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La percezione del tempo: basi neurali e teorie cognitive

Estratto della Tesi di Stefano Gandino

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Estratto dalla tesi: La percezione del tempo: basi neurali e teorie cognitive
minori (Hammond 2012). Come nota Amelia Hunt (2008), l'effetto oddball è un'ottima prova
dell'importanza che l'attenzione riveste nel determinare alcune distorsioni nella percezione del
tempo, che risulterebbe così rallentata nei momenti in cui si fa un grande uso delle proprie capacità
attentive, come nei casi di pericolo.
1.3.1 - L'esperienza soggettiva del tempo nelle situazioni di pericolo: la prima descrizione
dettagliata di questo fenomeno viene dal geologo Albert von St. Gallen Heim (citato in: Noyes e
Kletti 1972), il quale annotò nell'annuario del club di alpinismo svizzero del 1892 come quasi il
93% degli scalatori che si fosse trovato in situazioni di reale pericolo avesse sperimentato un
fenomeno di espansione del proprio tempo soggettivo e di accelerazione della propria velocità di
ragionamento; in due ricerche successive (1976 e 1977) Noyes e Kletti confermarono
sostanzialmente quanto dichiarato da Heim.
Stetson e colleghi (2007) hanno a tal proposito avanzato l'ipotesi che questi due effetti di espansione
del tempo esteriore/accelerazione della propria capacità di ragionamento siano entrambi figli di una
riduzione dei tempi di elaborazione del nostro cervello nei momenti di massima paura: per poter
testare questa ipotesi era però necessario mettere i propri soggetti sperimentali in una situazione di
pericolo mortale. Per questo motivo essi svilupparono un esperimento in cui si chiedeva ai soggetti
di distinguere due stimoli che scorrevano su di un enorme quadrante ad una velocità talmente
elevata da rendere questo compito impossibile: le condizioni in cui svolgere questo compito erano
due, una “non spaventosa” (di normalità) ed una “spaventosa”, nella quale i soggetti venivano
lasciati cadere dalla cima di un palazzo, sperimentando la caduta libera per 2,69 secondi prima di
atterrare su di una rete. L'ipotesi era che se cadendo avessero sperimentato tale accelerazione della
propria capacità di elaborazione dei dati, i soggetti avrebbero potuto discriminare i due stimoli, cosa
che invece non furono in grado di fare. Secondo la Hammond (2012) questo proverebbe che
l'elaboratore di informazioni stimerebbe la durata di un determinato arco di tempo in base al numero
di ricordi, o meglio di eventi emotivi, registrati in esso, partendo dal presupposto che l'intervallo fra
una registrazione e l'altra sia costante. In realtà situazioni di particolare agitazione determinerebbero
un incremento del numero di registrazioni, determinando così l'impressione che il tempo passato sia
superiore. Si tratta di una interpretazione convincente, ma occorre comunque notare come vi siano
dei punti deboli in grado di invalidare l'esperimento di Stetson e colleghi: innanzitutto è ovvio che
in situazioni di pericolo il cervello si concentri sulle sole caratteristiche dell'ambiente fondamentali
per la sopravvivenza, motivo per cui la quantità di attenzione rivolta al compito potrebbe essere
stata di molto minore rispetto a quella attesa. La maggior parte dei soggetti aveva inoltre visto gli
altri cadere, dunque sapeva già cosa aspettarsi – il che violava la premessa per cui la situazione di
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Estratto dalla tesi:

La percezione del tempo: basi neurali e teorie cognitive

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Informazioni tesi

  Autore: Stefano Gandino
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2013-14
  Università: Università degli Studi di Torino
  Facoltà: Psicologia
  Corso: Scienze e tecniche psicologiche
  Relatore: Mauro Adenzato
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 51

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