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I diritti umani tra diritto interno e CEDU: la questione delle carceri e del ''fine pena mai''

Informazioni tesi

  Autore: Catia La Bella
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2019-20
  Università: Università degli Studi della Calabria
  Facoltà: Scuola di Amministrazione Aziendale
  Corso: Scienze dell'Amministrazione
  Relatore: Giampaolo Gerbasi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 140

Al centro di questo lavoro, viene posto uno degli argomenti più dibattuti tra gli ambienti della politica e della dottrina dal 2 dopo guerra ai giorni nostri, la protezione dei diritti fondamentali tra diversi ordinamenti giuridici ed in particolare il contributo offerto dal Consiglio d'Europa attraverso La Convenzione europea dei diritti dell'uomo; essendo la tematica di vasta portata ho scelto di focalizzare l'attenzione in uno dei luoghi in cui spesso il livello minimo di tutela viene a mancare: il carcere, analizzando il quadro europeo che il legislatore italiano è tenuto a considerare nell'elaborazione di un espressa previsione penale in materia di tortura e nello specifico all'art. 3 CEDU, il quale sancisce in termini assoluti, il divieto dell'uso della tortura e di trattamenti e/o punizioni inumane o degradanti.
COSA ACCADE NEGLI ISTITUTI DI PENA? QUALI DRITTI APPARTENGONO AI SOGGETTI RECLUSI? A QUALI ORGANI POSSONO CHIEDERE TUTELA E IN BASE A QUALI NORME? IL REGIME DEL 41-BIS PUO'ESSERE CONSIDERATO UNA MISURA AI LIMITI DELLA COSTITUZIONALITÀ?
In primo piano vi è la criticità strutturale del sovraffollamento detentivo, che per come stabilito dalla Corte di Strasburgo nel 2013 nella sentenza Torreggiani, costituisce un trattamento inumano e degradante, attestando la sistematica violazione dell'art.3 CEDU ed evidenziando in particolar modo le criticità dovute allo spazio eccessivamente ridotto e mal mantenuto concesso ad ogni detenuto

Riguardo a tale ultimo aspetto, in particolare, il legislatore ha previsto rimedi risarcitori e compensativi e possibili soluzioni per ridurre drasticamente la popolazione presente negli istituti penitenziari, ossia quella offerta dalle misure alternative e sostitutive alla pena detentiva. Tali misure, il cui uso è fortemente incentivato dagli organi europei ed internazionali che si occupano della materia del diritto penitenziario, non trovano purtroppo una vasta applicazione da parte dei giudici italiani. ancora oggi siamo in presenza di un tasso di sovraffollamento pari al 119%.
L'attenzione è posta sulle criticità costituzionali rappresentate dal regime esecutivo del c.d. ergastolo ostativo, strumento introdotto dallo Stato italiano nell'intento di sradicare la criminalità organizzata, : un ergastolo che, sulla base della presunzione di pericolosità del condannato non collaborante, esclude qualsiasi possibilità di liberazione. Tale applicazione comporta la sospensione delle norme abituali dei detenuti ed internati. In particolare, le restrizioni saranno imposte a quanti sono privati della libertà personale in relazione ai gravissimi delitti riguardanti le associazioni di tipo mafioso, criminale, terroristico o eversivo. L'art 41-bis, comma 2 ord. penit., come tutte quelle norme introdotte in situazioni di emergenza, nella sua origine presentava molti aspetti di incostituzionalità e violazione della Convenzione europea dei diritti dell'uomo che sono state prontamente sollevate dinnanzi alla Corte costituzionale e alla Corte di Strasburgo con particolare riferimento alla preclusione di accesso ai benefici e liberta condizionale. tanto da condannare il nostro Paese con la storica pronuncia della Corte EDU del 13 giugno 2019 n. 77633-16, relativa al Caso Viola c. Italia, alla revisione della disciplina del c.d. ergastolo ostativo, giudicata in contrasto con l'art. 3 della CEDU: “Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti”.

