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Rifeudalizzazione e agricoltura nel 1600 in Italia


Si parla di una sorta di rifeudalizzazione, con declino delle grandi città del centro nord.
L’Italia in realtà prima della peste nera si stava quasi preparando ad una precoce unificazione economica. Poi con queste vicende e fino al 1600 quando riprendono gli scambi ha ormai perso il controllo delle esportazioni che passa al nord Europa.

L’arretratezza dell’Italia era infatti particolare, non come quella (es.) dei paesi balcanici, arretrati da sempre. L’Italia aveva elementi di forza come ad esempio l’esportazione di agrumi, di tartufi.
Si sperimentano ad esempio conduzioni capitalistiche, con il passaggio dalla mezzadria alla affittanza (es. Emilia Romagna). Il risveglio comunque partirà dalla coltura del gelso, l’allevamento dei bachi ed esportazione di seta grezza (invenzione di un particolare mulino “alla bolognese” copiato anche in Inghilterra per attivare innumerevoli fusi)

L'Agricoltura italiana è solida con molti elementi che la legano ad un passato feudale: i nobili erano proprietari terrieri e vivevano di rendita, senza investimenti.
Non si evolvevano verso forme di capitalismo. Esportavano: loro prodotti come grano dal sud (nell'Italia del sud l'esportazione del grano dal 1600 in poi declinò perché non c'erano investimenti e l'innovazione non riuscirà a garantire la stessa produzione. Se scende la produzione non ci sono eccedenze da esportare).
Il sud produce vino, olio, agrumi.
Tratto da STORIA ECONOMICA CONTEMPORANEA di Barbara Pavoni
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