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''Positif'' 1976

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Anteprima della tesi: ''Positif'' 1976, Pagina 7
“Positif” non ha di questi problemi, non ha le mani in pasta, perché non c'è pasta dove voglia 
mettere le mani. E infatti si avventura nelle cinematografie “marginali” in un modo libero, 
curioso,  un po'  anarchico,  mai  con analisi  “a tesi”.  Non è  importante  che l’autore  sia un 
grande autore o no, spesso non importa quasi che il film sia un grande film. È evidente che 
Xala di Ousmane Sembène ha un sacco di pecche, se confrontato a uno Psycho o a un Quarto 
Potere,  ma a che giova un confronto simile? Molto più interessante,  nel  caso del  cinema 
africano,  studiarne  lo  sfondo:  l’Africa,  la  sua gente,  i  suoi  valori  (bellissimo il  saggio di 
Jacques Binet sul concetto di classe nella società africana [R.A. 764]). Come? Per mezzo del 
soggetto, ovviamente. Parlare, per restare nel caso di Sembène, di falsi raccordi o di piani-
sequenza può risultare alquanto fuorviante. E chiedersi se sia o meno un genio una domanda 
oziosa.
Un occhio è sempre rivolto ad est, sia esso estremo (si veda solo il risalto dato a L’impero dei  
sensi di Oshima, altro film-chiave del 1976) o vicino (Forman, Wajda, Polanski). Non c’è 
snobismo,  ciononostante,  nei  confronti  del  cinema  americano.  Anzi,  vengono  valorizzati 
proprio quei registi che al sistema americano si oppongono, che lo contestano, che lo fanno 
vacillare, in maniera più o meno esplicita: Pakula, Scorsese, Altman, Hellman, Pollack etc. A 
tal proposito, molte sono le critiche rivolte al festival di Cannes, che si sforza ostinatamente di 
non  essere  commerciale,  snobbando  ingiustamente  molti  film  leggeri  (“Come  per 
l'inquinamento, o le costruzioni, non ci sono soluzioni: non possono esistere valide alternative 
a  Cannes”  [R.A.  487]).  Quanto  alla  cinematografia  francese,  essa  viene  considerata  e 
valorizzata  non,  scrive  Michel  Ciment,  con  uno  spirito  da  “crocerossini”,  ma  tramite  un 
confronto costante con quella degli altri paesi, senza la compiacenza critica fin troppo diffusa, 
non solo  sui  “Cahiers”.  Osserva  Barthélemy Amengual:  «Il  meglio  della  qualità  francese 
restava per loro - i “Cahiers” - il meglio in assoluto - “Tartruffaut” non aveva ancora tentato 
di soffocarla né di ridicolizzarla»5. Parole dure, polemiche, in bilico tra la ragione e il vanto. 
Comunque sempre  molto politiche,  espressioni di  un tentativo di stanare un nazionalismo 
nascosto, inespresso, coperto da un silenzio politico (almeno iniziale) che “Positif” non ha 
mai approvato. Ci ritorneremo. 
FIERI DELLA NOSTRA INDIPENDENZA
5 TASSONE, A. (a cura di), 2002, La Nouvelle Vague 45 anni dopo, Milano, Editrice Il Castoro.
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''Positif'' 1976

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Informazioni tesi

  Autore: Raffaele Pavoni
  Tipo: Diploma di Laurea
  Anno: 2007-08
  Università: Università degli Studi di Firenze
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Discipline dell'Arte, della Musica e dello Spettacolo
  Relatore: Cristina Jandelli
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 582

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italiano
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