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Imposta sulle attività produttive


Quindi dobbiamo pensare ad altri tipi di imposta. Nello stesso tempo un’imposta sulle attività produttive se introdotta sull’ordinamento può consentire delle manovre fiscali. Noi sappiamo che adesso a proposito dei decreti attuativi del federalismo fiscale si vuole prevedere di consentire maggiori margini a queste regioni per quello che concerne l’IRAP proprio per consentire magari di incentivare la localizzazione di nuove attività industriali. Quindi è uno strumento anche per la promozione dello sviluppo locale, anche se qua ci emergono tutti i problemi di concorrenza che abbiamo visto a proposito di concorrenza fiscale. Quindi il rischio della concorrenza distruttiva delle amministrazioni locali al ribasso. Però avevamo visto anche che le amministrazioni locali devono fare attenzione a fare troppa concorrenza sul lato delle entrate, perché poi c’è anche concorrenze sul lato dei servizi e delle spese.
In ogni caso l’imposta sulle attività produttive a livello locale ha avuto una grossa spinta  negli anni 80 via via c’era una tendenza nei casi in cui è stata sviluppata in alcuni paesi come Germania e Francia c’è una graduale tendenza ad erodere la base imponibile di questa imposta, anche a causa della pressione di gruppi di imprenditori. In  effetti se noi andiamo a vedere alcuni dati storici qui noi possiamo vedere un richiamo al caso della Francia e della Germania.
Intanto c’è un aspetto che riconduce la necessità di introdurre l’imposta sulle attività produttive poiché ha anche l’obbiettivo di creare un maggior legame tra le imprese e le comunità locali.
Forse il caso più recente ultimo in caso di importanza è proprio quello dell’IRAP in Italia che però finanzia solo le regioni e quindi non è che già un livello di governi immediatamente inferiore a quello statale.
Noi avevamo invece due imposte sulle attività produttive molto interessanti per certi aspetti simili all’IRAP come configurazione, anche se non certamente uguali, in Francia e in Germania.
In Francia avevamo taxe professionelle, in cui la base imponibile era costituita dal reddito figurativo degli immobili usati nella produzione + 18% di salari e stipendi + 16% del valore di mercato degli altri strumenti di produzione.
Le amministrazioni comunali avevano la possibilità di variare l’aliquota entro una forchetta massima e minima. Ecco questa imposta ha visto dei colpi continui, è stata gradualmente ridotta perdendo tutta la componente salariale nel 2003, perché è un po’ non etica come quella attualmente IRAP che si tassano le imprese anche quando non fanno profitti e addirittura si tassa il lavoro. Non capendo che questa imposta sulle attività produttive non sono imposte sui profitti ma sono imposte che hanno sostituito altre imposte; l’IRAP ad esempio ha sostituito i contributi sanitari a carico dei datori di lavoro. Quindi c’è molto un discorso poco serio su queste cose, al di là del fatto della configurazione di questi tipi di imposte , si può discutere da un punto di vista economico se siano giuste o sbagliate, però  ecco c’è una tendenza per ragioni di political economy, cioè di forte intensità dei gruppi di pressione imprenditoriali a farla eliminare dall’ordinamento.
La taxe professionelle è stata definitivamente abolita con la sostituzione con un’ altra imposta molto regolata al centro, che vedremo fra un attimo, dal 1 gennaio 2010.
In Germania avevamo una base imponibile sui profitti aziendali + salari (eliminati nel 1980 )
+ interessi (eliminati nel 1998) + parte valore locativo immobili con graduale riduzione di questa base imponibile; quindi gradualmente ridotta complessivamente, anzi i comuni potevano variare l’aliquota e anche lì c’era un’attribuzione a livello comunale molto spesso preventiva, molto spesso sulla base di indicatori indiretti.
Altri tipi di imposta possono essere imposte solo sulla proprietà, quindi sui valori immobiliari delle imprese come fattori di produzione, o le imposte di licenza, cioè imposte in somma fissa e graduate nei settori o per superfici o per classi di fatturati come noi in effetti abbiamo avuto nel caso  dell’ICIAP negli anni 80 che poi fu eliminata. Comunque vedete questa tendenza a erodere la base imponibile che è avvenuta come nel caso dell’IRAP, che come sapete ci sono state delle deduzioni di base imponibile nel tempo che hanno anche ridotto il gettito. Quindi le imposte sulle attività produttive non vive un gran periodo, non è facile introdurla nell’ordinamento; oggi appunto noi abbiamo solo l’IRAP nel caso delle regioni e vale sempre il discorso che viene un po’ criticata per il rischio di concorrenza fiscale che abbiamo visto.
