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Tommaso Landolfi. La pietra lunare

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7 formazione culturale, grazie al clima vivace ed aperto del milieu fiorentino: disertando le aule universitarie, Landolfi si vota alla lettura dei classici della letteratura europea, «prediligendo i romantici, gli autori eccentrici, i decadenti, quelli dalle fosche, torbide atmosfere, i ‘maledetti’» 8 cui sarà in seguito paragonato dalla critica, e stringe amicizia con il futuro teorico dell’ermetismo Carlo Bo, nonché con Renato Poggioli e Leone Traverso, che catalizzano il suo interesse per gli autori russi e tedeschi. A Firenze matura anche la smodata passione per il gioco d’azzardo che si affiancherà d’ora in poi a quella per la scrittura, portandolo a sperperare i lauti mensili inviatigli dal padre e a contrarre continui debiti. Terreno di una seppur illusoria possibilità di fuga dalle costrizioni della realtà, luogo in cui tentare di attingere l’agognata dimensione del caso e abbandonarsi alla «perdita di sé, come unica vincita possibile» 9 , il gioco acquista agli occhi dello scrittore significative tangenze con l’attività letteraria e sarà oggetto di profonde riflessioni, venendo a rivestire una posizione centrale nel suo sistema di pensiero. Negli anni dell’università Landolfi si cimenta inoltre nelle prime traduzioni (da Poe, Baudelaire e Jammes) e trascorre a Pico i lunghi periodi estivi dedicandosi alla caccia e abbozzando racconti: il 1930 segna così il suo esordio artistico, con la pubblicazione di Maria Giuseppa sulla giovane rivista «Vigilie Letterarie». Nonostante la poca costanza negli studi, nel novembre del 1932 Landolfi si laurea in letteratura russa con una brillante tesi sulla poetessa acmeista Anna Achmatova, che gli procura il massimo dei voti. Dopo un soggiorno in Germania e la leva militare a Palermo, presto interrotta grazie alle pressioni esercitate dal padre, alla metà degli anni trenta ha inizio la lunga serie di collaborazioni critiche con periodici letterari che, assieme all’attività di traduzione, costituirà una parte non marginale della sua vicenda intellettuale. Scrive così vari saggi su autori russi per «Occidente» e «L’Italia Letteraria» di Armando Ghelardini, su cui pubblica inoltre il racconto Dialogo dei massimi sistemi, inaugurando la strategia mai abbandonata di affidarsi alle pagine delle riviste prima di raccogliere in volume le proprie opere. Tra il 1935 e il 1936 i suoi studi puškiniani lo portano dapprima a Londra e poi alla volta di Praga, che però non riesce a raggiungere a causa delle crescenti tensioni politiche tra i paesi europei: fermato alla frontiera austriaca, decide di ripiegare su Padova, dove può contare sulla disponibilità dello slavista Ettore Lo Gatto. La prima raccolta di racconti, edita dai fratelli Parenti a Firenze nel marzo del 1937 e intitolata Dialogo dei massimi sistemi, mostra già al massimo grado di maturità la cifra stilistica eccentrica, la ricchezza di estro creativo e il ventaglio di temi e motivi che costelleranno tutta l’opera di Landolfi: in particolare, oltre ad uno spiccato gusto per l’assurdo, lo straniante e l’unheimlich veicolati dalla centralità assegnata alla natura altra di animali e bestiole repellenti, nonché ai deliri fobico-maniacali di 8 I. Landolfi nella dettagliata biografia in apertura a T. Landolfi, Opere I (1937-1959), cit., pp. XXI-LXVI, qui p. XXXVI. 9 I. Calvino, L’esattezza e il caso, cit., p. 417.
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Tommaso Landolfi. La pietra lunare

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Informazioni tesi

  Autore: Andrea Termini
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2016-17
  Università: Università degli Studi di Milano
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Lettere
  Relatore: Mauro Giacomo Novelli
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 58

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