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Mito e diritto: un rapporto fecondo

Informazioni tesi

  Autore: Umberto Maria Laurino
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2018-19
  Università: Università degli Studi di Napoli - Federico II
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Maria Rosaria De Pascale
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 242

Come una madre che racconta al figlio favole di animali e fiabe di cavalieri e mostri, per conciliare il sonno e favorire la crescita di valori e pregi necessari alla sua crescita morale e spirituale, così il mito accompagna civiltà e intere nazioni di chi, attraverso esempi paradigmatici di lotte, famiglie e amori, che segnano per sempre il pensiero e il confine tra il bene e il male, finisce per riconoscersi in loro. Non si tratta di una banale fede in storie assurde o comunque poco probabili e lontane, ma di una sorta di reminiscenza trascendentale che dalla notte dei tempi guida ogni uomo nella scelta di cosa è giusto e cosa è sbagliato. Il mito greco ha da sempre mantenuto questa connotazione, e infatti nel teatro (luogo ad hoc per la rielaborazione e la rinascita di queste grandi storie) si raggiungeva l’epitome assoluta di una passione, trascendenza e bellezza artistica e non, talmente potenti da unire intere città in gare quasi sacre, talmente straordinarie da costringere noi contemporanei alle briciole e alle ombre rispetto ai migliori spettacoli che la storia dell’Occidente abbia mai visto. Tale pervadente ed invadente aspetto mitico si fa sentire anche nell’antica Roma, che poggia la sua intera grandezza e struttura imperiale e morale sul mito fratricida di Romolo (e non solo), sulla divinizzazione e il racconto delle immense gesta dei grandi condottieri che hanno reso “caput mundi” un piccolo villaggio perduto nelle paludi dell’antico Lazio, salvo però accontentarsi della più semplice comicità nell’esecuzione di spettacoli teatrali di matrice (ed obiettivo) estremamente diversa rispetto ai colleghi greci, fatta eccezione per alcuni, come Seneca che troverà in Euripide ispirazione per le sue opere fortemente filosofiche. D’altro canto, però, tali opere sono molto più vicine a noi e al nostro pensiero, risultando assai utili per una ricerca quasi storiografica, volta a scoprire nuovi particolari e dettagli della vita economica, giuridica e penalistica dell’antica Roma. La triade greca parlava di valori e cambiamenti, puntando alle stelle e al cielo dell’immortalità; Plauto e Terenzio parlavano al loro popolo e alla società di cui erano membri e rappresentanti. Sebbene siano presenti queste differenze, è davvero impressionante e ammaliante come il diritto, per definizione una delle cose più concrete e immediate con cui l’uomo abbia a che fare, pronto com’è a regolare e condurre, in confini più o meno larghi da paese a paese e di anni in anni, la vita quotidiana di ognuno di noi, paghi un tributo così ampio al mito: storie di gesta e persone fuori dal tempo e dal mondo, talmente lontane, da sembrare scese dall’alto per portarci i nostri comandamenti e le direttive da seguire, per darci modelli da emulare, rispettare e compatire. Esattamente le tre azioni, una per parte o tutte insieme, possiamo riferirle ad Antigone, Beatrice Cenci e Medea. Tre storie di donne che hanno plasmato la dea Giustizia e il tempio della verità che noi giuristi miriamo a conservare e rispettare; tre donne diversissime in tutto, a partire dalla loro nazionalità e dalla loro epoca storica, dal loro temperamento e dai crimini commessi, ma unite nel dolore familiare, nel coraggio e nel profondo rispetto e segno che hanno lasciato in tutti noi. Tre protagoniste di storie affascinanti e stupende, ancora utili da tenere a mente, stelle polari culturali da seguire, strappando una pagina dalla penna immensa di William Shakespeare, camuffandoci da dottore patavini come Porzia con la conoscenza del diritto e delle sue armi legislative, cavillose, interpretative nel tentativo di mettere in pratica quello che sappiamo e abbiamo appreso per arrivare a ciò che è giusto. Il rapporto fecondo tra il diritto e il mito è sembrato nel corso dei secoli più recenti una bestemmia contro la razionalità e la certezza di cui i tempi illuminati si facevano fautori, nel tentativo di illuminare il mondo e liberarlo dalle barbarie dei tempi antichi, e (per citare un proverbio) però, cercando ciò, finendo per buttare il bambino con l’acqua sporca. In realtà, proprio il rapporto permette che la natura mutevole e multiforme del primo rimanga agganciato ad uno spessore culturale e a riferimenti spirituali che solo chi conosce e tramanda il passato possiedono. Perché, alla fin fine, solo chi parte da lontano può arrivare altrettanto lontano.

