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Dall’alienismo alla risocializzazione: il trattamento del folle reo tra riforme parziali e criticità oggettive

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giurisprudenziale, ovvero elemento da ritenersi sempre presente nel caso di infermità psichica, 
diventerà una qualità solo eventuale e non necessaria della persona mentalmente inferma, la 
cui presenza richiede un accertamento concreto, caso per caso, dal quale dovrà 
necessariamente discendere un trattamento individualizzato per il folle reo, che non guardi 
solo alle istanze di tutela della società ma si basi sulla possibilità di cura e reinserimento 
sociale di cui quest’ultimo diviene meritevole o, meglio – con l’affermarsi dei diritti 
costituzionali – detentore. 
 
La misura di sicurezza ideata per contenere la pericolosità del folle reo è, come abbiamo 
affermato, il manicomio criminale. Pertanto, nel secondo capitolo concentreremo la nostra 
attenzione all’analisi di questo istituto, ripercorrendone l’evoluzione dall’instaurazione 
iniziale al suo definitivo superamento. L’istituzione manicomiale italiana restò in vigore per 
più di sessant’anni, conservando intatta la sua forma originale. Solo in periodi recenti la 
necessità di riformare il sistema delle misure di sicurezza ad esso legate è divenuta 
improrogabile. 
 
Il folle è da sempre vittima di azioni segreganti ma tale segregazione ha assunto nel corso 
della storia forme differenti, pertanto proveremo ad analizzarle in relazione ai criteri adottati 
per giustificarle. La necessità di separare gli individui mentalmente infermi da tutti gli altri 
devianti si fece evidente quando la follia venne associata al concetto di malattia, che portò 
alienisti e politici a collaborare nell’ideazione di una struttura appositamente dedicata a scopi 
di contenzione ma anche di cura. Il secondo capitolo si apre dunque in questo modo, offrendo 
un primo sguardo alla legislazione che inizialmente autorizzò la nascita di una simile 
istituzione. Ciò avvenne con il codice Zanardelli che, adottando un’ottica liberale, prevedeva 
la possibilità di curare l’anomalia mentale in manicomio senza nessuna presunzione di 
pericolosità, sebbene questo fosse un elemento essenziale per stabilire l’esecuzione del 
ricovero. Alla sua istituzione il manicomio risultava ancora privo di una disciplina legislativa 
che ne organizzasse, in maniera ufficiale, il funzionamento. A ciò si pose rimedio nel 1904, 
quando vennero promulgate le prime leggi sugli alienati e i manicomi, mediante le quali si 
ufficializzò la prevalenza delle istanze securitarie rispetto alle necessità di cura dei pazienti. 
Sulla stessa linea restò poi il codice Rocco del 1930, mediante il quale malattia mentale e 
pericolosità sociale diventano elementi inseparabili, essendo la seconda considerata come una 
conseguenza diretta ed inevitabile dell’infermità psichica. Viene così a generarsi una Terza 
Scuola, che ingloba in sé le idee della scuola Positiva e di quella Classica. Da questo 
momento in poi, il destino dell’autore di reato verrà stabilito in base al giudizio di 
imputabilità: il soggetto imputabile sconterà la pena, seguendo l’ottica retributiva promossa 
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Informazioni tesi

  Autore: Samuela De Luca
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2017-18
  Università: Università degli Studi della Calabria
  Facoltà: Scienze Politiche e Sociali
  Corso: Scienze delle Politiche e dei Servizi sociali
  Relatore: G. M. Patrizia  Surace
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 157

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Parole chiave

imputabilità
malattia mentale
penale
psichiatria
misure di sicurezza
pericolosità sociale
ospedale psichiatrico giudiziario
perizia psichiatrica
vizio di mente
rems

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