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La pragmatica musicale nella comunicazione liturgica dopo il Concilio Vaticano II. Cum musica fit sacra.

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Anteprima della tesi: La pragmatica musicale nella comunicazione liturgica dopo il Concilio Vaticano II. Cum musica fit sacra., Pagina 4
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senza la loro componente musicale (cosa che peraltro capita ogni volta che si recita l’inno 
del Gloria in una celebrazione festiva
2
).   
La presente ricerca si propone di mostrare come la musica sia parte integrante del rito al 
punto tale da essere identificata con esso attraverso l’esperienza del ritmo (esperienza 
connaturale sia alla musica che al rito). Essa non è quindi un elemento secondario della 
celebrazione che si possa tralasciare, ma la sua presenza imprescindibile nel rito è legata 
alla sua efficacia teologale, per la sua capacità di incidere, con le sue dinamiche, nel 
profondo del sentimento originario del sacro, rendendo il rito gioioso e desiderabile, vitale 
ed efficace. L’ambito del nostro studio è la musica del rito e per il rito, per indagare quale 
musica sia quella realmente liturgica. 
La musica è testo, ma nel testo non si può esaurire, perché nella sua fisiologica dinamica 
ritmica originaria la musica è innanzitutto vita. E questa potenza della musica è nota 
all’uomo da sempre, sin dall’inizio della cultura, quando in un suono, un grido o un 
movimento musicale, i miti più antichi indicavano la dinamica originaria del primo vagito 
del mondo stesso. Alle origini del mondo e dunque alle origini della possibilità di una 
esperienza del sacro, troviamo una archetipica esperienza sonora che risuona nelle nostre 
esperienze rituali. L’unica mediazione possibile al sacro è rituale. Se la musica è essa 
stessa rito, in un determinato contesto essa è custode già in sé di una intrinseca qualità 
religiosa.  La chiesa recepisce questa qualità religiosa del musicale, nel riconoscere che 
«il canto sacro, unito alle parole, è parte necessaria e integrante della liturgia solenne» 
(Sacrosanctum Concilium 112). Ma qual è la percezione del musicale nella nostra 
esperienza liturgica postconciliare? Alla prova pratica di chi scrive, che svolge il ruolo di 
direttore di coro in una parrocchia e membro da diversi anni di una commissione di 
musica sacra diocesana, pare che il linguaggio musicale nelle celebrazioni sia trascurato 
come accessorio, secondario, un di più ad sollemnitatem che merita maggiore o minore 
cura in base al grado di solennità  della  celebrazione secondo la percezione del popolo, 
ancor prima che secondo il calendario liturgico. Occorre, dunque, riconoscere al musicale 
per la liturgia il suo giusto profilo e statuto performativo, e riconoscere in questo orizzonte 
le qualità imprescindibili della sua efficacia, prima fra tutte, la qualità ritmica. È tale 
qualità, infatti, quella costitutiva anche del dispositivo rituale, che vive di sequenze e 
strutture il cui ritmo apre le brecce simboliche in cui il trascendente si affaccia a 
raggiungere il credente.  
 
2
 Il che equivarrebbe a recitare l’inno nazionale prima di un grande evento sportivo, che sarebbe però 
impensabile. Piuttosto, stonato o gridato, accennato o stentato: o cantato, o nulla. Giustamente.
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Informazioni tesi

  Autore: Edoardo Marengo
  Tipo: Laurea II ciclo (magistrale o specialistica)
  Anno: 2018-19
  Università: Istituto Liturgia Pastorale S. Giustina - Padova
  Facoltà: Teologia
  Corso: Liturgia Pastorale
  Relatore: Roberto Tagliaferri
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 230

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