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L’Angkar e i suoi esecutori

La grande massa di cambogiani per molto tempo ignorò chi fosse ai vertici del potere. Nel settembre del '77 l’Angkar rivelò di essere il partito comunista della Kampuchea e Pol Pot, il suo segretario generale apparve pubblicamente durante un viaggi in Cina compiuto in qualità di primo ministro della Cambogia. L’Iter, le posizioni sociali e le esperienze dei cosiddetti Grandi fratelli furono simili. Scelsero la clandestinità, anche una volta giunti al potere perché dovevano per prima cosa dissimulare ciò che non erano (contadini) e ciò che erano fondamentalmente: degli intellettuali francesizzati provenienti quasi sempre da famiglie benestanti e ben inserite. Pol Pot ha considerato come nemici da eliminare per primi i proprietari terrieri, i rappresentanti della vecchia società monarchica, il clero, gli intellettuali e tutti coloro che erano legati al vecchio imperialismo coloniale. L’iter di Pol Pot e dei suoi luogotenenti più stretti è contrassegnato da 4 momenti determinanti: la permanenza in Francia negli anni 50, il periodo di opposizione a Sihanouk, gli anni trascorsi in clandestinità e isolamento nella jungla, i momenti salienti della rivoluzione culturale cinese. I dirigenti Angkar divennero comunisti durante i loro studi a Parigi e aderirono al PCF partito comunista francese. Infatti gli anni 50 sono quelli del movimento totalitario comunista della società francese. Il periodo di ripiegamento e clandestinità nella giungla comincia nel 63 per un primo gruppo e 4 anni dopo per un secondo gruppo e dura sino all’inizio della guerra nel 70 rivelandosi decisivo per varie ragioni. Sono gli anni in cui il comunismo cambogiano cambia radicalmente strategia e questo sarà fondamentale per gli avvenimenti successivi: dopo la battaglia politica condotta nella capitale, a contatto con gli starti più bassi della società urbana e la loro complessa sociologia inizia la lotta ben presto armata, nelle campagne arretrate a contatto con i contadini senza terra e le minoranza estremamente ostili al governo centrale simboleggiato da Phnom Penh. Comincia allora una rivoluzione della foresta in cui una massa di contadini emarginati, usata come manovalanza adotta un’ideologia antiurbana e antioccidentale. Il gruppo dirigente si chiude sempre più in se stesso nelle sue certezze e nella sua paranoia esaltando la propria situazione miserevole e la propria autosufficienza.
di Filippo Amelotti
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