La tesi del giorno
Giustizia: una riforma pericolosa
Ancora una volta il governo italiano punta dritto sulla riforma della giustizia. Una priorità nella debole agenda politica del premier Berlusconi, che rischia di rivoluzionare, con pesanti conseguenze, l’attuale assetto democratico alla base del nostro sistema giudiziario.
La legge che il Guardasigilli Angelino Alfano sta mettendo a punto è destinata a modificare radicalmente il titolo IV della Costituzione. Tre i punti cardine su cui si basa: la parità tra accusa e difesa davanti al giudice in ogni fase del processo, la responsabilità civile del magistrato e l’istituzione di un’Alta Corte che processerà i giudici al posto della sezione disciplinare del Csm.
Ma il capitolo più preoccupante è quello relativo all’azione penale. Il compromesso che la Lega è riuscita a strappare smonta di fatto il principio per cui oggi il pm ha l’obbligo di perseguire tutti i reati. Se la riforma passerà, in futuro sarà il Parlamento, su indicazione del Ministro della Giustizia, a decidere quali reati perseguire e quali no.
Come spiega Silvia Macelloni nella sua tesi Separazione delle carriere. Pubblico Ministero e obbligatorietà dell'azione penale, il principio dell’obbligatorietà dell'azione penale fu introdotto per la prima volta nell’ordinamento processuale tedesco del 1879 per controbilanciare il monopolio pubblico dell’accusa, organizzata come unità burocratica subordinata al Ministro di Giustizia. Nel nostro Paese, unico esempio in Europa, questo caposaldo arrivò persino ad essere costituzionalizzato, come reazione all’esperienza totalitaria del ventennio fascista.
Questo perché, spiega la Macelloni, «il principio dell’obbligatorietà dell'azione penale è ritenuto dalla dottrina garante dell’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge». Scardinarlo significherebbe riconoscere una discrezionalità eccessiva e ingiustificata, che favorirebbe alcuni imputati e ne danneggerebbe altri secondo precise indicazioni della politica.
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