L'ergastolo, lo si è detto in premessa, non è una pena come le altre e neanche più lunga delle altre. Per il condannato all'ergastolo ogni giorno non è “uno di meno” rispetto al recupero della libertà, ma “uno di più" rispetto al nulla del suo tempo.
Sono molto frequenti casi di ergastolani che passano in carcere più di quaranta anni e ci si chiede se pene detentive così lunghe e soprattutto indefinite possano essere in armonia con la Costituzione, la CEDU e le numerose convenzioni stipulate dall'Italia in materia di diritti umani. L'auspicio è che il nostro Paese, tuteli al massimo le persone sottoposte a regime differenziato (e non), poiché se il fine del 41-bis è di interrompere le organizzazioni criminali sicuramente non può essere considerato legittimo, le misure proposte di tale regime; primo tra tutti l'isolamento giornaliero ma anche il divieto di cucinare o di lavorare. Per quanto tempo ancora apparirà sul casellario giudiziario dei detenuti “fine pena mai” non ci è dato a saperlo, di certo per molto tempo ancora il dibattito dottrinale e politico sarà in evoluzione sul tema e a far conciliare la Costituzione e il suo terzo comma dell'art. 27: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

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  Autore: Catia La Bella
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2019-20
  Università: Università degli Studi della Calabria
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  Lingua: Italiano
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6 INTRODUZIONE Il presente lavoro, si propone di affrontare la questione sulla protezione dei diritti fondamentali nei diversi ordinamenti giuridici, a partire dal secondo dopo guerra; tale tematica, diviene uno tra gli argomenti più discussi, e nello specifico tra il sistema nazionale e la Convenzione Europea dei diritti dell’uomo (CEDU). Nella prima parte di questo lavoro, infatti, si analizzano le più importanti evoluzioni storiche che hanno interessato l’aspetto politico-sociale e giuridico del continente Europeo. L’analisi è stata condotta seguendo un’ottica comparativista, rivolgendo l’attenzione al rapporto tra gli ordinamenti interni dei Paesi dell’Europa occidentale e la CEDU; inoltre, particolare attenzione è stata rivolta all’ingresso dei Paesi dell’ex blocco sovietico nel Consiglio d’ Europa e alla mancata ratifica della CEDU da parte dell’Unione Europea. Una analoga prospettiva sarebbe auspicabile, per fortificare gli standard europei per la protezione dei diritti fondamentali, poiché dopo la promulgazione della Carta di Nizza da parte dell’Unione, la strada per l’immissione potrebbe definirsi tracciata. Tuttavia, le gravi crisi che hanno colpito l’Unione (crisi economica- finanziaria, delle istituzioni ed anche migratoria) hanno marginalizzato la controversia sul tema. L’adesione dell’Unione Europea alla CEDU sarebbe utile proprio per risolvere i malanni di cui oggi l’Unione soffre, garantendo una tutela maggiore ed effettiva dei diritti fondamentali per ogni cittadino comunitario. Tale importante tematica verrà affrontata nel primo capitolo e metterà in luce non solo le innovazioni portate dalla nascita della Convenzione ma anche le problematiche dovute a tale mancanza. Un particolare approfondimento è stato dedicato all’art. 3 CEDU, il quale sancisce in termini assoluti, il divieto dell’uso della tortura e di trattamenti e/o punizioni inumane o degradanti e dunque dei rapporti tra i vari ordinamenti europei, con particolare riferimento a quello italiano con la stessa CEDU. L'oggetto principale dell’elaborato, si dispiega successivamente nella seconda parte del lavoro. Essendo la tematica di vasta portata, ho scelto di focalizzare l’attenzione sul trattamento dei detenuti nelle carceri al fine di evidenziare le frequenti violazioni dei relativi diritti fondamentali così come previsti dalla Convenzione in materia di salvaguardia dei diritti

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