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Gli specchi di Menzogna e sortilegio

Estratto della Tesi di Eleonora Gualandris

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Gli specchi di Menzogna e sortilegio 12 Alla ricerca di una catarsi liberatoria compiuta attraverso la scrittura, la narratrice tenterà infatti di liberarsi dai fantasmi dei suoi familiari che le impediscono di vivere. Questa liberazione dovrà però paradossalmente passare da una sorta di reclusione volontaria nel passato di questi personaggi, a una immedesimazione quasi parossistica che spinge la narratrice a ricostruirne le vicende nei minimi dettagli, per tentare di appropriarsele 14 . Il primo indizio di questo processo di immedesimazione che opera l’io poetante, è l’assimilazione progressiva del personaggio stesso a cui viene rivolta la dedica: Anna e la Favola vengono in un primo tempo identificate l’una all’altra attraverso la riformulazione del titolo Dedica per Anna ovvero Alla Favola. In un secondo tempo questa “con-fusione” viene recuperata dalla prima persona del singolare nella sua apostrofe alla Finzione personificata («Di te, Finzione, mi cingo» v. 1), che durerà per tutta la prima strofa. Il carattere ciclico della Dedica è palese. Ad incorniciare il brano, troviamo infatti la finzione: il sostantivo del primo verso e il verbo dell’ultimo delimitano il componimento, fissandone i limiti. Questa claustrofobica sensazione di chiusura viene poi consolidata dall’uso della rima «cingo-fingo» dei versi citati, che mette l’accento sulla nozione di accerchiamento e che ritroviamo all’ottavo verso, con i «cerchi d’oro». La «fenice» del sesto verso affina ancora la tematica ciclica, facilmente reperibile nella caratteristica di questo uccello leggendario, unico della sua specie, capace di risorgere dalle proprie ceneri. Cosí la scrittrice spera di rinascere mutata dalle ceneri del passato (v. 5: «la mia grande stagione defunta»). L’accostamento poi del campo semantico relativo al fuoco («fuoco» v. 4; «rovente» v. 7; «fumo» v. 7; «consunta» v. 8) a quello metaforico del testo in quanto tessuto («mi cingo» v. 1; «veste» v. 2; «Ti lavoro» v. 3; «vestì» v. 4; «L’ago» v. 7; «la tela» v. 7) mette in evidenza la trasformazione a cui aspira l’io poetante. Citiamo ancora Garboli 15 : «non c’è conflitto tra ciò che è reale e ciò che è immaginario. Questa dialettica è rimossa. La finzione, l’artificio fanno parte, come la veste, del corpo: sono il corpo [...]». A rinforzare questa fusione troviamo l’aggettivazione astratta che viene a definire i termini concreti: la mano che tesse-scrive è «vanesia» (v. 9), e la veste che risulterà da questo lavoro «fatua» (v. 2). La prima giace poi «consunta tra i suoi cerchi d’oro» (v. 8), suggerendo cosí forse riti magici dei quali non si può percepire l’alchimia che in una sorta di universo parallelo nel quale non è più possibile discernere nettamente il passaggio tra realtà e finzione. Da rilevare ancora qui l’avvicinamento tra «l’auree 14 Metaforicamente si potrebbe addirittura dire che la Morante, in quanto scrittrice, abbia cercato, con Menzogna e sortilegio, di liberarsi, assimilandola, dall’eredità letteraria di cui si sentiva portatrice in quanto artista e che le impediva di scrivere liberamente - come può essere dedotto dalla sua dichiarazione di volere, con il suo primo romanzo, scrivere anche l’ultimo (cf. l’intervista rilasciata a Michel David su «Le Monde» del 13 aprile 1968, citata in Cronologia, in Opere, op. cit., pag. LVII, dichiarazione che figura per esteso nel presente lavoro, nella nota 35). 15 Prefazione ad Alibi, op. cit., pag. 24
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Gli specchi di Menzogna e sortilegio

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Informazioni tesi

  Autore: Eleonora Gualandris
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2004-05
  Università: Université de Neuchatel (Svizzera)
  Facoltà: Lettere
  Corso: Lettere moderne
  Relatore: Giovanni Cappello
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 130

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