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Mito e diritto: un rapporto fecondo

Miti moderni sul diritto antico: Licurgo

A volte lo sguardo condiscendente e “nostalgico” che riversiamo verso l’età greca si dirige non tanto sulla sua enorme e famosa mitologia, ma anche verso i costumi e le leggi che l’animavano, creando a loro volta mitologie millantanti una loro modernità tale da giustificarne il recupero, tali da essere ammirate e considerate a distanza di millenni ormai come fonte di riflessione e spunto per eliminare i problemi del presente. Il mito di Sparta, della sua forza ed educazione, della sua austerità tirannica e della legalità ferrea o quello di Atene come patria illuminata di artisti, pensatori e cittadini liberi. Tutti topoi che in una società decadente, politicamente corrotta e corrosa da scontri e lacerazioni potevano fare presa negli ambienti artistici e intellettuali, specie in quel periodo di umanesimo e rinascimento dove il mondo classico (più Romano che Greco se vogliamo essere proprio sinceri) iniziava ad essere riscoperto e ristudiato.

È quanto Martina Gatto descrive sia successo nella Francia del XVI secolo dove il modello politico spartano acquisì, per i pensatori di una nazione in piena spaccatura religiosa tra cattolici e protestanti, un rinnovato interesse. Tali richiami infatti andavano ben al di là della sola erudizione fino a diventare letture storiche a sostegno delle loro argomentazioni. E questo poteva essere adattato a concezioni politiche anche molto distanti, dai filomonarchici fino ai più repubblicani protestanti.

Negli scritti di Bodin e Montaigne e prima ancora di loro in Baudouin e La Boétie, la riflessione sul diritto si affiancava ad un’ampia indagine storica. Lo stesso Baudouin si dedicò alacremente ad una codificazione del diritto antico che rivelò come il diritto romano e antico doveva un tributo altissimo al diritto Ateniese e Spartano, con particolare attenzione per la legislazione più antica risalente a Romolo e al quadro canonico di tutti i legislatori più antichi, tra cui Solone e in particolare Licurgo, soprattutto quest’ultimo divenne ben presto il metro di comparazione preferito per verificare l’andamento del diritto antico. A La Boétie si deve poi una delle lodi più importanti al legislatore spartano, definito come l’autore di un sistema educativo talmente perfetto da aver reso servo della legalità un intero popolo, evidenziando i caratteri necessari e positivi di un sistema che sarà poi universalmente accettato dai suoi concittadini. L’ordinamento spartano, aldilà dell’enorme importanza che dava all’educazione, fu guardato con favore dagli intellettuali ugonotti anche per le sue istituzioni politiche.

Dopo la strage di San Bartolomeo (in cui decine di migliaia di ugonotti persero la vita per mano delle truppe reali che non riuscirono a sedare le rivolte per l’ordine del re Carlo IX di assassinare il solo De Chatillon), l’insofferenza per la monarchia era alle stelle, così divenne sempre più ammirata l’idea dell’eforato, il particolare collegio di cinque sorveglianti istituito dal re Spartano alla fine dell’VIII secolo a.C. L’eforato lacedemone sembrava la migliore risposta a quanti guardassero con necessità all’istituzione di un gruppo politico capace di sorvegliare e limitare l’operato del re. Tale idea sarà riproposta nella “Francogallia” di Hotman, in cui si fa riferimento alla monarchia elettiva dei Franchi e del consiglio dei “tre Stati”, ed in cui si prevede la necessità di una costituzione mista di stampo greco, in cui monarchia, democrazia ed oligarchia venivano a fondersi in un unico e solo sistema. In un altro passaggio chiave, Hotman prende una pagina dalla “Costituzione dei Lacedemoni” di Senofonte in cui si ribadisce la necessaria distinzione tra il re come individuo al governo e il regno come comunità universale di cittadini. A tal proposito venne istituito un giuramento mensile tra efori e sovrani, in cui i primi giuravano di rispettare la legge, i secondi invece la dignità e l’importanza dei primi. Tutti pensieri ed istituzioni che suscitavano ammirazione nell’élite culturale protestante, a tal punto che non mancarono le prime valutazioni quasi illuministiche di un sovrano legato con un contratto al suo popolo (Daeneus e l’autore anonimo di “Vendicie contra Tyrannos”) in cui il giuramento assumeva proprio la veste di un patto civile. Ma l’attenzione verso gli efori non era concentrata solo sulla loro funzione di sorveglianza regale, ma anche sui loro numerosi compiti giudiziari e militari: la facoltà di giudicare in tribunale i re, la possibilità di appello contro le sentenze regali, persino la necessaria approvazione degli efori in caso di guerra (nonostante il re Spartano fosse il solo ed unico comandante militare).

