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Attorialità e divismo nell'Italia contemporanea: il caso di Pierfrancesco Favino

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 Questi pregiudizi cominciano ad affievolirsi, sebbene come abbiamo visto non siano 
ancora scomparsi, quando, nel 1988, James Naremore pubblica Acting in the cinema. 
All’interno di quest’opera l’autore analizza la recitazione di diversi attori in epoche 
differenti, tra cui Marlene Dietrich nel film Marocco, James Cagne in Gli angeli con la 
faccia sporca, Katharine Hepburn in Incantesimo e ancora Marlon Brando in Fronte del 
porto. Tramite il suo lavoro Naremore dimostra che anche la recitazione cinematografica 
può essere complessa, e dimostra come gli attori usino numerose tecniche espressive molto 
efficaci, sfatando il mito che fossero scelti solamente per il loro aspetto fisico
8
. Un’analisi 
della recitazione cinematografica è quindi possibile. Ma dobbiamo prima darle la giusta 
importanza, senza metterla sempre in secondo piano rispetto al regista, alla macchina da 
presa o al montaggio. Proviamo a sfatare questi pregiudizi, affrontandoli uno ad uno.  
 
1.1.1. L’attore e il regista: 
Il film è solitamente considerato come un’opera del regista. È il regista, infatti, colui che 
decide e coordina tutto il lavoro della troupe. L’attore stesso lo considera come il principale 
riscontro del suo lavoro. La relazione regista-attore è dunque fondamentale nella creazione 
di un film, tanto che gli attori spesso risultano più o meno soddisfatti del loro lavoro in base 
al rapporto che si sviluppa con il regista
9
. 
 Questa figura può effettivamente far diventare l’attore come una marionetta nelle sue 
mani, farlo muovere e parlare come vuole. Ma non è la norma. Dipende infatti dal suo modo 
di lavorare, dal rapporto che ha con l’attore, dalle sue esigenze artistiche. Prendiamo due 
esempi che sono l’uno l’opposto dell’altro.  
 Michelangelo Antonioni utilizzava una “estetica della negazione”. Lui limitava 
severamente i gesti, le espressioni dei suoi attori, persino i dialoghi, poiché non voleva far 
capire così facilmente al pubblico ciò che il personaggio provava dentro di sé. In questo 
modo gli attori diventavano per lui quasi degli elementi grafici
10
, tanto che nei suoi film 
vediamo gli attori quasi nascosti dagli oggetti o dagli arredi. Tenendo sempre a mente la 
corrente artistica nella quale si inserisce Antonioni, si può notare come nei suoi film il 
regista voglia raggiungere la massima naturalezza lavorando sul togliere invece che 
                                                                                                                                                                                                 
7
 C. Baron, S. M. Carnicke, op. cit. pp. 11, 12. 
8
 Ibidem, op. cit. p. 12. 
9
 Sharon Marie Carnicke “Screen performance and director’s visions”, Cynthia Baron, Diane Carson, Frank Tomasulo 
(a cura di), More than a method, Wayne State University Press, 2004, p. 42.

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Informazioni tesi

  Autore: Paola Pitzus
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2018-19
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Cinema, televisione e produzione multimediale
  Relatore: Sara Pesce
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 140

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Parole chiave

divismo
attorialità
favino
divo
attori italiani
analisi recitazione

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