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Il mito di Don Giovanni tra arte e psicanalisi

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3 mani del destino, perderà per sempre la sua innocenza. La sua dannazione non sarà più l’inferno celeste ma quello terreno, rappresentato dalla follia. Non c’è più traccia del libertino demoniaco e sacrilego creato da Tirso De Molina e che rivive per l’ultima volta in Mozart. Da quel momento in poi il personaggio di Don Giovanni acquista un’aura di umanità che si accompagna ad una complessità psicologica via via crescente, e ciò va di pari passo con la graduale scomparsa della dannazione infernale finale, sostituita con una ben più attuale dannazione terrena (come nel caso di Strawinsky sopra citato o nel Don Giovanni di Frisch, condannato ad un’esistenza coniugale monogamica e al concepimento di un figlio) o con un’inaspettata assoluzione come nell’opera di Saramago, oppure con la prosecuzione di un nomadismo eterno come nel romanzo di Handke, in cui l’ospite Don Giovanni si dilegua così com’era apparso, senza che si sappia dove andrà a finire. Se in Saramago è un uomo ormai maturo che siede a tavolino tenendo lui stesso aggiornato il catalogo delle sue conquiste e che troverà la salvezza finale nell’amore di Zerlina, scoprendo una profonda, umana fragilità che mai gli avremmo attribuito, in Handke è più assimilabile ad una presenza eterea, quasi fantasmatica, che appare per breve tempo nella vita del suo ospite e scompare lasciando lui e noi nel dubbio che si sia trattato solo di un sogno. E se durante l’”infanzia” di Don Giovanni la punizione divina era inevitabile, auspicata dai benpensanti e allo stesso tempo carica di nostalgia, in epoca moderna il relativismo ha preso il posto di quella onnipresente, a tratti opprimente religiosità, anche se il misticismo religioso sarà l’ultima ancora di salvezza per il Don Juan di Mérimée e per quello di Lee Vernon, che raccomanda la sua anima alla Vergine delle Sette Spade (anche se in ciò si può ravvisare, a mio parere, l’indiscutibile riferimento all’identità femminile della Vergine nonché alle armi: amore e morte). Il Don Giovanni moderno, rassegnato alla sua stessa storia, è sballottato dal destino come una barchetta in mezzo all’oceano; sembra quasi che lui non voglia davvero proseguire le sue avventure, appare sempre più stanco e disilluso, ma continua ad esistere e a rinverdire il suo mito negli anni, per non deludere le aspettative di un pubblico che non cessa di acclamarlo. Ma perché tutto questo successo è arrivato fino a noi? Perché l’ideale del Don Giovanni incarna quell’erotismo trasgressivo che tutti sognano ma a cui spesso si rinuncia per quieto vivere, preferendo un’esistenza borghese alla pericolosa libertà del gaudente senza regole. Egli concentra in sé tutti i maggiori pregi e difetti dell’umanità; in lui ognuno può vedere ciò che vuole, spaziando attraverso un’ampia gamma di elementi: l’eros, il coraggio, la crudeltà, l’autodistruzione, la libertà, la fuga, il desiderio di esistenze impossibili, la trasgressione, la sfida continua alle autorità e alla morte, la negazione del soprannaturale nel nome di un’incontrovertibile razionalità.
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Il mito di Don Giovanni tra arte e psicanalisi

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Informazioni tesi

  Autore: Esther Maurini
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2006-07
  Università: Università degli Studi Roma Tre
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Scienze dello spettacolo e della produzione multimediale
  Relatore: Giovanni Guanti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 110

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