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I Meccanismi di Difesa nella diagnosi psicologica attuale

Problema specifico : difese adattamento vs patologia

Un problema delicato da affrontare è quello relativo alla patologicità dei meccanismi di difesa. Il problema sta fondamentalmente nel trovare quali possono essere dei criteri validi che permettano di distinguere un processo psichico disadattivo da uno adattivo per quella specifica persona in quello specifico contesto. (Cramer, 1996).
A guardar bene, tale problema non è esclusivo dei processi difensivi ma si estende al di la di esso toccando gli assi su cui poggia l'intero edificio della psicopatologia classica. Diversi autori in passato hanno fortemente criticato un approccio medico-biologista allo studio dei disturbi mentali (Gabbard, 2000), sostenendo che una valutazione biologicamente o psichiatricamente orientata riduca la psicopatologia della persona ad un fenomeno più circoscritto e misurabile senza dubbio a vantaggio del medico che effettua la diagnosi e al suo prestigio ma lo allontana dagli scopi di una psicopatologia che ha come interessi la comprensione dell'uomo e della sofferenza, che sposta il focus sulla salute, sul benessere del paziente (Gabbard, 2000).
Solo tenendo presente i problemi principali della psicopatologia contemporanea e il modello bio-psico-sociale della patologia (Fonagy, 2005), di recente formulazione, è possibile guardare produttivamente al rapporto tra difese e psicopatologia, evitando una logica lineare e causalistica che, tra l'altro, mal si adatta alle scienze dell'uomo in generale.

Sono note diversi costrutti che vengono usati per “misurare” le difese. Il termine corrispondenza di età è usato da alcuni autori per indicare che in un certo periodo dello sviluppo alcune forme difensive siano normali ma, le stesse, possono “esercitare un influsso disturbante” se persistono. Un altro paramentro preso in considerazione è l’equilibrio, la capacità di utilizzare in modo flessibile e diversificato le difese rispetto alla situazione in cui ci si trova. Infine, abbiamo l’intensità, l'entità della forma difensiva impiegata e la durata, il mantenimento della difesa oltre la situazione di pericolo.
Nelle ultime edizioni del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (2004) gli autori hanno ritenuto opportuno inserire un altra dimensione nella valutazione del paziente che corrisponde oggi al “asse delle difese”. Nel DSM l'attenzione principale è rivolta all'aspetto adattivo o meno delle difese, a differenza della tradizione psicoanalitica che, come abbiamo visto, non schematizza le difese in sè come “patologiche – non patologiche” (Perry, 2006). Generalmente, le difese vengono studiate in quanto “tratti” più o meno modificabili della personalità per cui i ricercatori si sono occupati principalmente del rapporto tra difese e disturbi Asse II.
Gli studi di Vaillant (1985) hanno trovato un legame significativo tra gruppi di soggetti con diagnosi di disturbo di personalità e difese immature : proiezione, fantasia, ipocondriasi, aggressione passiva, acting out, dissociazione, negazione. Sono stati presentati dati sufficienti a sostenere la concordanza tra particolari condizioni psicopatologiche e stili difensivi, la compatibilità tra le diagnosi psicodinamiche e le diagnosi sull'Asse II e dunque la necessità di integrare la valutazione dei meccanismi di difesa nella diagnosi descrittiva.

Gli stessi autori sostengono inoltre che l'attenzione alle difese può servire non solo per motivi diagnostici e di intervento ma soprattutto per comprendere il grado di vulnerabilità individuale rispetto a stress e insulti ambientali. Un aspetto interessante fatto notare da Kernberg (1984), nel quadro generale dei disturbi del carattere, è che mentre i pazienti più gravi utilizzano meno difese mature rispetto al gruppo di controllo, i pazienti meno gravi non si staccando in modo cosi netto dal gruppo di controllo rispetto allo stile difensivo.
In sostanza, se per l'Asse II le ricerche vanno in una direzione di parziale compatibilità tra formulazione psicodinamica e quadri diagnostici, non accade lo stesso nelle ricerche che mettono in relazione le difese con i sintomi o le tradizionali diagnosi psichiatriche descritte sull'Asse I, per esempio. Lo stesso Vaillant (1986) sostiene che le difese si riferiscono ad un aspetto del funzionamento mentale indipendente rispetto a quello indicato nella diagnosi. I dati che confermano una indipendenza tra assetto diagnostico e difesa derivano anche dagli studi piu recenti di Perry (1993); questo ci porta a effettuare una distinzione quindi tra ciò che si intende come diagnosi, un complesso di sintomi e segni; e difesa, una modalità particolare di affrontare lo stress e il conflitto. In definitiva, diagnosi e meccanismi di difesa non dovrebbero essere trattati come sinonimi.
Particolarmente interessante è una parte della ricerca condotta da Perry (1998) in cui si mettono a confronto il funzionamento difensivo generale con la Overall Defensive Functioning e il Global Assessment Functioning, Asse V del DMS-IV che valuta il grado di adattamento all'ambiente del soggetto esaminato, prendono in esame la sfera cognitiva, emotiva, sociale, interpersonale. Questo studio ha mostrato che 1) le difese nell'individuo adulto tendono ad essere stabili nel tempo 2) il funzionamento difensivo è poco influenzato da effetti situazionali e dal GAF 3) il funzionamento difensivo sembra più resistente del GAF in seguito a terapia 4) gli eventi stressanti sembrano influenzare più il GAF che l'ODF. Nel quadro generale di un intervento o della presa in carico di un paziente, conoscere il tipo di funzionamento difensivo, oltre al livello di funzionamento e alla diagnosi, si riflette in un vantaggio indiscutibile in termini di rapporto con il paziente e accomodamento.

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I Meccanismi di Difesa nella diagnosi psicologica attuale

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Informazioni tesi

  Autore: Pietro Princi
  Tipo: Laurea II ciclo (magistrale o specialistica)
  Anno: 2009-10
  Università: Università degli Studi di Messina
  Facoltà: Psicologia
  Corso: Psicologia
  Relatore: Ivan Formica
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 104

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