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La Funzione Riflessiva - Una rassegna della letteratura tra costrutto e utilità terapeutica

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1990; Moses e Flavell, 1990; Perner, Leekam e Wimmer, 1987, cit. in Camaioni, 2003), mentre 
sono  stati  individuati  alcuni  precursori  di  questa  capacità  di  comprensione  della  mente.  In 
particolare, verso i 12-13 mesi i bambini sembrano in grado di distinguere le espressioni facciali 
emotive e di regolare l’azione in base alle reazioni emotive della madre; a 2-3 anni comprendono 
stati mentali non epistemici (desideri, emozioni, intenzioni) e sanno fare “giochi di finzione”(ad 
esempio,  capiscono  che  “per  finta”  una  banana  può  essere  usata  come  se  fosse  un  telefono). 
Secondo alcuni  autori,  come Fodor  e Leslie  (Camaioni,  2003),  questi  segnali  rappresentano un 
indice della natura innata di una Teoria della Mente che porterebbe ad ipotizzare la presenza di un 
modulo mentale che è predisposto proprio alla comprensione della mente, al contrario altri studiosi, 
come Karmiloff-Smith  (ibid.),  ne  negano l’esistenza.  Perner  invece spiega  la  ragione per  cui  i 
bambini  di  3  anni  sappiano capire  la  finzione,  ma falliscano nel  compito  della  falsa  credenza, 
ritenendo che essi sono in grado di rappresentarsi che una cosa “sta per”, ma non possiedono ancora 
la rappresentazione della rappresentazione (metarappresentazione). 
  All’incirca negli stessi anni, altri autori come Wellman e Bretherton, cominciavano ad indagare la 
comprensione dei termini mentali (es. volere, desiderare, pensare, credere) da parte del bambino 
indicandola come una componente importante nello sviluppo di una teoria della mente.
  Il concetto di Teoria della Mente (legato ad un’ottica evolutiva), ovvero la capacità di attribuire a 
se stessi e agli altri stati mentali come intenzioni, desideri, credenze e l’utilizzo di tale conoscenza 
per  prevedere  il  comportamento  proprio  e  altrui,  si  lega  al  concetto  di  Funzione  Riflessiva 
(utilizzato  nell’ambito  della  teoria  dell’attaccamento),  inteso  come  quell’insieme  di  “processi 
psicologici sottostanti la capacità di mentalizzare” (Fonagy et al., 1997), e al concetto più ampio di 
“metacognizione”. 
  Il primo a dare una definizione di “metacognizione” è stato Flavell (1979, cit. in Caviglia,  2005), 
il quale la definisce come ogni conoscenza e attività cognitiva che ha come oggetto ogni aspetto di 
qualsiasi impresa cognitiva, sottolineando la conoscenza dei propri processi cognitivi e la possibilità 
di  utilizzarla  per poterli  controllare.  L’autore distingue tra “processi  metacognitivi  di  controllo” 
(funzionamento cognitivo) e “conoscenza metacognitiva” (o metaconoscenza, le riflessioni che un 
individuo sviluppa sul proprio funzionamento cognitivo), analizzando alcuni “postulati base” che 
nel corso dello sviluppo del bambino porterebbero all’organizzazione di una teoria della mente. Tali 
postulati sono:
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Informazioni tesi

  Autore: Vito Lamontanara
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2006-07
  Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Facoltà: Psicologia
  Corso: Scienze psicologiche
  Relatore: Vittorio Lingiardi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 50

FAQ

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Parole chiave

disturbo borderline di personalità
funzione riflessiva
mentalizzazione
metacognizione
monitoraggio metacognitivo
processo/esito
psicoterapia

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