specifico per la tutela delle minoranze. Le misure riguardavano la promozione della diversità culturale, della collaborazione interculturale come mezzo di coesione dal punto di vista sociale ed economico.
L’Europa, dunque, ebbe un ruolo fondamentale nel garantire l’esistenza stessa delle minoranze. Tuttavia, fu necessario che ogni singolo Stato provvedesse a un’apposita normativa interna che fosse conforme ai principi della Convenzione. In Italia, già dal 1946 esistevano misure di tutela per la popolazione germanofona dell’Alto Adige/Südtirol, ma un atto normativo a difesa di tutte le minoranze presenti sul territorio italiano vide la luce con la legge numero 482 del 15 dicembre 1999, che portò alla piena attuazione dell’Art. 6 della Costituzione Italiana secondo cui: “La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche”, in armonia con i principi generali stabiliti dagli organismi europei.
L’Alto Adige è considerato in tutto il mondo come l’esempio virtuoso di pacifica convivenza nello stesso territorio di tre differenti comunità etnico-linguistiche: quella italiana, germanofona e ladina.
Si potrebbe quindi definire questa terra “trilingue” e con la recente presenza degli immigrati, anche “plurilingue”.
Questo è il risultato di un sistema giuridico molto complesso ma ben equilibrato, che garantisce la presenza paritetica negli organismi e la rappresentanza proporzionale di tutti i gruppi linguistici presenti sul territorio. Nonostante si parli a livello nazionale di una Regione a Statuto Speciale, creata dall’unificazione del Trentino e dell’Alto Adige, per comprendere la situazione linguistica odierna, è necessario fare una distinzione delle due aree principali e delle valli dolomitiche ivi presenti.
La carta geografica che segue, rappresenta la distribuzione spaziale delle lingue parlate nelle zone del Trentino e del Sudtirolo, in base all’ultimo censimento effettuato nella Regione nel 2011.

Piuttosto evidente è la separazione quasi netta fra le due aree: rossa per l’italiano del Trentino e quella verde per il tedesco del Sudtirolo; mentre il viola del ladino comprende le valli orientali della Val Gardena, Val di Fassa, e Val Badia. Soffermandoci sulla presenza dell’italiano, si possono notare alcune aree rosate nell’area Sudtirolese, specialmente nei grandi centri urbani. Gli italiani che vivevano in Sudtirolo durante il periodo di dominazione asburgica non erano numerosi come oggi. In base al censimento effettuato nel 1910, prima degli avvenimenti bellici della Grande Guerra, in Sudtirolo risultavano solo 7.339 italiani.Tale presenza rispetto alla maggioranza di lingua germanofona non ha mai creato dissidi all’interno del territorio sudtirolese. Motivazione da ricondurre non solo alla sua irrilevanza numerica rispetto ai sudtirolesi, ma soprattutto alla multiculturalità dell’Impero austro-ungarico. In tutta la sua estensione territoriale, esso comprendeva ben undici nazionalità diverse e nonostante la scelta della lingua tedesca per gli atti amministrativi ufficiali, non fu mai imposta un’assimilazione culturale alle altre popolazioni.
Solo durante il ventennio fascista l’italiano ha conosciuto un incremento demografico in Sudtirolo. L’industrializzazione dell’area bolzanina aveva incentivato massicce immigrazioni di italiani da altre regioni, soprattutto dalle vicine Veneto e Friuli. Questo fece sì che l’italiano parlato in quel periodo fosse caratterizzato da una base dialettale riconducibile agli altri dialetti settentrionali, lasciando tracce nell’italiano regionale, soprattutto nelle generazioni che avevano vissuto le due guerre. Nel vicino Trentino, difatti, la lingua parlata non si discostava molto dalle parlate caratteristiche delle regioni confinanti. Il dialetto trentino poteva essere suddiviso in 3 aree distinte in base all’influenza dialettale subìta: quella orientale caratterizzata dal forte influsso del dialetto veneto; quella occidentale dal dialetto lombardo orientale, di origine galloitalica e infine quella centrale, riconducibile anche essa alla parlata veneta.
Tuttavia, dal periodo postbellico ad oggi, gli studi di ricerca demoscopica hanno rilevato l’arretramento dei dialetti e un movimento verso l’italiano standard. Prima che nel resto d’Italia, in Alto Adige si è sviluppato un italiano omogeneo, più unitario, che risponde all’esigenza dei nuovi italiani immigrati provenienti dalle altre provincie nazionali, i quali per integrarsi e uniformarsi con gli altri parlanti, hanno dovuto abbandonare i loro dialetti originari e trovare una lingua comune.
L’italiano standard ha trovato quindi terreno fertile sul dialetto e si può dire che le giovani generazioni di oggi non fanno uso di un dialetto, se non a scopo ludico, perché considerato la lingua dei nonni. Si ha una lieve eccezione per gli italiani che risiedono nei centri minori della Bassa Atesina, zona chiamata in tedesco Bozner Unterland o Südtiroler Unterland. In questa area il dialetto trentino trova ancora posto nella quotidianità, ma con una particolare contaminazione della lingua tedesca. A causa delle antiche invasioni germaniche e della lunga appartenenza del Trentino alla monarchia asburgica, l’influenza del tedesco si ritrova nei nomi degli attrezzi agricoli e artigianali e in molti modi di dire.
Data la poca varietà del repertorio linguistico del gruppo italofono, ne consegue una situazione di vantaggio per un parlante germanofono che studia l’italiano come L2. Apprendere l’italiano standard nelle scuole tedesche, è sufficiente per poter comunicare in maniera efficace con un parlante italiano. Non si può dire lo stesso nella situazione inversa.
Per i sudtirolesi, parte del mondo germanico per molti secoli e quindi storicamente di origine germanofona, il dialetto ricopre un ruolo fondamentale nella vita di tutti i giorni. Esiste una spiccata situazione di diglossia: il dialetto è usato nella vita privata e pubblica, mentre il tedesco standard è l’idioma insegnato nelle scuole ed è usato nella comunicazione scritta e/o formale, come negli uffici pubblici. Di conseguenza per un italiano la conoscenza del tedesco come L2 appresa a scuola, spesso può rivelarsi poco utile per comunicare in modo soddisfacente con i vicini germanofoni. Per ovviare al problema di comunicazione i sudtirolesi preferiscono quindi parlare in italiano. Questo aspetto emergerà anche nell’analisi dei dati dei questionari sottoposti agli studenti bolzanini e verrà quindi ripreso in seguito.

