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Il gioco come strumento di comunicazione tra l'adulto e il bambino

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Anteprima della tesi: Il gioco come strumento di comunicazione tra l'adulto e il bambino, Pagina 3
1.1  Natura e significato del gioco come fenomeno culturale 
Il gioco è più antico della cultura, poiché il concetto di cultura presuppone una qualche 
forma di convivenza umana, ma il gioco è presente anche nel mondo animale, nel quale non è stato 
introdotto dall’uomo. Gli animali non hanno dovuto attendere che l’uomo insegnasse loro a giocare. 
Basta osservare i cuccioli ruzzare per vedere i tratti fondamentali del fenomeno che condividono 
con l’uomo: 
1) si invitano al gioco con gesti e atteggiamenti cerimoniosi; 
2) osservano la regola che non si deve mordere a sangue l’orecchio del compagno; 
3) fingono di essere arrabbiatissimi. 
Comportandosi in questo modo «provano evidentemente in massimo grado piacere o gusto» 
(Huizinga 2002 , 5), ma questa non è che la forma più semplice del gioco animale, ve ne sono altre 
che assomigliano a vere e proprie gare o addirittura a rappresentazioni per spettatori. 
Già nelle sue forme più semplici e nella vita animale il gioco è qualcosa di più di un fenomeno 
puramente fisiologico e una reazione psichica fisiologicamente determinata. Il gioco come tale 
oltrepassa i limiti dell’attività puramente biologica; è una funzione che contiene un senso. Nel gioco 
è presente qualcosa che oltrepassa l’immediato istinto al mantenimento della vita, che rivela un 
senso. 
Se chiamiamo spirituale il principio attivo che dà al gioco la sua essenza, allora diciamo troppo; se 
lo chiamiamo istinto non diciamo nulla. Comunque lo si voglia considerare, il gioco rivela 
inequivocabilmente un’«intenzione», un elemento immateriale nella sua natura. 
La psicologia e la fisiologia hanno tentato di definire la natura e il significato, l’origine e la 
base del gioco di volta in volta come: 
1) esercizio per liberarsi dell’eccedenza (del superfluo) di forza vitale; 
2) gusto innato di imitazione; 
3) soddisfazione del bisogno di rilassamento; 
4) esercizio preparatorio alla grave operosità della vita; 
5) allenamento all’autocontrollo; 
6) risposta al bisogno di causare e di essere capaci di qualche cosa; 
7) ansia di dominio sugli o di concorrere con gli altri membri del gruppo; 
8) evacuazione di istinti nocivi; 
9) appagamento, attraverso la finzione, di desideri inappagabili (e in quanto tale, capace di 
conservare il senso della personalità). 
Tutte queste spiegazioni hanno in comune la supposizione che il gioco avvenga in funzione 
di un’altra cosa (nel suo significato teleologico-oggettivo), dotata di utilità biologica. Le risposte 
sono tutte accettabili, ne consegue per Huizinga che sono tutte parziali. Se una di esse fosse 
definitiva dovrebbe escludere le altre (essenzialismo). Nessuna affronta il problema di cosa sia il 
gioco in sé e della sua «qualità profondamente estetica». L’intensità del gioco non è spiegata da 
nessuna di queste interpretazioni, sebbene proprio nella sua «facoltà di far delirare, sta la sua 
essenza, la sua qualità». 
Il «gusto» del gioco resiste a ogni analisi o interpretazione logica. Questa sua qualità 
irriducibile non è per la nostra sensibilità linguistica moderna, espressa in nessuna lingua così 
perspicuamente come nell’inglese fun, recente nell’uso comune. Più o meno vi corrisponde in 
tedesco spass , preso insieme a witz . Il francese, fatto curioso, non ha un equivalente per tale 
nozione. Nel gioco abbiamo a che fare con una categoria di vita assolutamente primaria, con una 
5

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Informazioni tesi

  Autore: Nicola Verrini
  Tipo: Laurea I ciclo (triennale)
  Anno: 2007-08
  Università: Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia
  Facoltà: Scienze della Comunicazione
  Corso: Scienze della comunicazione
  Relatore: Stefano Calabrese
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 50

FAQ

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