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Michael Moore. Tra spettacolo e realtà

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aprioristicamente. Infatti i suoi film hanno molto in comune con i suoi programmi televisivi, quasi che i primi non siano altro che l’ampliamento e l’adattamento cinematografico dei secondi: in quanto format tv convertiti per il grande schermo, i lungometraggi del nostro fanno informazione ma non documentano una realtà; intervengono in essa, la istigano, la provocano e la creano. Sono cioè “infotainment”: i suoi film fanno informazione di tipo televisivo intrattenendo e divertendo, cioè mantenendo un rapporto tra spettatore e immagine secondo una logica di tipo televisivo, un metodo impositivo, autoritario e coercitivo. Lo stesso Moore ha esplicitamente dichiarato il suo modo di vedere i propri lungometraggi, negando il fatto che appartengano al genere documentaristico. Parlando del suo primo film, H. Jacobson gli chiese esplicitamente: “Lo concepisce come un documentario?”, e il regista rispose: “No, lo ritengo un film, un film d’intrattenimento 4 ”. D’altra parte non è nemmeno possibile definire la produzione cinematografica di Moore come semplice fiction: i fatti che filma non sono realizzati in studio, le persone che intervista non sono attori che recitano una parte scritta dal regista. I suoi lungometraggi non sono mockumentary alla maniera di Zelig (Id., 1983) o di Borat (Id., 2006), il profilmico è la società reale e i personaggi sono persone vere. I suoi film sono inoltre spesso caratterizzati da uno stile da cinema diretto, definito efficacemente “guerrilla style”, evidente soprattutto nelle sue “interviste d’assalto”: i momenti in cui Moore si infiltra nelle multinazionali o nei luoghi di potere. Telecamera a mano, immagini traballanti non di rado sporche, ripresa diretta in piani sequenza di eventi in cui il regista realmente si infiltra negli uffici amministrativi o governativi e pone accuse e domande scottanti al personale addetto. Di conseguenza, queste e altre caratteristiche del suo cinema ci impediscono di definirlo un regista di fiction come peraltro è stato fatto da altri. Ad esempio da Anton Giulio Mancino, che definisce l’intera filmografia del regista come “film di finzione, un tipo di commedia alla Frank Capra sul potere, che nasce da un bisogno di sorridere assieme al maggior numero di spettatori e con essi condividere un’ esperienza civile sullo schermo 5 ”, La critica tuttavia lo ha spesso collocato nell’ambito documentaristico, pur con le necessarie precauzioni, o ha coniato formule ibride per il suo tipo di cinema. In una sola recensione, Sandro Mauro ne crea addirittura tre: “polidocumentario”, “cinegiornale polimaterico del terzo millennio a tensione 4 Harlan Jacobson, Michael & Me, <<Film Comment>>, vol. 25, n. 6, novembre/dicembre 1989, p. 24. 5 Anton Giulio Mancino, Cittadini Fuori Produzione, <<Cineforum>>, n. 468, 2007, p. 37. 7
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Michael Moore. Tra spettacolo e realtà

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Informazioni tesi

  Autore: Francesco Cianciarelli
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2007-08
  Università: Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Lettere
  Relatore: Luca Malavasi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 65

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