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I neuromiti nel giornalismo: dalle scoperte scientifiche alla loro divulgazione

Neuromiti: dalle scoperte scientifiche alla diffusione di false credenze

Il termine “neuromito” è stato coniato negli anni ’80 del 1900 dal neurochirurgo Alan Crockard che lo utilizzò per riferirsi alla conoscenza non scientifica che si ha del cervello nella cultura medica. Egli infatti constatò che nel mondo scientifico vi erano molte idee sbagliate sul cervello ed espresse il timore che queste potessero pervadere l’intera cultura medica.
Nel 2002, con il progetto Brain and Learning dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) si portò nuovamente l’attenzione sui falsi miti in merito al cervello e al suo funzionamento, che si stavano diffondendo anche all’esterno dell’ambito medico.
Il termine venne quindi ridefinito dall’OCSE come: em>«un’idea sbagliata generata da un’incomprensione, una lettura distorta o una citazione errata dei fatti stabiliti scientificamente (dalla ricerca sul cervello) per sostenere l’uso delle ricerche in ambito educativo e in altri contesti».
Queste false credenze sono il risultato di ricerche (svolte seguendo più o meno diligentemente le regole imposte dal metodo scientifico) che vengono eccessivamente o falsamente interpretate. Solitamente queste idee errate in merito al cervello vengono poi trasmesse attraverso l’istruzione o attraverso le riviste scientifiche o di divulgazione. I risultati degli studi, in seguito alla loro pubblicazione sulle riviste scientifiche più importanti, vengono modificati accuratamente per poter essere pubblicati anche come articoli giornalistici per le riviste di divulgazione. Questi pezzi vengono appositamente riscritti per essere attraenti, interessanti e comprensibili per il grande pubblico.

Tuttavia, per arrivare al vasto pubblico, i redattori tendono ad utilizzare un linguaggio molto semplificato rispetto a quello scientifico. Inoltre, i risultati delle ricerche vengono snelliti al punto tale che in alcune occasioni, gli studi risultano snaturati a causa dell’eccessiva semplificazione che ne viene fatta. Operando in questo modo, infatti, si perde il fulcro della ricerca scientifica originale in favore di una “scienza pop”, ossia una scienza che si adatta alle curiosità del grande pubblico, senza approfondimenti o spiegazioni approfondite. I neuromiti, nel corso degli anni, hanno influenzato le percezioni, le prospettive e il ruolo degli educatori in ambito neuroscientifico, ma hanno anche intasato e abbassato il livello culturale medio relativo alle conoscenze sul cervello umano poiché, molto frequentemente, nelle riviste o nei giornali sono stati pubblicati articoli scritti con il solo scopo di attrarre i lettori; tuttavia questi pezzi spesso non presentavano delle solide basi scientifiche o delle adeguate e approfondite spiegazioni dei fatti narrati, per cui le conoscenze che sono state diffuse sono risultate errate o incomplete.

Il termine neuromito, oltre ad indicare una nozione interpretata in modo scorretto, fa riferimento anche ad una credenza errata sul funzionamento del sistema nervoso e del cervello che si è modificata progressivamente ogni volta in cui è stata raccontata. Capita spesso, infatti, che i neuromiti traggano la loro origine da alcune nozioni scientifiche corrette, ma che poi, tutte le volte in cui vengono spiegate subiscano una piccola modifica, che nel corso del tempo porta a creare una nuova e sbagliata interpretazione degli studi originali.
Quella base scientifica su cui questi neuromiti si basano risulta fondamentale da una parte per chi racconta, per trasmettere maggiore credibilità, dall’altra parte però, la distanza che sussiste con le reali ricerche che ne stanno alla base, protegge queste false idee dalle possibili critiche del mondo scientifico, in merito alla poca chiarezza e profondità con cui certi temi vengono trattati.
Poiché la storia narrata conserva comunque un base scientifica, il compito del pubblico in questi casi non è solamente quello di determinare se ciò che viene raccontato sia vero o falso, ma di capire se e quali affermazioni hanno delle evidenze valide alla base.
Questo rende l’esame dei miti un lavoro minuzioso e complesso che richiede una grande quantità di competenze neuroscientifiche; per questi motivi, spesso, risulta molto difficile comprendere l’origine dei neuromiti poiché, con il passare degli anni, questi si sono discostati talmente tanto dalle ricerche originali, da renderli irriconoscibili.

Gli psicologi Carlo Umiltà e Paolo Legrenzi nel loro libro “Neuromania. Il Cervello non spiega chi siamo” sostengono che nella divulgazione il termine “neuro” è un valore aggiunto che rende credibile qualsiasi cosa si dica. Questo prefisso nella comunicazione di massa riesce a convincere facilmente gli inesperti anche se le spiegazioni che vengono riportate negli articoli in cui si parla dei neuromiti sono false o poco credibili. Quello che sembra convincere più di ogni altra cosa i lettori non è il fatto che in questi contesti si possa parlare del cervello o di alcune sue parti ma il fatto stesso che ci sia la parola “neuro” all’interno dell’articolo giornalistico perché questa offre, ai loro occhi, una strada semplice e veloce per individuare delle spiegazioni certe in merito al funzionamento del nostro organo.
Al contrario, bisogna essere sempre molto accurati quando si valutano le ricerche neuroscientifiche o presunte tali perché, per esempio, le correlazioni non implicano relazioni causa/effetto e spesso vengono attribuite delle interpretazioni più o meno casuali ai risultati di più ricerche scientifiche. Questo comportamento segue l’interesse che le persone manifestano nei confronti della scienza tuttavia è particolarmente dannoso poiché va a compromettere la comprensione delle neuroscienze a livello popolare. All’estremo opposto, ci sono le posizioni che escludono ogni tentativo di supportare evidenze comportamentali con dati neuroscientifici, per cui alcuni autori, rispondendo a Umiltà e Legrenzi, espongono il rischio contrario: quello della “Neurofobia”.

