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Sperimentare l'autoetnografia a teatro. Un percorso di ricerca qualitativa con i Cantieri Meticci a Bologna

Informazioni tesi

  Autore: Matilde Valenti
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2018-19
  Università: Università degli Studi di Padova
  Facoltà: Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia applicata (FSPPA)
  Corso: Culture, formazione e società globale
  Relatore: Annalisa Frisina
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 100

In questo lavoro presento gli intrecci tra razzismo e migrazioni (considerate un fatto sociale totale) in ottica postcoloniale o decoloniale, ovvero contestando l'ordine mondiale coloniale stabilito dagli imperi europei ed occidentali per riportare al centro il soggetto che si sposta, la sua voce, la sua agency e la sua umanità che non deve necessariamente essere incasellata in concetti e teorie prestabilite. A questo proposito mi concentro sulle pratiche quotidiane antirazziste che vanno a decostruire gli stereotipi sullo “straniero” e quindi a normalizzare e legittimare la loro presenza sul territorio italiano.
Mi è sembrato interessante approfondire il tema delle arti performative, in quanto gli immigrati sono stati a lungo considerati esclusivamente come lavoratori e questo li rendeva intrinsecamente poco interessati all’attività politica, come anche alla cultura e alle arti, sia come produttori e artisti che come consumatori.
La mia ricerca qualitativa sul campo infatti prevedeva l'osservazione partecipante ad un laboratorio teatrale tenuto dalla compagnia bolognese Cantieri Meticci che si propone di far acquisire gli strumenti base della recitazione a studenti, artisti, migranti, richiedenti asilo e a chiunque abbia voglia di mettersi in gioco. La restituzione in questa sede è avvenuta sottoforma di autoetnografia, usando uno stile narrativo e presentando la ricerca come un’esperienza incorporata e polisensoriale. Si è cercato di mostrare una contro-narrazione e quindi una riappropriazione dello spazio pubblico, facilitando l’incontro tra persone diverse che vivono una stessa città, in questo senso fare teatro in modo orizzontale e non istituzionale, può essere considerata una pratica politica di resistenza. Una comunità che re-agisce, che non si abbandona alla passività e si oppone alle logiche securitarie neoliberiste che tendono ad omologarci facendoci dimenticare che in realtà siamo tutti frutto di incroci impuri dati dalla lunga storia che ci ha preceduto.

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  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2018-19
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6 Introduzione Questo lavoro nasce dall’osservazione della società che mi circonda e dall’utopica aspirazione che essa possa essere migliorata; infatti, ogni giorno dobbiamo fare i conti con un profondo e dilagante razzismo che si dispiega in un contesto sociale in cui siamo sempre più alienati, soli e passivi di fronte alle crisi politiche, economiche e ambientali in atto. Con l’intento di contrastare questa tendenza, l’idea è stata fin dal primo momento quella di indagare le pratiche quotidiane antirazziste che vanno a decostruire gli stereotipi sullo “straniero” e quindi a normalizzare e legittimare la loro presenza sul territorio italiano. Tra le tante pratiche possibili ho scelto di concentrarmi su quelle artistiche: fare ricerca sociale sull’arte e attraverso l’uso delle arti ha lo scopo di proporre strumenti concettuali in grado di trasformare l’ordinarietà che spesso si presenta come un’unica realtà imperturbabile. In particolare, le arti performative, grazie ad alcune specifiche caratteristiche, possono accompagnare coloro che ne sono coinvolti, sia come attori che spettatori, in un percorso di conoscenza di sé stessi e della cultura nella quale si è immersi. Per indagare i punti d’incontro e i contatti tra arti performative, migrazioni e ricerca sociale ho iniziato a fare osservazione partecipante, che verrà restituita sotto forma di un racconto autoetnografico, frequentando uno dei laboratori teatrali dei Cantieri Meticci, una compagnia che unisce italiani, migranti, richiedenti asilo, rifugiati, bambini, adolescenti, uomini e donne, anziani, e che utilizza il teatro per mescolare persone, idee, storie, lingue e arti. Tra le motivazioni che mi hanno spronato a mettermi in gioco in prima persona c’è, senza dubbio, l’attentato di Macerata del 3 febbraio 2018 quando Luca Traini sparò dalla propria auto in corsa per le strade della città, ferendo sei persone, tutti africani. Questo fatto mi ha particolarmente scosso e mi ha invitato ad iniziare a riflettere su quali siano effettivamente le emergenze sul nostro territorio. La volontà di approfondire la questione mi ha portato a partecipare ad uno Youth Exchange a Macerata chiamato “Ubuntu contro il razzismo”, dove per la prima volta mi sono potuta confrontare sul tema con ragazzi provenienti da altri Paesi e farlo in maniera non convenzionale, né aule, né slides, ma dibattiti, workshop e giochi di ruolo, per scavare in profondità un insieme di tematiche complesse e inseparabili tra loro, quali le migrazioni, l’integrazione, il razzismo, la politica, lo spazio pubblico che non possono limitarsi a teorie astratte o ad analisi costi-

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Parole chiave

migrazioni
ricerca sociale
razzismo
spazio pubblico
inclusione sociale
arti performative
studi postcoloniali
autoetnografia

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