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Tassazione dell'economia digitale: Web Tax e Digital Tax

Profili di criticità

Il disposto della norma ha suscitato un notevole dibattito accademico e politico.
Le perplessità sorte riguardano la sua legittimità in ambito europeo, con due correnti di pensiero opposte: da un lato i proibizionisti che attendono l’approvazione delle linee guida dell’OCSE prima di adottare provvedimenti che potrebbero rivelarsi incompatibili, dall’altro lato i possibilisti volti a sostenere che l’Italia possiede ampio margine di manovra all’interno delle regole internazionali, tali da consentire una presa di posizione definita.
Lo strumento fiscale elaborato si pone in contrasto, sia formalmente che sostanzialmente, con i principi cardine del diritto tributario internazionale.



In particolare, a livello formale l’introduzione di una ritenuta così illustrata rischia di non risolvere il problema a trecentosessanta gradi.
La soluzione infatti risulta non solo parziale, ma anche unilaterale, in totale difformità rispetto a quelle che sono le direttive delle istituzioni internazionali e comunitarie; istituzioni che raccomandano, difatti, un approccio universale sulla questione, considerata la chiara a-territorialità della digital economy.
Scelte isolate da parte dei singoli Stati, tenendo conto dell’elevata competizione a livello fiscale, potrebbero comportare un considerevole freno alla crescita economica violando uno dei pilastri dell’Unione Europea ovvero la libertà di movimento dei capitali.
Ulteriori censure si riferiscono al nuovo concetto di stabile organizzazione; la proposta non rivede soltanto la definizione di stabile organizzazione, ma inserisce di fianco a questa la nozione di stabile organizzazione virtuale incentrata su un legame digitale tra il soggetto estero e il territorio dello Stato.
Attraverso questa procedura viene scardinata l’esistenza della stabile organizzazione dal nesso territoriale con uno Stato e di conseguenza anche la stabile organizzazione di tipo personale assume un ruolo piuttosto marginale.

Inoltre la proposta elimina la disamina delle attività accessorie e/o ausiliarie che risultano sempre più rilevanti nello scenario internazionale, soprattutto ai fini dell’accertamento della stabile organizzazione occulta; si crea infatti una disparità di trattamento tra le imprese che operano nel settore digitale e quelle che non utilizzano piattaforme online: considerando il ristretto campo applicativo della nuova nozione, contestazioni legate all’esistenza di una stabile organizzazione occulta sembrano colpire esclusivamente le multinazionali digitali e quasi in nessun caso quelle che operano nei settori di commercio “tradizionale”.
La nozione di stabile organizzazione, essendo oggetto di specifiche convenzioni contro le doppie imposizioni, non risulta passibile di modifiche unilaterali da parte delle singole nazioni, pertanto l’Italia, avendo sottoscritto accordi bilaterali con diversi Stati, non potrebbe materialmente attuare la modifica contenuta nell’art. 162 TUIR né tantomeno operare la relativa ritenuta.
L’unica strada legalmente percorribile sarebbe quella di revisionare tutte le convenzioni stipulate dall’Italia in tema di doppia imposizione inserendo la nuova definizione proposta.
Se cosi non fosse si creerebbe un disallineamento tra i sistemi fiscali dei Paesi coinvolti i quali, non prevedendo la nozione di stabile organizzazione virtuale, potrebbero non riconoscere il potenziale credito d’imposta per la ritenuta operata dall’Italia, sconfinando quindi nella doppia imposizione.

Un analogo ragionamento può essere fatto per la ritenuta sulle transazioni digitali effettuate da persone fisiche: anche questo argomento è disciplinato dall’OCSE e ai sensi dell’art. 12 del modello di convenzione non rientra tra le attività assoggettabili a ritenuta; considerando la prevalenza dei Trattati internazionali sulle leggi interne il prelievo rimane inapplicato.
Per lo stesso principio il medesimo effetto si otterrebbe anche nel sistema fiscale italiano poiché le multinazionali potrebbero contestare, in base alle regole OCSE, la loro presenza virtuale nel nostro Stato.
Non poche perplessità sono state sollevate nei confronti del ruolo assegnato alle banche e intermediari finanziari.
La proposta infatti non ha tenuto conto che gli istituti in questione già svolgono la costosa funzione di intermediari per le operazioni sui redditi da capitale e sui redditi diversi realizzati in Italia e quindi potrebbero essere refrattari a svolgere questo ruolo.
Gli intermediari dovrebbero di fatto sostituirsi all’Ente accertatore, trovandosi ad avere una funzione determinante sprovvista però di eventuali responsabilità e oneri in caso di omissione o errore.
Un coinvolgimento piuttosto superfluo considerando due fatti: in primis che le multinazionali potrebbero aggirare la soglia prevista dalla proposta scindendosi in più entità giuridiche alle quali verrebbero indirizzate quote di fatturato di valore inferiore al limite previsto; in secondo luogo il progetto manca di valutare che alcuni pagamenti potrebbero essere operati con strumenti diversi da carte di credito o pagamenti elettronici equivalenti che quindi sfuggirebbero per forza di cose al vaglio delle banche. [...]

Questo brano è tratto dalla tesi:

Tassazione dell'economia digitale: Web Tax e Digital Tax

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Informazioni tesi

  Autore: Irene Mongelli
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2018-19
  Università: Università degli Studi di Firenze
  Facoltà: Economia
  Corso: Accounting e Libera Professione
  Relatore: Enrico Fazzini
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 229

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