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La pragmatica musicale nella comunicazione liturgica dopo il Concilio Vaticano II. Cum musica fit sacra.

Informazioni tesi

  Autore: Edoardo Marengo
  Tipo: Laurea II ciclo (magistrale o specialistica)
  Anno: 2018-19
  Università: Istituto Liturgia Pastorale S. Giustina - Padova
  Facoltà: Teologia
  Corso: Liturgia Pastorale
  Relatore: Roberto Tagliaferri
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 230

L’idea che sottende a questo scritto è contribuire alla presa di consapevolezza di un ritardo nella comprensione pastorale del linguaggio musicale come pragmatica epistemologica fondamentale per l’efficacia sacramentale del momento celebrativo, nel tessuto delle dinamiche dialogiche tra l’uomo e Dio che il rito dischiude. Tra i linguaggi estetici, sin dall’antichità quello musicale è quello ritenuto come il più connaturale al comunicarsi del divino, per l’intrinseca qualità liminale delle sue dinamiche e dei rapporti che lo costituiscono come linguaggio dell’eccedenza e, per questo, come forma espressiva privilegiata per aprire l’accesso a ciò che trascende l’essere umano. Tuttavia, nelle nostre comunità come nelle commissioni di musica sacra, si discute ancora troppo su quali canti fare, più che su quali dinamiche una certa musica mette in campo nella celebrazione liturgica. Il disorientamento nasce dalla difficoltà di individuare uno statuto definitivo per l’arte musicale del rito, che rispetti gli equilibri fra tradizione e adattamento, contenuto teologico e cultura, oggettività della rivelazione e soggettività della percezione (dell’oggetto della rivelazione), mediazione e immediatezza nel sentimento del sacro. Il Concilio Vaticano II apre una strada che incide fortemente sulla necessità di rivedere le forme dell’annuncio, soprattutto rituali, della fede, e dunque i linguaggi e le coordinate di una espressione del rapporto col divino quanto mai ricca e variegata, quanto ricca è la tavolozza dei colori dell’esperienza umana. Così dagli anni ‘70 nel contesto ordinario delle nostre celebrazioni si può trovare di tutto nello stesso tempo, dal brano classico alla canzoncina pop, dal canto gregoriano a cappella alla musica con accompagnamento elettronico, all’assenza del musicale, avvertito come accessorio. Se la varietà delle scelte è opportuna e giustificata dalla necessità di venire incontro alle esigenze di un’assemblea liturgica sempre differente (talvolta disgregata in specifici gruppi e fasce di età di fanciulli, di giovani, di anziani, di famiglie, di scout...), e dunque dal compito della regia celebrativa di tenere presente la concretezza del popolo di Dio, occorre tuttavia ricercare (e una volta trovate salvaguardare) quelle che sono le conditiones sine qua non di una autentica efficacia (espressiva e quindi sacramentale) rituale. La presente ricerca si propone di mostrare come la musica sia parte integrante del rito al punto tale da essere identificata attraverso l’esperienza del ritmo (esperienza connaturale sia alla musica che al rito). Essa non è un elemento secondario della celebrazione che si possa tralasciare, ma la sua presenza imprescindibile nel rito è legata alla sua efficacia teologale, per la sua capacità di incidere, con le sue dinamiche, nel profondo del sentimento originario del sacro, rendendo il rito gioioso e desiderabile, vitale ed efficace. L’ambito di questo studio è la musica del rito e per il rito, per indagare quale musica sia quella realmente liturgica. Una volta precisata la musica nel contesto performativo del rito delineando alcuni tratti per una essenziale fenomenologia del rito in riferimento alla musica, verranno delineati gli scenari aperti dalla musica rituale per il suo decisivo valore simbolico. Fondamentale è riconoscere le condizioni imprescindibili della musica come rito. Essa mette infatti in campo un tipo di comunicazione che è quella di cui vive l’azione rituale, dal momento che chiama in causa il sacro, per rispettarne lo statuto non può essere tradotta in parole e concetti. La dinamica di rivelazione si gioca sempre all’interno dello spazio personale di chi partecipa al rito, in maniera mai anticipabile. La dia-logica del rito non è la logica dell’utile e del calcolo, ma lo spazio in cui può farsi strada la luce dell’inatteso. Proprio questa capacità, che il musicale custodisce, di condurre l’uomo a una sorta di ‘svuotamento’ contenutistico che lascia spazio all’emozione, permette l’apertura a una dimensione liminale e fa sì che la musica possa essere una modalità dell’accadere dell’esperienza originaria del sacro. È qui che diventa possibile parlare dell’efficacia sacramentale della musica per il rito.

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  Autore: Edoardo Marengo
  Tipo: Laurea II ciclo (magistrale o specialistica)
  Anno: 2018-19
  Università: Istituto Liturgia Pastorale S. Giustina - Padova
  Facoltà: Teologia
  Corso: Liturgia Pastorale
  Relatore: Roberto Tagliaferri
  Lingua: Italiano
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26 INTRODUZIONE L’idea che sottende a questo scritto è contribuire alla denuncia di un ritardo nella comprensione pastorale del linguaggio musicale come pragmatica epistemologica fondamentale per l’efficacia sacramentale del momento celebrativo, nel tessuto delle dinamiche dialogiche tra l’uomo e Dio che il rito dischiude. Tra i linguaggi estetici, sin dall’antichità quello musicale è forse quello ritenuto come il più connaturale al comunicarsi del divino, per l’intrinseca qualità liminale delle sue dinamiche e dei rapporti che lo costituiscono come linguaggio dell’eccedenza e, per questo, come forma espressiva privilegiata per aprire l’accesso a ciò che trascende l’essere umano. Tuttavia, nelle nostre comunità come nelle commissioni di musica sacra, si discute ancora troppo su quali canti fare, più che su quali dinamiche una certa musica mette in campo nella celebrazione liturgica. Il disorientamento nasce dalla difficoltà di individuare uno statuto definitivo per l’arte musicale del rito, che rispetti gli equilibri fra tradizione e adattamento, contenuto teologico e cultura, oggettività della rivelazione e soggettività della percezione (dell’oggetto della rivelazione), mediazione e immediatezza nel sentimento del sacro. La vicenda storica che ci precede e che trova nel Concilio Vaticano II il nodo fondamentale a cui deve guardare ogni riflessione autentica sulla musica nella liturgia, è vasta e disgregata nei toni e nelle scelte. A partire dall’alto medioevo ad almeno tutto l’Ottocento, la Chiesa ha trascurato, a livello teorico e dandolo per forse per scontato o presupposto, il tema dell’incontro con le culture, con i popoli, dell’annuncio di una fede che da sempre nasce e si diffonde solo come “inculturata”, incarnata nelle vicende del mondo. La nascita della romanitas christiana, di una cristianità come cifra globale della società occidentale, ha contribuito a creare l’illusione di un unico modello (di fede, di annuncio, di linguaggio) che trova nella tradizione il sigillo di un’auctoritas dogmatica e indiscutibile, a sancire quale sia non solo la vera fede, ma anche il vero linguaggio della fede, la vera arte, la vera musica, la vera devotio, sostituendo alla coscienza personale una figura univoca, chiara e certa, del vero sentire cristiano. Il pensare le forme della fede cristiana come un unico modello è un’illusione fallimentare che non può condurre ad altro che una visione ideologica e cristallizzata dell’esperienza religiosa. La fede è una relazione viva e dinamica già genealogicamente, essendo originariamente e sempre implicata la libertà umana nell’articolazione con l’interpellarci della verità. Se la verità si è fatta carne, allora anche la fede e i suoi linguaggi devono non solo necessariamente

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