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Possessioni e psicopatologie: una indagine etnopsichiatrica

Informazioni tesi

  Autore: Alessandro Gambugiati
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2003-04
  Università: Università degli Studi di Firenze
  Facoltà: Psicologia
  Corso: Psicologia del lavoro e delle organizzazioni
  Relatore: Sandro Prof. Candreva
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 130

In questo lavoro ci siamo occupati dei concetti “possessione” e “psicopatologia” partendo da ciò che questi due termini significano all’interno delle cosiddette culture non-occidentali e delle culture occidentali. Per “possessione” si intende un certo tipo di disagio psichico nelle culture non-occidentali, mentre per “psicopatologia” si intende il disagio psichico nelle culture occidentali. L’etnopsichiatria nasce da "Totem e Tabù" di S. Freud e da alcuni decenni procede nello studio delle connessioni tra psicopatologia e cultura e tra cultura e cultura. Secondo Tobie Nathan, colui che ha idealmente ereditato da Georges Devereux “le chiavi” della disciplina, “la cultura è una struttura specifica di origine esterna (sociale) che contiene e rende possibile il funzionamento dell’apparato psichico”, ovvero “un sistema che contribuisce alla costruzione del mondo di una persona e la garantisce dalle sue crisi di presenza”. In altre parole “la cultura è il fondamento strutturale e strutturante dello psichismo umano”. Un esempio di sindrome culturalmente caratterizzata sono “i corridori di Amok”, che in genere consistono in giovani uomini che all’improvviso iniziano a correre e a gridare ripetutamente “amok! Amok! Amok!” uccidendo tutti coloro che incontrano durante la loro folle corsa (in genere vengono fermati o abbattuti; talvolta riescono ad uccidere soprattutto gli stranieri che non conoscono questo fenomeno). Kraepelin scoprì che per gli indigeni questo comportamento è una normale risposta a condizioni di vita particolarmente disagiate. Secondo la prospettiva etnopsichiatrica la follia del paziente è il prodotto complesso dato da “la crisi del paziente più ciò che lui stesso, l’ambiente e il terapeuta ne fanno”. L’etnopsichiatria studia questi fenomeni secondo l’ottica complementarista: in questa prospettiva discipline quali la psicoanalisi e la sociologia possono essere utilizzate soltanto considerandole autonome e interdipendenti tra loro (G. Devereux). In altre parole, durante l'indagine etnopsichiatrica i quadri di riferimento delle materie di studio considerate non possono essere sovrapposti in alcuno modo. L’etnopsichiatria si distingue dalla psichiatria in quanto la prima si occupa della specificità del singolo in rapporto al territorio, mentre la seconda astrae l’individuo dal suo contesto. Secondo Nathan, infatti, la psichiatria occidentale è soltanto una delle etnopsichiatrie possibili.

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4 Abbiamo pensato di costruire una tesi considerando i concetti di possessione e di psicopatologia principalmente per due motivi, di cui il primo è strettamente correlato alla capacità dell’argomento di rievocare in noi il fascino del mito che resiste e persiste in ogni cultura e periodo storico, mentre il secondo concerne una sorta di “sfida personale”, volta a dimostrare (soprattutto a noi stessi) che è possibile affrontare un argomento delicato come questo anche senza lasciarsi condizionare da pregiudizi, superstizioni o ideologie. Per svolgere questo compito abbiamo scelto di far ruotare l’intera trattazione intorno all’etnopsichiatria di Tobie Nathan, senza la quale non avremmo disposto degli strumenti necessari per affrontare un argomento così intriso di condizionamenti culturali. L’etnopsichiatria è infatti una disciplina autonoma rispetto alla psichiatria occidentale, che da circa quarant’anni affonda le sue radici nelle teorie e nelle tecniche più consistenti della psicoanalisi e nell’enorme quantità di conoscenze antropologiche di cui dispongono attualmente le scienze sociali. La stessa “psichiatria”, infatti, se fosse realmente fedele al suo significato etimologico1, costruirebbe dispositivi di intervento con l’obiettivo di agire direttamente “sull’anima”, principio astratto sul quale la psicoanalisi ha dimostrato di poter intervenire con efficacia anche senza dover ricorrere alle “certezze” della psichiatria biologia. 1 dal greco «Psyché» “soffio vitale, spirito” e «iatréia» come “arte di prendersi cura”, Coppo P., Cardamone G. e Inglese S., 1996, p. 9.

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