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Latino e italiano attraverso i secoli

Estratto della Tesi di Luigi Castronuovo

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12 LATINO SCRITTO E PARLATO Clemente Merlo nota che molte voci latine non sono attestate, per cui dobbiamo ricostruirle. Non è attestato *tǔnna (botte, barile), voce di origine celtica (Meillet), da cui vengono il francese tonne, lo spagnolo tonelada, l’italiano tonnellata (dallo spagnolo). Non è attestato *tripaliare (trafiggere con dei pali, martirizzare), da cui abbiamo il francese travailler (lavorare) e poi l’italiano travaglio, attraverso il francese. (Migliorini). Il campano alluccare (gridare) continua un *alloquare (“parlare a”). Si tratta di adloquor / alloquor, passato alla prima coniugazione, dopo la perdita del passivo e dei deponenti. Il deverbale allucco significa grido, strillo, rimprovero. Queste parole continuano loquor per diretta tradizione orale, e sono avvertite come voci assai basse, assai dialettali. (Sono voci colte colloquio, loquace, eloquenza). Anche altrove, del resto, una parola popolare può rimanere confinata nel parlato piø basso. Dante condanna come plebeo il “manuchiamo introcque” dei fiorentini. Eppure “manucare” continua un *manicare tardo-latino, mentre mangiare è un francesismo. Introcque (*intra hoc) ha la “e” epitetica, tipica del dialetto fiorentino (tramme, gasse, cognacche). Nel toscano antico troviamo perfino inne e nonne. (Pio Rajna, Il Propugnatore, V, 1872). E Dante ci propone un “amme” (amen), nel 14° Canto del Paradiso. Questa vocale epitetica, propria del toscano, si afferma a volte nell’italiano letterario. La troviamo in bailamme, Betlemme, Gerusalemme. La troviamo nei nomi delle lettere dell’alfabeto (emme, enne, esse, etc.). Si noti però che i toscani dicono ìcs, a differenza del romanesco ìcchese, dove, oltre alla vocale epitetica, troviamo un’anaptissi. Il latino ballaena (balena) non è un prestito diretto dal greco fàllaina. Latino e greco, infatti, presero la parola da un’altra lingua, forse l’illirico. (Meillet, Palmer). L’italiano baleno, per Alfredo Panzini, viene da balena. Questo, perchØ il guizzare del lampo era paragonato al guizzare dell’animale marino. Clemente Merlo, invece, postula una radice prelatina *bal (lucente). Da *bal (o *bel) verrebbero baleno, bagliore, abbagliare, sbagliare. Alfonso Traina e Riccardo Avallone Tito Maccio Plauto ama le allitterazioni, le onomatopee e i giochi di parole. Plauto paragona il “tū” al verso della civetta. Varrone nota il fonema aspirato espressivo del verbo hinnīre (nitrire), non a caso di quarta coniugazione. Festo fa la stessa notazione riguardo ad halāre (soffiare), non a caso di prima coniugazione. L’aspirata iniziale fu dunque viva nella pronuncia, fino al secondo secolo dopo Cristo. (Alfonso Traina, “L’alfabeto e la pronunzia del latino”). Un epigramma di Marziale ci attesta che il dittongo discendente “àe” (con l’accento sulla a) era ancora tale nel primo secolo dopo Cristo. Vediamo il suo gioco di parole. Errasti, Lupe, littera sed una. Nam quo tempore praedium dedisti Mallem tu mihi prandium dedisses. Marziale scrive: «Hai sbagliato, Lupo, ma di una sola lettera. Infatti invece di regalarmi un podere (pràedium), avrei preferito che mi offrissi un pranzo (pràndium)». Alfonso Traina osserva: «La pronuncia del latino si può ricostruire con sufficiente approssimazione. Abbiamo testimonianze dirette e indirette. Abbiamo la fonetica comparata indoeuropea come punto di partenza, e le lingue neolatine come punto di arrivo». Traina però scrive: «Ma, anche così ricostruita, la pronuncia del latino rimane pur sempre una cosa morta. Le manca quello che il grammatico Diomedes definiva anima uocis». Le manca la cadenza, l’accento, l’intonazione, cioè «quella cosa che si potrà esprimere con note, ma con parole davvero non si descrive». (Giorgio Pasquali, Conversazioni sulla nostra lingua). Riccardo Avallone la pensa allo stesso modo. E infatti avverte: «Il latino non si può tutto portare sulla cattedra, nemmeno sulla cattedra universitaria, senza limitare e senza distinguere, sempre che lo si voglia non solo scientificamente descrivere, ma anche insegnare con la speranza di riprodurre il miracolo di qualche pagina di spirito e di colore romano». (“Antiquitas”, II, Salerno, 1947).
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Informazioni tesi

  Autore: Luigi Castronuovo
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2008-09
  Università: Università degli Studi di Napoli - Federico II
  Facoltà: Lettere
  Corso: Lingue e culture moderne
  Relatore: Francesco Montuori
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 70

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