In effetti il dialetto del Tirolo orientale mostra caratteristiche ricongiungibili al bavarese, mentre quello orientale rappresenta una zona di transizione verso l’alemanno, dialetto che faceva parte sempre delle varietà dell’Oberdeutsch.
Come già sottolineato in precedenza, l’ambito in cui viene impiegato l’uso del dialetto investe anche la vita pubblica del parlante sudtirolese: in alcune pubblicità, giornali, radio o trasmissioni televisive si ritrovano espressioni più vicine al dialetto che al tedesco standard. Si tratta di una parlata che lo studioso linguista Klaus Mattheier definisce unfeines Deutsch, ossia un tedesco poco elegante. Esso si può collocare tra la lingua standard e il dialetto base. Questo atteggiamento del tutto naturale dei parlanti germanofoni è da far risalire al loro innato spirito di conservazione linguistica e culturale, reso ancora più compatto e forte per motivi di natura storica. Anche le caratteristiche fisiche del territorio hanno influito in modo significativo a tali condizioni di apertura o di conservazione. Più ci si allontana dai centri urbani e più l’attaccamento al dialetto diventa più forte. Lo stesso vale anche per l’atteggiamento di chiusura.
Al tedesco standard viene associato uno spirito di apertura culturale e cosmopolita, ma è anche spesso motivo di insicurezza. Per la maggior parte dei sudtirolesi il tedesco standard risulta ostico e distante dal loro modo di essere, motivo in più per prediligere l’italiano nelle situazioni comunicative con parlanti italofoni.
Altro fenomeno interessante riscontrabile soprattutto nei maggiori centri urbani, dove la presenza degli italiani è più marcata, è quello dell’interferenza della lingua italiana sul dialetto tirolese.
Molte parole sono state adattate dall’italiano, presentando quindi molte somiglianze con l’italiano dal punto di vista fonologico e morfologico se non addirittura sostituite da quelle in italiano. Si tratta di termini che riguardano soprattutto i prodotti alimentari o il settore amministrativo e quello più colorito delle espressioni scurrili che in tedesco standard non troverebbero corrispettivo.
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L’apprendimento del Tedesco L2 nelle scuole superiori della Provincia Autonoma di Bolzano: una ricerca sul campo

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Informazioni tesi

  Autore: Claudia Angelini
  Tipo: Laurea I ciclo (triennale)
  Anno: 2017-18
  Università: Università degli Studi Roma Tre
  Facoltà: Scienze Umanistiche
  Corso: Lingue e comunicazione internazionale - L11
  Relatore: Martina Nied
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 110

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