Allo stesso tempo gli assolutisti filomonarchici non restarono a guardare: Guillaume de la Perrière riteneva che qualsivoglia comparazione tra gli efori spartani e l’aristocrazia francese non fosse possibile, visto che nel regno transalpino erano i tre “Stati” ad essere imbrigliati dal re, non il contrario. Gli ugonotti, sempre restando nella “Francogallia”, furono anche attenti nel parallelismo tra la caduta della costituzione francese, collegata ai re che avevano smesso di prendersi cura del bene pubblico, e la fine di quella spartana, quando Lisandro spodestò effettivamente il sovrano. Hotman fu anche il primo a criticare la, per lui, sproporzionata rilevanza che il diritto francese riservava alla giurisprudenza romana. Di quest’ultima viene negato il suo valore positivo, preferendosi di gran lunga una riforma del diritto francese e una maggiore attenzione politica sulla formazione universitaria ed accademica dei futuri giudici, visto l’enorme ruolo che l’educazione ha per il mantenimento della città. Licurgo viene anche preso ad esempio per il suo sistema legislativo chiaro e limpido, facile da comprendere e imparare, nettamente preferibile al “surplus” normativo tipico del diritto antico. L’età dell’oro del diritto francese, per Hotman, era stata proprio quella in cui vi furono minori contrasti giuridici.

De Coras, altro illustre giurista protestante, fu molto generoso verso Licurgo, identificato come un campione di clemenza tale da essere modello positivo per tutti i futuri sovrani, un amante della sua città al punto da ritenere la garanzia della stabilità statale un bene superiore al suo potere personale (e così istituire l’eforato appunto). Alcuni accenni alla costituzione spartana furono presenti anche in ambienti vicini alla Lega cattolica di Francia, dove Boucher si rifaceva a molte delle idee calviniste sull’eforato e il suo ruolo, e Guillaume Rose arrivò a ritenere come i legislatori antichi (tra cui appunto Licurgo) fossero ispirati direttamente da Dio, e quindi chiunque si mettesse contro i loro principi fosse un tiranno passibile di morte. Un ruolo preminente tra tutti gli intellettuali francesi spetta a Jean Bodin, uno dei più attivi uomini politici del tempo, sicuramente l’autore che più si spese in prima persona per pacificazione del conflitto (arrivò persino a rappresentare il terzo Stato agli Stati generali del 1576).

Bodin si dimostra fin dall’inizio, nel suo “Methodum ad facilem historiarum cognitionem”, come fortemente critico del concetto di Stato misto, che vedeva come opposta al suo pensiero politico di indivisibilità assoluta del potere sovrano, tale da non ammettere nessuna commistione. Al punto che la stessa nozione di Stato misto era un errore storico, non essendoci precedenti di uno Stato simile né a Roma, né in Grecia, tantomeno a Sparta. Il francese fa derivare questo equivoco da un errore interpretativo di Aristotele che avrebbe usato fonti di seconda mano nei suoi scritti politici, non come Plutarco. E sarà proprio quest’ultimo un costante punto di riferimento per Bodin, vista la sua attendibilità e l’accuratezza delle fonti di cui il greco disponeva. Da lui, parte per tracciare una parabola antidemocratica dell’intera vita politica Spartana, in cui il legislatore Lacedemone, dopo l’abolizione dell’originale potestà regia, avrebbe fondato un Senato di 28 membri con due re a fungere da condottieri. In questo periodo però, ogni decisione del Senato avrebbe dovuto essere ratificata a maggioranza dal popolo per mezzo del consiglio degli anziani o dell’assemblea popolare, citando fonti greche a sostegno di quest’ultima tesi.

L’avvio della successiva fase si ha per mezzo di Teopompo con il passaggio della ratifica dal popolo alla “gerusia” e l’istituzione dell’eforato per controllare i re ed il Senato, a segnare dunque un’evoluzione politica in chiave distintamente oligarchica. A tale ipotesi, si unisce la Republique, secondo scritto di Bodin che presenta la guerra del Peloponneso come un chiaro conflitto tra un regime democratico ed uno aristocratico che aveva però l’obbiettivo di estendere il suo modello istituzionale in tutte le città greche (compresa Atene, in cui infatti si insediarono i trenta tiranni). Se però per Bodin resta sempre assurdo quindi ritenere la costituzione Spartana come una costituzione mista, tra le sue due opere cambia l’atteggiamento verso gli efori, divenuti nel secondo libro rappresentanti eletti dal popolo a parziale risarcimento delle prerogative perse. Non che le elezioni fossero tipiche delle sole città democratiche (anzi), ammonisce Bodin. Un aspetto residuale della costituzione democratica era invece la figura dei geronti, votati da tutti gli Spartani ad acclamazione popolare degli astanti (sistema molto criticato da Aristotele). Un ulteriore aspetto interessante sono le valutazioni riservate ai re spartani, in base alle quali l’umanista nega qualunque aspetto monarchico nella loro figura: essi sono più simili a dei senatori, completamente soggetti al comando di altre magistrature, quindi si capisce bene la loro assenza di monarchia, se per quest’ultima si intende l’esercizio in capo ad un singolo uomo di una sovranità unica ed indivisibile.

