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Il comportamento sociale umano nella prospettiva neurobiologica

Perché gli esseri umani preferiscono il comportamento comunitario a quello solitario? Cosa li spinge a prendersi cura degli altri? Perché i cosiddetti comportamenti asociali e antisociali sono considerati pericolosi per l’autore e per i suoi vicini? Da dove vengono i criteri per dire che questo o quel comportamento è socialmente normale o inetto? Perché i sistemi di educazione considerano la comunicazione, l’interazione, la competizione, la cooperazione e la giustizia come le chiavi del successo nella vita sociale? Il desiderio di rispondere a queste domande sulla base di dati scientifici ci ha portato a cercare di comprendere la genesi e lo sviluppo del comportamento sociale umano e ad analizzare se questo comportamento sia innato o acquisito attraverso processi di apprendimento o il risultato dell’interazione tra fattori genetici e ambientali. Supporre che questo comportamento sia innato significa che è il risultato di fattori genetici che si trasmettono di generazione in generazione. Supporre che sia acquisito attraverso processi di apprendimento significa che è l’ambiente di crescita dell’individuo a creare il comportamento e a determinare il suo sviluppo. Tuttavia, questa idea di apprendimento non esclude la componente genetica. Si può dire che la genetica fornisce la base del comportamento, mentre il contesto ambientale guida l’individuo nelle sue interazioni con gli altri. Sulla base dell’interazione tra fattori genetici e ambientali, si presume che il comportamento sociale umano sia un comportamento naturale insito in ogni essere umano e che alcune differenze che possono apparire tra gli individui dipendano da varie traiettorie evolutive favorite dall’ambiente socioculturale in cui questi individui vivono.
Su questo tema, nel corso della storia e in diversi campi di studio, vari autori hanno espresso opinioni molto originali. I filosofi Aristotele (384-322) e David Hume (1711-1776), e gli psicoanalisti Sigmund Freud (1856-1939), Heinz Hartmann (1894-1970), Melanie Klein (1882-1960), John Bowlby (1907-1990) e altri, hanno dato il loro contributo in questo campo, anche se non hanno identificato chiaramente le forze motrici che spingono l’individuo alla socialità. Le evidenze delle scienze naturali (biologia, genetica e neuroscienze sociali) hanno chiarito la questione dimostrando che il comportamento sociale umano, o socialità umana, è il risultato dell’interazione dinamica e reciproca tra genetica e ambiente. In questo contesto Darwin (1809-1882) ha spostato l’attenzione dalle dinamiche relazionali tra gli individui alla funzione del cervello in questa relazione.
Su questa base, è stato analizzato come la formazione del cervello umano e il suo sviluppo corrispondano all’acquisizione e allo sviluppo delle abilità sociali. È stato dimostrato che l’ossitocina predispone la madre e il suo bambino alla socialità, il sistema limbico, in connessione con il sistema nervoso autonomo e l’asse HPA, facilita la regolazione affettiva diadica e il sistema corticale consente la mentalizzazione dell’esperienza sociale. Inoltre, è stato dimostrato che, al di fuori la famiglia, queste abilità sociali si sviluppano con la crescita del bambino attraverso la neuroplasticità, la capacità dell’ippocampo di adattarsi a nuovi contesti sociali, l’integrazione cerebrale nell’adolescenza e la neurogenesi adulta.
Queste informazioni di base ci hanno portato a concentrare l’attenzione sulla comprensione di ciò che accade quando le abilità sociali falliscono e su ciò che gli psicologi e gli educatori dovrebbero fare in una tale situazione. L’analisi dei processi neurobiologici dello sviluppo delle abilità sociali umani ci ha portato anche a considerare le condizioni che interferiscono con questi processi. La ricerca sperimentale in quest’area rivela che molti disturbi mentali, caratterizzati da problemi emotivi, cognitivi e comportamentali, derivano da deficit nel funzionamento del cervello. All’interno di questo insieme di disturbi, sono stati considerati il disturbo dello spettro autistico, il disturbo da deficit di attenzione e iperattività, il disturbo oppositivo provocatorio, il disturbo ossessivo compulsivo, i disturbi d’ansia e il disturbo evitante di personalità, che impediscono agli individui di essere socialmente competenti. Una nota particolare è stata riservata agli effetti della psicoterapia sul cervello e sull’espressione genica derivante dalla metilazione del DNA.

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IL COMPORTAMENTO SOCIALE UMANO NELLA PROSPETTIVA NEUROBIOLOGICA 1 INTRODUZIONE GENERALE A un certo punto della nostra formazione in Psicologia, ci siamo posti diverse domande sulle motivazioni che stanno dietro alle relazioni sociali tra individui. Nel corso del tempo, ad alcune è stata data una risposta, ad altre no. Tra quelle che sono rimaste senza risposta, eccone alcune: Perché gli animali, in generale, e gli esseri umani, in particolare, preferiscono il com- portamento comune a quello solitario? Cosa spinge gli anziani, gli adulti, gli adolescenti, i bam- bini e persino i neonati a prendersi cura degli altri? Perché i cosiddetti comportamenti asociali e antisociali sono considerati pericolosi per l’autore e per i suoi vicini? Da dove vengono i criteri per dire che questo o quel comportamento è socialmente normale o inetto? Perché i sistemi di educazione formale e informale considerano la comunicazione, l’interazione, la competizione, la cooperazione e la giustizia come le chiavi del successo nella vita sociale? La curiosità di avere una risposta che non sia «generica e inventata» ma piuttosto basata su dati scientifici, ci ha portato a cercare di capire la genesi e lo sviluppo del comportamento sociale umano e ad analizzare se questo comportamento è innato o acquisito attraverso processi di ap- prendimento o il risultato dell’interazione tra fattori genetici e ambientali. Il comportamento sociale umano è infatti l’insieme delle azioni che manifestano l’orientamento dell’individuo nelle sue interazioni con gli altri nel suo ambiente. Supporre che questo comportamento sia innato significa che è il risultato di fattori genetici che si trasmettono di generazione in genera- zione. Supporre che sia acquisito attraverso processi di apprendimento significa che è l’ambiente di crescita dell’individuo che crea il comportamento e determina il suo sviluppo. Tuttavia, questa idea di comportamento appreso non esclude la componente genetica, che può essere considerata come una condizione di base. Più precisamente, si può dire che la gene- tica fornisce la base del comportamento sociale, mentre il contesto ambientale guida l’individuo nelle sue interazioni con gli altri. In altre parole, si può dire che ci sono molteplici geni che, attraverso la loro espressione, pongono le basi del comportamento sociale, lasciando al contesto ambientale di ogni individuo il compito principale di guidare questo comportamento. Infatti, basandosi sull’interazione tra fattori genetici e ambientali, si suppone che il comportamento sociale umano sia un comportamento naturale inerente ad ogni essere umano e che alcune dif- ferenze che possono apparire tra gli individui dipendano da varie traiettorie evolutive favorite

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Informazioni tesi

  Autore: Protais BAMPOYIKI
  Tipo: Laurea II ciclo (magistrale o specialistica)
  Anno: 2021-22
  Università: Pontificia Università Salesiana
  Facoltà: Scienze dell'Educazione
  Corso: Psicologia
  Relatore: Giovanna  Loria
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 146

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Parole chiave

regolazione affettiva
neuroni specchio
sistema nervoso centrale
metilazione del dna
disturbo dello spettro autistico
cognizione sociale
mentalizzazione
intelligenza sociale
comportamento sociale umano
neurobiologia del comportamento sociale umano

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