Richiama solo brevemente le caratteristiche dell’ IRAP che forse abbiamo già visto, è:
- un’ imposta sul valore aggiunto netto, ovverosia sul valore dei beni e servizi prodotti in un dato intervallo di tempo, da un’impresa con l’applicazione dei fattori produttivi (terra, lavoro, capitale finanziario, imprenditorialità), al netto dei costi sostenuti per acquisti di materie prime e di prodotti intermedi;
- aliquota per il settore privato pari al 3,9 % +/- max 0,92%, differenziabile regionalmente per settori o categorie di soggetti passivi; questa è una possibilità che offre dei discreti margini di autonomia per le amministrazioni regionali che la vogliono usare;
- aliquota per il settore pubblico pari all’ 8,5% sul valore delle retribuzioni; è abbastanza curioso che nei momenti di crisi il gettito dell’IRAP soffre meno nelle zone meno sviluppate; in questi ultimi due anni l’IRAP ha avuto dei problemi più nelle ragioni al nord che nelle regioni al sud proprio per il fatto che come abbiamo visto prima una quota maggiore al sud è dovuta dai salari e stipendi pubblici. Quindi in questo senso è anticiclica nelle regioni meno sviluppate;
- il metodo di calcolo utilizzato è quello che ottiene il valore aggiunto come differenza tra valore della produzione e costo delle materie prime, dei beni intermedi e degli ammortamenti; quindi l’IRAP colpisce il valore aggiunto;
- in definitiva l’IRAP colpisce i profitti, gli interessi passivi, i salari e gli stipendi;
- nel corso degli anni a partire dalla sua introduzione (1998) la base imponibile dell’IRAP ha visto successive modifiche attraverso vari tipi di deduzioni a favore di determinate categorie di imprese.
La legge 42 con la dichiarazione dei principi, è detto che l’IRAP ci sarà fino alla soppressione ma l’impressione del Prof. è che ce la terremo ancora per molto tempo e tutto sommato non è poi così male.
Questo è un esempio di calcolo per non fare confusione, perché l’IRAP a volte viene classificata come imposta sui profitti, NO!!!
Il valore aggiunto netto è dato dalla differenza dei ricavi – costi per materie prime – ammortamenti;
mentre l’utile è dato dai ricavi – tutti i costi ma anche salari stipendi, oneri sociali, ammortamenti, interessi passivi.
Quindi ecco qui la critica che “pago l’IRAP anche se perdo”.
Il concetto è diverso, la paghi sul valore aggiunto.
- L’imposta è dovuta alla regione nel cui territorio è realizzata la produzione, perché è lì che realizzo il valore aggiunto;
- se l’attività è svolta in più territori la produzione netta è ripartita sulla base dell’ammontare delle retribuzioni; questo cosa vuol dire? Che molto spesso c’è proprio un movimento di import- export tra varie regioni italiane a seconda della localizzazione degli stabilimenti produttivi, perché paga la sede centrale però questo flusso di IRAP viene poi ridistribuito in base alla localizzazione. Deve dire che per quello che ha potuto vedere che le regioni non controllano nulla, cioè vale a dire loro prendono quello che gli da lo stato; mentre dalle dichiarazioni (IRAP) sarebbe possibile verificare la corretta distribuzione del tributo, poiché l’impresa trasmette il numero degli occupati per regione. Sarebbe anche molto interessante sulle informazioni relative alla struttura industriale del paese, sarebbe quasi un censimento in tempo reale sulla localizzazione/distribuzione delle attività produttive;
- per le banche sulla base dei depositi e per le assicurazioni sulla base dei premi versati.
Un richiamo alla riforma dell’imposta locale sulle attività produttive in Francia:
- dal 1 gennaio noi abbiamo una nuova imposta in cui c’è una componente sul valore locativo (CFE) dei beni immobili che andrà ai comuni (con aliquota determinata dalle amministrazioni comunali); vedete a questo punto torniamo a un’imposta immobiliare sulle attività produttive;
- componente sul valore aggiunto d’impresa (CVAE, con struttura aliquote determinata dalla legge) che sarà ripartita tra i diversi livelli di governo dallo stato e quindi di fatto è una compartecipazione;
- lo stato garantisce a tutte le collettività territoriali il gettito della TP 2009.
C’è una variazione di aliquote fatta dallo stato in cui il tasso da applicare al valore aggiunto in % è legato al valore del fatturato; se noi vediamo fino a 500.000 € l’aliquota è 0% quindi è a favore delle piccole e medie imprese e poi con una crescita grossa da 0,5 a 3 milioni e poi gradualmente ci si assesta fino a un max di 2,5 % sopra i 50 milioni di €.
Comunque i comuni su questo non possono più dire nulla, mentre la manovra sulla tassa professionale per l’amministrazioni comunali in Francia è stata un fenomeno molto rilevante, creando anche fenomeni di concorrenza fiscale.
Cosa possiamo dire in generale rispetto alla teoria, rispetto ai criteri sull’imposizione locale?
- Deve essere legata al principio del beneficio; e da questo punto di vista qualcuno ha sostenuto che il valore aggiunto di impresa può essere collegabile al principio del beneficio, qualcuno sostiene che legarlo solo alle proprietà immobiliare lo lega di più al principio del beneficio;
- deve essere un’imposta poco sensibile ai cicli economici; anche qui se noi leghiamo, com’era la vecchia tax professionelle francese, al valore immobiliare sia degli stabilimenti che dei macchinari sarebbe meno sensibile al ciclo di quello che poteva essere se lo legassi solo ai salari per esempio o ai profitti;
- deve essere basata su una base imponibile senza grosse disparità territoriali; difficile pensare che appunto sul valore della distribuzione del valore aggiunto sia omogeneamente distribuita; avete visto i dati sull’IRAPe avete visto com’era la questione. Però è anche vero che se si vuole l’imposta sulle attività produttive, il differenziale lo avremo e ne possiamo tenere conto quando ragioneremo sui trasferimenti perequativi;
- deve esser compensativa dei servizi locali all’attività produttiva, quindi ci dovrebbe essere un discorso di beneficio per i servizi locali, per le utenze.
Tratto da SCIENZE DELLE FINANZE di Andrea Balla
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