Bodin usa lo stesso Licurgo, per mezzo della sua fallimentare riforma terriera, come dimostrazione del fallimento di qualunque istituzione democratica o che in generale si basasse su un’uguaglianza di onori e di beni, vista come contraria alle leggi di natura che aveva donato ad ogni singolo inclinazioni diverse predisponendo alcuni al comando ed altri all’obbedienza. Il francese infatti ritiene esplicitamente la costituzione democratica una mera fase della vita politica di una città, di cui non costituisce neanche la più importante o duratura. Oltre a queste indicazioni, il francese cita espressamente alcune tra le norme migliori della costituzione spartana, facendo particolare riferimento (oltre al giuramento degli Spartani di mantenere inalterate le sue leggi) anche la composizione del Senato di soli anziani (più saggi ed esperti) o l’assenza di una cinta muraria a protezione della città. Per Bodin, la modernità di Licurgo si ritrova anche nel ruolo fondamentale delle associazioni intermedie per un corretto sviluppo educativo del cittadino modello, facendosi riferimento alle fratrie e ai collegi, vere e proprie strutture prestatali che favorivano un giusto e necessario rapporto di amicizia tra eguali (in contrapposizione diretta con la gerarchia familiare e della “polis”).

In un’orazione del 1559, Bodin, in un passo destinato alla lettura pubblica per gli abitanti di Tolosa, cita ancora Licurgo enfatizzandone però, dopo il suo ruolo di legislatore, anche quello educativo e della formazione politica assicurata e pagata dallo Stato a tutti i cittadini, esattamente il sistema che Licurgo portò a Sparta e che Bodin vorrebbe replicato nella sua patria, a partire dalla creazione di un “ginnasio” a spese pubbliche a Tolosa, e poi anche dalla creazione di un omologo del pedonimo spartano (di cui troviamo tracce negli scritti di Plutarco), vero e proprio magistrato deputato all’educazione dei più giovani e alla loro omologazione (in modo che i genitori non potessero intervenire) Tuttavia, il francese non dimentica l’importanza anche di un’adeguata istruzione filosofico-letteraria più che meramente tecnica o giuridica (in netta contrapposizione con l’educazione spartana quindi). Di diverso avviso De Montaigne che elogiava invece l’educazione pratica della Sparta più aristocratica e soprattutto proponeva un netto rifiuto dell’educazione umanistica e letteraria e da preferire nettamente la pratica alla vuota teoria. In contrapposizione con gli intellettualismi e l’arte del parlar bene insegnate ad Atene, vista come dannosa ed addirittura controproducente essendo le migliori città della Grecia quelle più illetterate o ignoranti nell’ambito letterario (parole scritte da Montaigne), a Sparta si insegnava la legalità, l’agire bene, investendo moltissimo sul loro capitale umano.

Montaigne cita un aneddoto da Plutarco in cui i Lacedemoni si sarebbero rifiutati di consegnare cinquanta giovani come ostaggio ad Antipatro tanto grave sarebbe stato il danno che la città avrebbe subito. Licurgo diventa il protettore, insieme a Platone, di un mondo umano fortemente legata alle leggi di natura e alla purezza primordiale di un mondo ormai scomparso, anche se qui gioca un ruolo importante il marcato filo-ellenismo di Montaigne in cui la sfera greca e l’eroismo spartano erano costanti modelli di esempio e studio. In particolare quest’ultimo ammirava moltissimo la resistenza e l’addestramento al dolore che gli Spartani insegnavano ai loro bambini fin da piccoli, proponendoli non solo come esempio del comportamento che i cittadini francesi avrebbero dovuto mantenere durante la fase delle guerre di religione, ma anche cogliendo questa ammirazione come occasione per ripristinare aneddoti plutarchei estremamente affascinanti per l’umanista francese, su tutti quello del giovane che rubò una volpe e preferì morire dilaniato dall’animale nascosto sotto il mantello piuttosto che farsi scoprire o arrestare. Montaigne elogia infine di Licurgo anche il suo conservatorismo legislativo, visto come paradigma del giusto approccio legislativo (anche se questo non vuol significare impossibilità di modifiche legislative).

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Mito e diritto: un rapporto fecondo

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Informazioni tesi

  Autore: Umberto Maria Laurino
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2018-19
  Università: Università degli Studi di Napoli - Federico II
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Maria Rosaria De Pascale
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 242

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