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Hate speech. Analisi linguistica e retorica dei commenti d’odio su Facebook e Twitter.

Perché avviene lo hate speech su Facebook e Twitter: tra notizie, fake news, clickbait e commenti

Tenendo presente ciò che è stato appena detto, è giusto parlare, ora, di due delle piattaforme social di riferimento per quanto riguarda lo hate speech ossia, Facebook e Twitter. Nel precedente paragrafo, a grandi linee, si è visto come le comunità virtuali abbiano cambiato il modo in cui le persone comunicano tra loro e come anche il mondo dell'informazione abbia risentito della nascita di queste piattaforme. In più, sono state indicate alcune problematiche collegate all'utilizzo di quest'ultime e che possono sfociare nel già noto hate speech.

Infatti, si è accennato, per esempio, alle fake news, al fatto che non sempre le fonti del citizen journalism siano certificate e, dunque, si possono immettere nel flusso informativo notizie non vere, creando malumori tra gli utenti della comunità. Si è accennato anche al fatto che il linguaggio usato su questi social media è diverso, in quanto è un linguaggio poco edulcorato e apparentemente senza censura. Questi sono spunti dalla quale partire per capire come mai lo hate speech nasce e si diffonde soprattutto nelle comunità virtuali e vedere come questo sia collegato al giornalismo 2.0.

Come primo punto, bisogna indicare quattro degli aspetti fondamentali che aiutano il linguaggio d'odio ad essere usato con estrema facilità e, apparentemente, senza alcuna paura e questi aspetti sono: anonimato, invisibilità, comunità e istantaneità. Di fatti, secondo Brown "one of the supposed advantages of the Internet as a medium for communication is that people are not compelled to reveal aspects of their offline identity unless they wish to do so. It has been suggested that the anonymity of the Internet can provide opportunities for freer speech because people can say what they think without fear that other people will react or respond unfavourably" (2018:298).

Dunque, il web offre alle persone la possibilità di non condividere aspetti della propria vita personale, a meno che essi non vogliano farlo, e questa forma di anonimato dà loro un senso di protezione che li rende più liberi nell'esprimere opinioni, anche sgradevoli, senza che ci sia qualcuno che reagisca in maniera sfavorevole. In più, con la possibilità di celare la propria vera identità, alcune persone si sentono legittimati ad esprimersi in maniera più oltraggiosa di come potrebbero mai fare nel mondo reale perché, di fatti, "for instance, the perceived anonymity of the Internet may remove fear of being held accountable for cyberhate and may also evince a sense that the normal rules of conduct do not apply"(Brown, 2018:299), quindi, in un certo senso, ci si sente anche non soggetti alle leggi e, quindi, liberi di commettere dei reati seppur siano nel cyberspazio. L'anonimato si interseca bene con un altro elemento, molto importante, quale è l'invisibilità.

L'invisibilità si riferisce al fatto che le persone, nel comunicare tramite dispostivi tecnologici, partecipano all'atto comunicativo non in maniera fisica e, di conseguenza, senza mostrare il proprio viso. Questo permette due risultati: il primo è che chi usa parole d'odio non vede la reazione che quest'ultime suscitano nel soggetto ricevente e, dunque, è immune dall'essere empatico con quest'ultimo, il secondo è che se non si mostra il proprio volto è difficile che qualcuno riconosca la persona che usa questa forma di linguaggio e, dunque, ci si sente protetti perché le possibili reazioni che possono scaturirsi rimangono a livello verbale e non possono sfociare a livello fisico perché difficile è la possibilità di "associare" allo hate speech un volto (Brown, 2018). Però, va ricordato che, nonostante le persone possano agire nell'anonimato e nell'invisibilità del loro volto, essi operano sempre all'interno di una comunità, seppur virtuale.

E proprio la comunità virtuale è un altro elemento da considerare come funzionale allo hate speech perché, dice sempre Brown, "the real difference has to do with what the Internet means for situational online hate speakers—people who might or might not otherwise engage in offline hate speech but who are given pathways into cyberhate by the Internet." (2018:301). Infatti, sembra che la possibilità di connettersi con altre persone, che siano sullo stesso territorio o fuori i suoi confini, ha dato impeto ad una necessità di aggregazione con individui che condividono la stessa visione del mondo, in una sorta di alleanza che permetta di affermare la propria identità etnica e culturale di appartenenza (Brown, 2018).

In più, questo permise di diffondere le idee e i messaggi di questo gruppo che, nella realtà offline, potrebbero essere, invece, rigettati, non condivisi o addirittura soggetti a sanzioni e questo accade, soprattutto, quando si ha a che fare con i discorsi politici. Capita, per esempio, spesso e volentieri, che sono gli stessi personaggi politici a sfruttare l'ambiente virtuale per ricevere ed accrescere i propri consensi, usando le piattaforme social per raggiungere più persone possibili, con contenuti, a volte, non proprio consoni, oppure, vi sono gruppi con ideologie estremiste che trovano, nello spazio virtuale, un ambiente favorevole per fare propaganda. Tale ambiente, oltre a dare la possibilità di utilizzare uno spazio "abitato" da una moltitudine di persone, fa si che ci sia una immediatezza nella condivisione dei messaggi e nell'interazioni con terze parti, favorendo anche, quando si verifica, la diffusione dello hate speech. [...]

Questo brano è tratto dalla tesi:

Hate speech. Analisi linguistica e retorica dei commenti d’odio su Facebook e Twitter.

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Informazioni tesi

  Autore: Marica Caprino
  Tipo: Laurea II ciclo (magistrale o specialistica)
  Anno: 2019-20
  Università: Università degli Studi Roma Tre
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Lingue straniere per la comunicazione internazionale
  Relatore: Donato Cerbasi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 218

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Parole chiave

giornalismo
linguistica
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linguistica generale
odio
facebook
twitter
hate speech
commenti odiosi
linguaggio d'odio

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