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La pragmatica musicale nella comunicazione liturgica dopo il Concilio Vaticano II. Cum musica fit sacra.

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Anteprima della tesi: La pragmatica musicale nella comunicazione liturgica dopo il Concilio Vaticano II. Cum musica fit sacra., Pagina 13
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considerazione della musica rendeva inconcepibile porre limiti o freni, indicazioni 
precise, alla libertà romantica del genio ‘ispirato’ del compositore. La liturgia divenne 
nell’Ottocento casa e contenitore della musica che veniva dalla cultura del tempo, ospite 
di linguaggi che la Chiesa si troverà presto a disconoscere come custodi del sacro 
cristiano, e a sanzionare invece come derive di un musicale che, lungi dall’essere a 
servizio della celebrazione, la saturava, distogliendo dal motivo di preghiera delle 
cerimonie religiose. Non erano mancati alcuni tentativi di riforma
16
. Tuttavia la situazione 
musicale della liturgia rimase desolante, tanto da suscitare i commenti scandalizzati di 
grandi musicisti
17
. La concezione romantica di una sacralità intrinseca della musica come 
espressione del Bello si fece veicolo di una sempre più generalizzata e diffusa ambiguità 
di fondo nel dibattito sulla musica “di chiesa”
18
. 
Come arrivare a una soluzione ultima e chiara che risponda alla pluralità delle esperienze 
percettive di un’assemblea variegata, nel momento celebrativo? Questa domanda 
 
16
 Tra i più significativi è da ricordare già il Sinodo di Pistoia convocato da Leopoldo II il 26 gennaio 1786. 
Fu uno dei più significativi tentativi di riforma liturgica nel periodo post-tridentino, con molte istanze 
successivamente raccolte dal Vaticano II: partecipazione attiva dei fedeli, altare unico, significato ecclesiale 
della preghiera cultuale, lingua volgare per la comprensione del popolo, riforma del breviario e del messale, 
manuale per il popolo per seguire la messa, con salmi e inni con testi comprensibili e cantabili con dignità 
dai fedeli. La lontananza di molti uomini della Curia Romana dalla comprensione di un movimento 
liturgico, e la paura di toccare la liturgia come pericolo di intaccare il dogma, portò alla condanna del sinodo 
con la bolla Auctorem Fidei di Pio VI del 28 ottobre 1794. Cfr. E. CATTANEO, Il culto cristiano in 
Occidente. Note storiche, C.L.V. – Edizioni Liturgiche, Roma, 2003 (Bibliotheca Ephemerides Liturgicae. 
Subsidia, 13, a cura di A. PISTOIA e A.M. TRIACCA), p. 435-451. Non può non essere ricordata in questa 
sede l’enciclica Annus Qui di Benedetto XIV, scritta poco prima in vista del giubileo del 1750 e resa 
pubblica il 19 febbraio 1749, che offrì quelli che rimasero anche successivamente i criteri più chiari, nel 
contesto di un richiamo all’ordine contro gli abusi nel panorama sonoro delle celebrazioni di chiesa. Questa 
enciclica, «la migliore sull’argomento di tutta la storia della chiesa» (V. SANSON, La musica nella liturgia. 
Note storiche e proposte operative. Edizioni Messaggero, Padova, 2002, p. 185), un vero «codice giuridico 
della musica sacra» (F. RAINOLDI, Traditio Canendi. Appunti per una storia dei riti cristiani cantati, C.L.V. 
– Edizioni Liturgiche, Roma, 2000 (Bibliotheca Ephemerides Liturgicae. Subsidia, 106, a cura di A. Pistoia 
e A.M. Triacca), p. 769), aveva come obiettivo quello di rispondere ai vari abusi che si perpetuavano nelle 
chiese, secondo il criterio della ‘convenienza’. Secondo Rainoldi, «il criterio della ‘convenienza’ fa da filo 
conduttore ed è applicato ai vari ambiti della realtà ecclesiastica: il luogo: la musica che si fa in chiesa deve 
denotare per sua natura la sede in cui si svolge, ben diversa dal teatro; i riti: abbisognano di un canto non 
profano, non mondano, cioè non teatrale; non i parla esplicitamente né di “sacro”, né di canto liturgico; il 
testo: deve essere comprensibile in sé e non prestarsi, come in teatro, al prevalente godimento degli artifici 
musicali e delle belle voci». Cfr. F. RAINOLDI, Traditio Canendi. Op. cit., p. 770. 
17
 Charles Gounod, ad esempio, così parlava della musica liturgica da lui ascoltata nel suo soggiorno 
romano tra il 1840 e il 1842: «Fuori dalla Cappella Sistina e dell’altra dei Canonici di San Pietro, la musica 
ecclesiastica era esecrabile. Non si può immaginare un insieme simile di sconvenienze, di cui faceva pompa 
in tali luoghi in onore di Dio. Tutti gli orpelli della musica profana passavano sui cavalletti di quelle 
mascherate religiose». Cfr. V. SANSON, La musica nella liturgia, op. cit., p. 187. 
18
 Come scrive Virginio Sanson, «evidentemente non era sufficiente protestare e proibire; il difficile era 
ripensare la funzione e le caratteristiche stilistiche dell’arte musicale nell’ideale di una sua feconda simbiosi 
con il rito cristiano»
 
(cfr. V. SANSON, La musica nella liturgia, op. cit., p. 188). Tant’è vero che si dovrà 
attendere il 1860, con il III concilio provinciale di Colonia, per trovare per la prima volta in un documento 
ecclesiastico il termine musica sacra quasi in senso tecnico ad indicare un repertorio pensato come 
teoricamente delineato, Cfr. F. RAINOLDI, Sul panorama sonoro della liturgia, op. cit. p. 449.

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Informazioni tesi

  Autore: Edoardo Marengo
  Tipo: Laurea II ciclo (magistrale o specialistica)
  Anno: 2018-19
  Università: Istituto Liturgia Pastorale S. Giustina - Padova
  Facoltà: Teologia
  Corso: Liturgia Pastorale
  Relatore: Roberto Tagliaferri
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 230

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