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7 1.1. Prima della tragedia: i poeti e il potere Lo studio del nesso fondamentale tra mito e diritto prima di intrecciarsi nella carta stampata e nei manuali di filosofia o opere teatrali, parte da noi. Dalle persone. Le stesse che applicano il diritto e studiano la storia, le stesse che seguono (o seguirono) miti e religioni. E quindi sembra doveroso, essendo alla fine le persone stesse i destinatari finali e l’oggetto del compito organizzatore che i due rami qui esposti hanno, parlare brevemente di come dall’alba dei tempi artisti e scrittori (portatori con le loro storie, poesie e raffigurazioni eterne di miti che ancor oggi sentiamo vivi in noi e nel nostro retaggio) e i legislatori (autori o più esecutori del diritto antico) siano vissuti, ascesi e caduti insieme. E di come i primi abbiano avuto un peso determinante nella formazione del consenso (presente e futuro) verso i loro protettori e patrocinatori. La storia di Gaio Cilnio Mecenate e del circolo che egli stesso radunò (e che circolo, tra Orazio, Virgilio e Rufo) 1 intorno ad Ottaviano è un esempio fin troppo calzante, tanto da essere stato fondatore ed eponimo: da egli nacque il mecenatismo, fenomeno di protezione e sostegno ad artisti, intellettuali e letterati da parte di uomini (politici e non) ricchi e potenti in cambio di divertimento o opere ritenute a essi favorevoli 2 . Largamente diffusosi anche a un millennio e più di distanza nell’Italia comunale 3 , Virgilio stesso ne fa riferimento con l’inciso “haud mollia iussa” contenuto nel terzo libro delle sue Georgiche, riferimento agli ordini che Mecenate stesso gli impartì di scrivere un poema sulla vita agreste e le bellezze della campagna e dei “mos maiorum” proprio con l’inizio di alcune politiche di forte sostegno ai medi e piccoli proprietari terrieri 1 Solo per citare i tre più importanti che nel 39 a.C. si unirono al circolo fondato e finanziato da Mecenate, grande uomo di cultura e conoscitore dell’enorme impatto che l’arte e gli artisti potevano avere sull’opinione pubblica. A questi poi si unirono, per completare la sua cerchia, anche Properzio e vari poeti minori (Caio Melisso, Emilio Macro, Cornelio Gallo solo per citarne alcuni) 2 Non tanto favorevoli personalmente (nessuno dei tre citati fece direttamente un’epopea di Augusto e mantennero anche una certa indipendenza), quanto favorevoli ad un ordine politico nuovo, una età dell’oro che vide in Ottaviano il realizzatore di un’epoca di rinnovato benessere (la “pax Augusta”, appunto) 3 Collegato qui al concetto di magnificenza, intesa come committenza di grandi opere pubbliche e private che consentissero ai leader politici di dimostrare la loro superiorità. Non a caso proprio Lorenzo il Magnifico sarà il portavoce di questa rinnovato sviluppo artistico, convocando alla corte di Firenze artisti del calibro di Pico della Mirandola, Botticelli, Michelozzo. E, rimanendo nella Capitale, i papi del tempo furono ben lieti di proseguire sulla scia di Augusto e di Mecenate.

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