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Catasti in Italia dal 1800

Però questo processo fu favorito dal progressivo avanzare dell'accatastamento, annotazione delle proprietà terriere in modo da avere un quadro del territorio e permettere l'imposizione fiscale.

I catasti risalgono al periodo Medioevale (1300) ma erano descrittivi cioè ogni proprietario andava al catasto e denunciava le sue proprietà descrivendole. Non erano quindi misurate in modo oggettivo. Erano perciò strumenti imprecisi, non davano dimensioni né se avevano alta o bassa resa agraria (i proprietari sottostimavano per pagare meno tasse). I controlli erano scarsi e difficili.

Alla fine 1700 e inizio 1800 sono adottati i primi catasti geometrico-particellari:  iniziano i sovrani austriaci (lombardo-veneto).
Consistevano in catasti geometrici, cioè si misuravano i terreni, si indicava il nome, il luogo, l’estensione. Il perito agrimensore inoltre lo stimava dandone una valutazione precisa (pianeggiante, boscoso, seminativo, alberato..) perché il potere pubblico non si fida più delle dichiarazioni del proprietario.
Inizia già prima dell’Unità: nell’Italia centrale il primo fu il catasto geometrico-particellare Gregoriano tra il 1830 e il 1835 (Umbria, Marche, Lazio). E lo stesso fanno Toscana, Piemonte, Lombardoveneto. Tranne il Sud.

Potenzialmente c’era già una catastazione del territorio ma non erano confrontabili perché adottavano diverse unità di misura e anche le monete erano diverse tra gli stati pre-unitari. Occorreva uniformarli. Riguardavano solo i terreni e non i fabbricati.

Se dal punto di vista tecnico si fanno le bonifiche, si ricomincia a fare il nuovo catasto: l’impianto finale è del 1956 e fu un successo perché fu un’operazione complessissima, ci furono 2 guerre mondiali di mezzo.

La bonifica si completa negli anni 30 del 1900.
L’imposizione fiscale è più equa.
Tratto da STORIA ECONOMICA CONTEMPORANEA di Barbara Pavoni
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