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Trieste, delineare un'identità. Aspetti della letteratura tra il confine e la legge 180

Il mio lavoro si divide principalmente in due capitoli. Nel primo cerco di attraversare con una panoramica la letteratura triestina del novecento, toccando i diversi temi che ruotano intorno al processo identitario e cerco di spiegare come la letteratura ha inquadrato queste problematiche evolvendosi nel corso del tempo; dedico poi un paragrafo a Basaglia e al suo complesso apparato narrativo, a una parte degli scrittori e dei processi artistici che hanno abbracciato la sua rivoluzione e che hanno permesso l’evolversi di un vitale movimento artistico e narrativo.
Nel secondo capitolo ho analizzato tre testi di autori contemporanei che sono particolarmente vicini al tema dell’identità triestina e che meglio potevano rappresentare le problematiche da me narrate: ho iniziato con Claudio Magris ed il suo libro La Mostra, testo che si addentra nella spirale della lingua e del mondo manicomiale. Magris inoltre è un autore essenziale per Trieste, per il suo costante lavoro di indagine storica e di saggistica, ed ho basato molto della mia ricerca sul suo libro Trieste. Un’identità di frontiera pubblicato nel 1982
insieme ad Angelo Ara. Ho poi analizzato La città interiore di Mauro Covacich, altro testo che si raffronta completamente nella città e nei meandri del suo essere multiculturale, ed ho scelto Covacich perché è un autore che ha incentrato molto del suo lavoro nella pratica dell’autofiction, un’autobiografia utilizzata come costante verifica di sé. Covacich cerca infatti di diramare i fili dei complessi nodi identitari che lo portano a scrivere e raccontarsi, scardinando il processo di falsificazione attraverso l’estremizzazione del reale ed in questo testo lo scrittore si addentra non solo nella città natale sempre presente nei suoi libri, ma anche nel territorio confinante dell’ex-Jugoslavia.
Ho deciso di chiudere il discorso della mia tesi con Paolo Rumiz, un giornalista che con il suo lavoro di reportage ed i suoi viaggi poteva, in maniera forse più lucida, concludere un percorso difficile attraverso i lineamenti della città adriatica; ho scelto quindi Maschere per un massacro perché la conclusione, il risultato del mio lavoro è quello dell’importanza di riconoscere e ritrovarsi nel popolo situato al di là del confine, quel popolo sempre escluso per paura di perdere un’italianità a tratti forse non sentita e quindi ostentata. Rumiz, nel suo libro, riflette particolarmente sull’importanza della frontiera come garante dell’identità, e credo che il nodo della complessa situazione contemporanea sia proprio questo, distanziarsi da quei discorsi che volevano legittimare il senso di appartenenza ad un solo stato, una sola lingua, una sola cultura, perché Trieste non è questo, Trieste è una città che può riconoscersi solo nell’altro, nel confronto, in un dialogo che può esistere solo quando, almeno, si è in due.

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2 Premessa Potrei scrivere che ho deciso di parlare di Trieste perché lì, per la prima volta poco più che maggiorenne, ho frequentato la facoltà di lettere all’Università; potrei scrivere che ho scelto di parlare di questa città nella mia tesi perché qui ho vissuto per alcuni anni, per la sua indiscutibile bellezza, per l’amore per la scrittura di Italo Svevo che mi aveva spinto non solo a trasferirmi, ma a studiarlo ripercorrendo fisicamente tutti i luoghi dei suoi romanzi. Potrei raccontare che quando studiavo all’università, nel 1998, Claudio Magris insegnava Lingua e Letteratura Tedesca, e per ascoltare una sua lezione bisognava svegliarsi particolarmente presto per garantirsi un posto nella sua aula sempre molto affollata. Potrei raccontare di come era bello addentrarsi nell’ex ospedale psichiatrico, del particolare fervore culturale del parco di San Giovanni, potrei raccontare la sensazione eccitante di passare il confine così vicino almeno due volte la settimana, respirare la Slovenia, la Croazia, addentrarsi nell’interno della ex-Jugoslavia ed affacciarsi su un est vicino casa. Invece l’idea di studiare la complessità dell’identità triestina è nata in me alcuni anni fa, da uno strano episodio a cui ho assistito in un campeggio ad Opicina, a pochi chilometri dal confine Fernetti. Mi trovavo lì per acquistare una piccola roulotte, ed avevo appuntamento con il proprietario. Appena ci siamo conosciuti, dopo pochi convenevoli, ha iniziato a decantare la sua precisione, frutto, a suo dire, dell’origine austro-ungarica di tutti i triestini. Immediata è stata la reazione di una signora che assisteva all’incontro, che arrabbiata e amaramente colpita, interveniva sottolineando l’italianità pura di Trieste. In neanche trenta secondi tutti i pacifici residenti del campeggio, discutendo con un fervore per me inspiegabile, hanno discusso di origini, di Italia, di Austria, di guerre, di eserciti, di fascismo e di Balcani. Ero colpita e veramente sorpresa, come quando ci si trova di fronte ad un insolito fenomeno naturale che non riusciamo a spiegarci. Una ferita aperta, la difficoltà di rileggere il proprio passato, la necessità di delineare la propria identità, di definirla per non vederla svanire. Da

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Informazioni tesi

  Autore: Claudia Bellini
  Tipo: Laurea I ciclo (triennale)
  Anno: 2020-21
  Università: Università Telematica Internazionale Uninettuno
  Facoltà: Scienze della Comunicazione
  Corso: Scienze della comunicazione
  Relatore: Nora Moll
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 66

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