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Roger Casement - The Amazon Journal

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invece che mantenere una “fanatica” sottomissione ad una lettera talvolta oscura (similmente, benché nella sfera laica, avvenne anche tempo prima, nel IX secolo: Alfredo il Grande diede il via al rinnovamento della cultura proprio tramite le traduzioni, hwilum worde be worde, hwilum andgiet of angiete 20 , seguendo appunto un progetto didattico e morale traducendo quei libri “che tutte le persone dovrebbero conoscere, nella lingua che tutti comprendiamo” 21 ). Per tutto il Rinascimento l’opera del traduttore fu dunque ispirata da un’idea più o meno consapevole di nazionalizzazione, da Dolet (La manière de traduire, 1540) a Du Bellay (Dèfense et illustration de la langue française, 1549), a Wyatt (che nel XVI secolo traduce Petrarca optando per “una resa con un impatto immediato sui lettori del periodo, come se l’opera fosse a loro contemporanea” 22 ), per culminare con John Denham, il quale rese il secondo libro dell’Eneide in una versione talmente avulsa dal testo d’origine (per quanto riguarda la fedeltà alla lettera) che addirittura chiamò “saggio” e a cui decise anche di dare un titolo diverso (The destruction of Troy, An Essay upon the Second Book of Virgils Æneis. Written in the year, 1636). Questo naturalmente non significa che la traduzione letterale fu completamente abbandonata, ci sono anzi numerosi esempi di studiosi che la sostenevano, era però comunque considerata come una “credenza” (Holyday 1635, pp. A5 r -A5 r ; DNB), in opposizione dunque ai “grammatici” i quali si illudono in una “ferulariae superstition”, un “credo trasmesso col bastone (ferula), ossia con la disciplina scolastica: un gioco di parole ideato per un grammatico” 23 . Un atteggiamento di questo tipo, benché possa effettivamente esprimere una certa arroganza o per lo meno la pretesa di aver capito totalmente e veramente il significato dell’opera, implica tuttavia una rivalutazione della figura stessa di traduttore, in quanto di fatto per produrre un’opera che sia “all’altezza” dell’originale è necessario che anche il traduttore abbia dimestichezza con il bello stile e le belle forme della lingua d’arrivo. Quel che in sostanza trapela sembra, in parole povere, che per tradurre una poesia c’è bisogno di un poeta 24 (sempre in opposizione ai “grammatici” o pedanti), o per lo meno di qualcuno dal forte estro creativo, che riesca ad “immaginare in che modo l’autore originale si sarebbe espresso se avesse scritto nella lingua della traduzione” 25 . Benché il concetto possa sembrare a primo impatto uno sforzo evidentemente impossibile (come potremmo immaginare Virgilio nell’Inghilterra del 1600, con tutte le diverse strutture sociali, politiche ed etiche che il cambio comporterebbe? Il rischio di non ottenere altro che una farsa superficiale è alto…), è in generale questa la linea guida per tutta la traduzione moderna e, talvolta, 20“Talvolta parola per parola, talvolta secondo il senso”. 21Alfred, Prefazione alla Pastoral Care di Gregorio, in G.L Brook, An introduction to Old English, Manchester University Press, 1955. 22S. Bassnett, op. cit., p. 83. 23L. Venuti, op. cit., p. 78. 24“Per Schleiermacher il ‘vero traduttore’ è uno scrittore”: L. Venuti, op. cit., p. 143. 25A. F. Tyler, Essay on the principles of translation, a cura di J. F. Huntsman, John Benjamins, 1978. 8
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Informazioni tesi

  Autore: Sabrina Venti
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2017-18
  Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Lingue e letterature moderne euroamericane
  Relatore: Iolanda Plescia
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 290

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