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Dall’alienismo alla risocializzazione: il trattamento del folle reo tra riforme parziali e criticità oggettive

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Obiettivo di questo elaborato è ricostruire il trattamento che la società normale ha riservato 
alla follia criminale che, in passato, era considerata alla stregua di qualsiasi altra devianza per 
assumere, oggi, le connotazioni una peculiare malattia psichica, il cui portatore non è più un 
individuo alienato dal resto del mondo ma una parte sofferente di esso. 
 
Pertanto nel primo capitolo concentreremo la nostra attenzione su questo cambio visionale, al 
quale si deve la nascita di apposite istituzioni dedite allo studio degli alienati, che si 
concretizzerà su un doppio versante: da un lato la contenzione del pericolo, dall’altra il suo 
superamento, dato dalla possibilità di guarigione. Questo secondo obiettivo si rende 
necessario quando illustri uomini di scienza iniziarono a definire la follia come una malattia 
organica, per la quale l’individuo in sé non ha colpa, ma dalla quale è comunque necessario 
difendersi, al fine di evitare un’epidemia. Questa esigenza di tutela è resa esplicita quando la 
follia si incrocia con la criminalità: un individuo privo di razionalità o meglio, dotato di una 
razionalità alterata, non può essere lasciato libero di manifestare i propri istinti, dai quali 
derivano azioni non solo bizzarre, ma anche criminali, ovvero attentatrici dell’ordine sociale. 
Il rischio di criminalità legato alla follia emerge come insicurezza dominante in tutta l’Europa, 
dal medioevo al secolo dei lumi, sicché prioritaria divenne l’elaborazione di una strategia 
neutralizzante. Questa venne individuata quando le idee di Pinel, padre della Psichiatria 
classica, entrano in contatto con quelle di Lombroso, fondatore della criminologia: nasce il 
manicomio criminale. 
 
Nel primo capitolo analizzeremo i presupposti teorici che hanno costituito la base del 
trattamento riservato dalle nostre società al folle reo non imputabile per vizio di mente. La 
non imputabilità implica l’impossibilità di rimproverare un soggetto incapace di intendere e 
volere, il quale appare non responsabile per le proprie azioni. Sebbene non cosciente dei gesti 
compiuti, o seppur cosciente ma impossibilitato ad agire altrimenti, per cause indipendenti 
alla propria volontà, tali individui non possono essere lasciati liberi in funzione della loro 
pericolosità sociale, derivante – appunto – dalla mancanza di autocontrollo che presentano, 
seppur giustifichiamo quest’ultima attraverso il nome di malattia. Ci addentreremo, dunque, 
tra i poli della responsabilità e della colpa, cercando di ricostruire in che misura questi siano 
da ritenersi presenti in una persona affetta da malattia mentale e, soprattutto, quanto 
l’infermità sia capace di influenzare il comportamento umano per stabilire, alla luce delle 
considerazioni fatte, quale sia il trattamento penale da riservare al criminale reso tale dalla 
malattia. La presenza di un’alterazione psichica, infatti, non indica sempre l’assenza di 
colpevolezza, poiché in alcuni casi l’individuo può conservare un proprio margine di scelta, 
qualora questa non attacchi la sua capacità volitiva in maniera assoluta. È pertanto necessario 
effettuare un accertamento sulla colpa che l’individuo ha rispetto al reato compiuto, al fine di 
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Informazioni tesi

  Autore: Samuela De Luca
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2017-18
  Università: Università degli Studi della Calabria
  Facoltà: Scienze Politiche e Sociali
  Corso: Scienze delle Politiche e dei Servizi sociali
  Relatore: G. M. Patrizia  Surace
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 157

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Parole chiave

imputabilità
malattia mentale
penale
psichiatria
misure di sicurezza
pericolosità sociale
ospedale psichiatrico giudiziario
perizia psichiatrica
vizio di mente
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