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Decision-making, pensiero divergente e Riserva Cognitiva, quale legame?

L’obiettivo del seguente progetto di tesi è quello di indagare la relazione tra alcune componenti del processo decisionale e della riserva cognitiva. Le evidenze in letteratura di questa relazione, sono ancora poche, si tratta di una prospettiva ancora in via di sviluppo. L’approccio proposto vuole indagare tale relazione tenendo conto del ruolo del divergent-thinking come proxy della riserva cognitiva.
Attraverso uno studio sperimentale, si sono ricercate evidenze di una possibile correlazione, attraverso diversi test, tra cui il CoreT (riserva cognitiva e pensiero divergente), il GDMS (stili decisionali) e il DOSPERT (tendenza al rischio considerando vari domini). Il campione sperimentale si compone di 81 soggetti, divisi equamente tra giovani adulti (18-30 anni), adulti anziani (31-56 anni) e giovani anziani (60-75 anni) (Akman, 2009; Belacchi & Artuso, 2018; Nori et al., 2019).
Sebbene il campione risulti limitato, emerge una relazione positiva tra le componenti della riserva cognitiva (in particolare il pensiero divergente) e gli stili decisionali/ propensione al rischio.

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8 CAPITOLO 1 1. La riserva cognitiva Nell’ambito della neuropsicologia, si sviluppa alla fine degli anni ‘80 il concetto di riserva. A seguito di numerosi studi condotti su pazienti patologici, principalmente affetti dal morbo d’Alzheimer, emerse una certa dissonanza tra la gravità della patologia e il suo manifestarsi clinicamente. I ricercatori si dedicarono in particolare allo studio di soggetti sani, ovvero che in vita non avevano mai manifestato una condizione clinica ma i cui cervelli, come emerse dai successivi esami autoptici, ne riportavano i chiari segni organici (Stern, 2002). Nel 1988 Robert Katzman e il suo team di ricerca (Katzman et al., 1988), presentò per la prima volta in un articolo pubblicato sugli Annals of Neurology il termine riserva. Un esame autoptico fu eseguito su 137 residenti di una struttura infermieristica qualificata per i disturbi della memoria, con un’età media intorno agli 85 anni; il 78% risultò affetto da demenze, di cui il 55% presentava i segni e i sintomi specifici della malattia d’Alzheimer. Particolari furono i casi di 10 soggetti le cui prestazioni funzionali e cognitive in vita risultavano essere genericamente preservate, se non uguali o addirittura migliori di quelle dei soggetti sani (il gruppo di controllo); ciononostante proseguendo nell’esame post-mortem, i cervelli mostrarono le caratteristiche placche neocorticali della malattia di Alzheimer. I risultati inattesi emersi dallo studio di questi soggetti si pensò fossero da attribuire a caratteristiche strutturali dei loro cervelli; infatti, nonostante questi fossero affetti dal morbo d’Alzheimer, sembravano conservare comunque una sostanziale quantità di neuroni prestanti, sfuggite al deterioramento patologico. Una fu l’ipotesi mossa per spiegare l’accaduto: i soggetti ancora prima dell’insorgere della patologia avevano cervelli di dimensioni maggiori rispetto alla media, e di conseguenza presentavano un maggior numero di neuroni e una più fitta rete neuronale (Katzman et al., 1988). Cosicché anche se segnata dalla demenza, la rete neuronale manteneva le risorse necessarie per mantenere un buon livello di funzionamento. A spiegare tali particolarità venne teorizzato il concetto di riserva, che emerse a seguito di numerose osservazioni che giunsero a mostrare non esserci una relazione diretta tra il grado di lesione cerebrale e la sua manifestazione (Katzman et al., 1988;

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Informazioni tesi

  Autore: Cecilia Segatta
  Tipo: Laurea II ciclo (magistrale o specialistica)
  Anno: 2021-22
  Università: Università degli Studi di Bergamo
  Facoltà: Psicologia
  Corso: Psicologia
  Relatore: Maria Luisa Rusconi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 95

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Parole chiave

rischio
decision making
creatività
invecchiamento
presa di decisione
pensiero divergente
active aging
riserva cognitiva
risk taking
divergent thinking

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