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Le Politiche d'asilo fra Unione Europea e Italia

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Anteprima della tesi: Le Politiche d'asilo fra Unione Europea e Italia, Pagina 11
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petrolifera; quello compreso fra la recessione economica fra gli anni ’70 e gli anni ’80; infine, 
quello conseguente il decollo economico degli anni ’90 (Baganha, et al. 2006, 20) 
Secondo valutazioni delle Nazioni Unite, tra il 1950 e il 1970 l’Europa occidentale assorbì 
un’emigrazione netta di 6.6 milioni e quella meridionale generò un’emigrazione netta equivalente 
(6.3 milioni) (Livi Bacci 2014, 80). In questo periodo i paesi dell’Europa occidentali cercarono 
attivamente di attingere a nuovi gruppi di lavoratori. A tal fine firmarono strategicamente degli 
accordi bilaterali per il reclutamento di manodopera straniera e facilitarono il ricorso a procedimenti 
giudiziari per il rilascio di permessi di soggiorni a migranti economici che passavano le loro 
frontiere. Questa enorme importazione di lavoro venne favorita supponendo che i milioni di 
lavoratori stranieri sarebbero rimasti solo temporaneamente. L’idea era quella che dopo aver 
realizzato i propri progetti, una parte significativa degli immigrati sarebbe tornata nei loro paesi di 
origine, mentre un’altra parte sarebbe partita solo quando l’economia avrebbe smesso di avere 
bisogno di stranieri per lavori duri e faticosi. I rimanenti avrebbero formato un piccolo residuo, 
senza costituire gravi problemi sociali o culturali. La recessione economica che seguì la crisi 
petrolifera degli anni ’70 falsificò questo presupposto (Baganha, et al. 2006, 21). 
A partire dagli anni ’70 del Novecento l’Europa occidentale si scoprì, suo malgrado, essere 
diventata una regione di immigrazione e importatrice di risorse umane benché la crisi petrolifera del 
1973-74 avesse posto fine al processo migratorio verso i paesi forti, dando il via ad una fase di 
ristrutturazione economica. Nel frattempo, i paesi dell’Europa meridionale, che erano stati fino a 
quel momento fornitori di manodopera, stavano perdendo la loro esuberanza demografica e la 
forbice del divario economico con il nord Europa si restringeva. Un’ultima coda del movimento 
dall’Europa debole a quella forte si avrà negli anni ’90 col crollo del blocco sovietico e l’entrata dei 
paesi del Patto di Varsavia nell’orbita occidentale. Si calcola che tra il 1990 e il 2010 l’Europa 
abbia attratto 28 milioni di immigrati. C’è anche un fatto nuovo: l’immigrazione proviene da altri 
continenti e per la prima volta, dai secoli del basso Medioevo, ha una funzione di riequilibrio 
demografico oltre a quella, tradizionale, di funzione economica. Si tratta di una popolazione che ha 
una funzione di rimpiazzo e che è chiamata non tanto a sostenere la crescita ma a prevenire il 
ritrarsi delle economie del continente (Livi Bacci 2014, 81).  
Gli aspetti strutturali delle migrazioni sono strettamente collegati ai processi economici dei 
paesi di destinazione. Contrariamente alla credenza comune, il processo di globalizzazione 
economia non ha solo creato un numero crescente di opportunità per manodopera altamente 
qualificata in attività come servizi bancari, finanziari, assicurativi o di comunicazione, ma anche

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Informazioni tesi

  Autore: Luca Gatto
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2018-19
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze delle pubbliche amministrazioni
  Relatore: Lucia Quaglia
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 297

FAQ

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