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Latino e italiano attraverso i secoli

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7 IL PASSATO REMOTO ITALIANO Un’antica particella indoeuropea (ì) indicava un luogo, un momento preciso (hic et nunc). Usata con intento espressivo, rafforzativo, divenne desinenza, e come tale si mantiene vitale soprattutto in italiano. La usiamo per creare nuovi plurali (ciellini, juventini). La usiamo per coniugare nuovi verbi al passato remoto. (Io dribblai, io chattai). Qui è rimasta l’unica desinenza disponibile, non essendo ormai piø produttive le altre marche dell’antico preterito indoeuropeo. La “m” del moto a luogo, divenuto accusativo, era assai debole in posizione finale. Sono poche le parole neolatine che ne serbano traccia. (Quien, quem, rien, ren, mon, ton, son). Questa “m” può però mantenersi in posizione mediana (dum interim > domentre > mentre). La particella cum (da *quom), che è prevalentemente proclitica, è molto produttiva sia in latino che in italiano (“con”). In posizione interna, la nasale a volte si perde (quasi, da *quam-si), a volte si mantiene, come in quantus (*quam-to), quandō (*quam-dō), hanc (*ham-ce). Ma vediamo i continuatori italiani. Troviamo quando, quanto, con (e derivati). Troviamo “anche” e “ancora”. L’italiano ancora è infatti un *(ad) hanc hora(m), cioè “a quest’ora”. Il settentrionale anca (molto antico) continua un *hanc quam (horam). Il toscano anche continua un *hancque (Clemente Merlo), a sua volta da *hanc quem (horam). Qui, il maschile quem sarà dovuto ad un incrocio (seriore) con la congiunzione quid (che darà *que e poi che). Infine, l’antico italiano anco (di diffusione interregionale) potrebbe essere una retroformazione di ancora. L’Italia antica tra preistoria e storia Il latino preistorico viene via via a contatto con altre lingue. E i contatti linguistici crescono ancora, quando dalla Val Padana i Latini scendono lungo la penisola, fino al Lazio. Secondo Hermann Hirt, il latino può dirsi quasi una lingua mista. (“Indogermanische Grammatik”). Leggiamo Merlo. «La lingua latina serba tracce numerose, evidenti, delle relazioni che gli abitatori dell’Urbe e delle comunità laziali ebbero, fino da età antichissima, con le genti stanziate nella parte centrale e meridionale della penisola». (Saggi linguistici). Alfonso Traina nota: «Gli stanziamenti latini sul Palatino furono forse sentinelle sul Tevere, là dove l’Isola Tiberina dava facile passaggio dalla riva etrusca a quella latina». Ma gli Etruschi passarono. E presero Roma nel settimo secolo, all’epoca dei Tarquini. Leggenda e toponomastica vanno d’accordo. Si pensi al uicus Tuscus e alla rupe Tarpeia (che è la variante sabina dell’etrusco Tarquinia). E Armando Petrucci ci segnala due iscrizioni etrusche del settimo secolo, scoperte a Roma (sul Campidoglio e a Sant’Omobono). Le tribø dei Ramnes, Titiēnses e Lucĕres hanno nomi etruschi. (Palmer, Varrone). E il nome stesso di Roma sembra di origine etrusca. (Meillet, Marchesi, Alessio). Il nome Italia è invece osco, o forse illirico, da una tribø illirica della Calabria. (Meillet). I Latini apprendono la scrittura dagli Etruschi. All’inizio usano l’alfabeto etrusco, o il greco. La loro lingua è di tipo flessivo (piø sintetica che analitica). E’ una lingua indoeuropea occidentale. E’ assai vicina all’indoeuropeo (ma non tanto vicina quanto il germanico). La piø antica testimonianza scritta, in Italia, è stata datata al 720 avanti Cristo. E’ un’iscrizione in greco, su una coppa trovata nell’isola d’Ischia. (Nicola De Blasi). La fibula praenestina è stata datata al 670 avanti Cristo. (Manios med fefaked Numasioi). L’alfabeto è greco, ma la scrittura è disposta da destra a sinistra, come in etrusco. Come si vede, la desinenza del nominativo (os) non si è ancora oscurata in “us”. La sibilante sonora intervocalica non si è ancora rotacizzata (Numasioi). La marca del dativo (oi < *oei) non si è ancora fusa con la vocale tematica. C’è poi un tratto osco-umbro, fefaked, perfetto raddoppiato. E infatti Preneste può dirsi zona di confine. (Meillet, Goidanich, Palmer). L’accusativo del pronome med presenta una “d” finale, ampiamente attestata. Leonard Palmer nota: «Questa d è di origini oscure. E’ infatti difficile pensare a una confusione tra accusativo e ablativo, o alla sua provenienza dai pronomi neutri». (La “d” dell’ablativo era la marca di un moto da luogo. La “d” dei pronomi neutri continuava un deittico raddoppiato). Antoine Meillet osserva peraltro che questa “d” deve essere il residuo di un’antica particella enclitica rafforzativa.
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Latino e italiano attraverso i secoli

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Informazioni tesi

  Autore: Luigi Castronuovo
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2008-09
  Università: Università degli Studi di Napoli - Federico II
  Facoltà: Lettere
  Corso: Lingue e culture moderne
  Relatore: Francesco Montuori
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 70

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