Un buon metodo per valutare i dati sperimentali può essere quello di verificare se gli articoli che vengono proposti sulle riviste o sui giornali rispondono a delle semplici domande. Innanzitutto, ci si deve chiedere se i dati riportati provengano da degli studi scientifici veri e propri; in seguito si deve verificare se questi risultati siano stati valutati anche da altri esperti del settore. In caso di indagini, ci si deve chiedere se il campione utilizzato per le ricerche è stato predisposto in modo adeguato, se è stato incluso anche un gruppo di controllo, se l’esperimento è stato condotto “in cieco” e se qualche altro gruppo di ricerca ha replicato lo stesso studio.
Infine, ci si deve domandare se le analisi statistiche che i ricercatori hanno utilizzato sono adeguate, se gli effetti trovati sono significativi, se le teorie di fondo su cui si basa la ricerca sono consolidate e se, infine, esistono conflitti di interesse. Per arrivare a rispondere a queste domande è necessario riuscire a praticare la “soggettività limpida” ossia il saper liberare la mente, mettendola a nudo, perché gli schemi precostituiti, che ognuno di noi possiede, spesso limitano la nostra vita, il nostro apprezzamento della realtà e il nostro giudizio nei confronti di noi stessi e degli altri.

A livello giornalistico, se si effettua una comparazione tra la politica di divulgazione scientifica italiana e quella americana si può notare che esiste una grandissima differenza. La divulgazione effettuata negli Stati Uniti risulta la migliore al mondo. Per quanto riguarda il tempo medio che intercorre tra una scoperta e la sua conoscenza da parte del grande pubblico quello statunitense è tra i più brevi ma soprattutto, il trattamento delle scienze è molto diverso rispetto a quello che si effettua in Italia e in Europa.
Se si paragonano i giornali italiani o francesi ad un quotidiano americano, ad esempio il “Guardian”, si può subito notare che questo tratta i fatti in modo molto più scrupoloso e approfondito.
Si può notare infine che, negli Stati Uniti, fin dai primi anni del XXI secolo, nel giornalismo scientifico, sussiste una tendenza alla fusione tra la ricerca di base e la grande divulgazione perché la circolazione del sapere viene vista come un interesse condiviso da tutti.

Le neuroscienze tradizionali giocano un ruolo importante nel diffondere conoscenze e per prevenire la nascita di nuovi neuromiti.
Questa disciplina può fornire delle nozioni molto importanti per la comprensione delle scienze della mente e del cervello e queste idee potrebbero essere efficaci nello sviluppo, nella promozione e nelle applicazioni di idee innovative sulla memoria, la motivazione e l’auto-regolazione del pensiero educativo.
Molto esplicativo è stato un discorso tenuto da Kurt Fischer, docente del corso di laurea “Mind, Brain and Education” (MBE) presso l’Università di Harvard, in cui sostenne: «Much of what is published and said is useless, much of it is wrong, a lot is empty or vapid, and some is not based in neuroscience at all».
I neuromiti che sono nati nel corso degli anni sono moltissimi e alcuni, nonostante molti giornalisti abbiano cercato di fare chiarezza smentendo le false idee, sono ancora particolarmente diffusi nella società.
Per citare alcune tra le convinzioni errate più famose, che si sono diffuse negli anni nella cultura popolare, si possono ricordare le seguenti: i due emisferi cerebrali svolgono funzioni diverse in modo indipendente uno dall’altro; i maschi e le femmine hanno diverse abilità cognitive; si utilizza solo il 10% del nostro cervello; i bambini hanno diversi stili di apprendimento; ascoltare la musica di Mozart aumenta l’intelligenza; la maggior parte dell’apprendimento avviene entro i tre anni di età. Queste e altre idee sbagliate sono esempi di neuromiti che si sono diffusi attraverso diversi media e hanno plasmato le convinzioni delle persone, creando delle false aspettative o delle credenze che hanno impattato in modo negativo sulla cultura scientifica popolare in merito al cervello umano.

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I neuromiti nel giornalismo: dalle scoperte scientifiche alla loro divulgazione

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Informazioni tesi

  Autore: Eleonora Boccagni
  Tipo: Laurea II ciclo (magistrale o specialistica)
  Anno: 2019-20
  Università: Università degli Studi di Verona
  Facoltà: Editoria e giornalismo
  Corso: Laurea magistrale in Editoria e giornalismo
  Relatore: Valentina Moro
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 148

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