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La tesi del giorno

Tutti in piazza contro la precarietà

Tutti in piazza contro la precarietàLa parola d’ordine è sempre, dolorosamente, la stessa. Precarietà. Precarietà del lavoro, precarietà degli studi, precarietà del vivere. Precarietà dell’essere. Precarietà, punto. Perché con questa cosa non si scherza. Una generazione intera, e con lei quella a venire se non si invertirà la rotta, travolta da un senso di incertezza e impotenza che disarma. Che toglie la voglia e il coraggio di fare progetti, di sperimentare, di osare. O per molti, semplicemente di vivere una vita dignitosa, con quello che serve, senza pretendere troppo ma con la sicurezza che “almeno stiamo meglio dei nostri genitori”.

E invece siamo qui ogni giorno a chiederci cosa saremo domani. Dove saremo domani. Con chi, con quali prospettive… e questa domanda è un monito che non si può più rinviare, che va imposto alla nostra classe dirigente sempre più distratta e sonnolenta, perennemente con lo sguardo altrove. Vecchia, autoreferenziale, aggrappata ai suoi privilegi. Superata.

I giovani scenderanno in piazza il 9 aprile per gridare la loro rabbia, la delusione di un Paese che non cambia mai, dove non c’è posto per tutti, e per chiedere più diritti. Tutto è partito dal comitato “il nostro tempo è adesso”. Ci saranno manifestazioni in tutta Italia ma anche all’estero: studenti, ricercatori, neoimprenditori, addetti call center – icona della “società liquida” dove nulla è stabile – ma anche persone legate al mondo della cultura e dello spettacolo, che dicono: "È arrivato il tempo per un'azione comune, perché ormai si è infranta l'illusione della salvezza individuale”.

Come scrive Gianluca De Angelis nella sua tesi “InCerti equilibri: la precarietà tra percezione e condizione” “da 60 anni la Repubblica italiana si fonda sul Lavoro, che deve essere libero dalle discriminazioni e garantire un salario dignitoso, mantenendo fede al principio dell’uguaglianza dei cittadini, senza alcuna differenza di sesso, età e religione". Ma viviamo una destrutturazione violenta, che colpisce quelli che Ranci definisce “meccanismi sociali ed economici che nella seconda metà del XX secolo hanno garantito una distribuzione socialmente accettabile delle ricompense sociali: l’organizzazione del lavoro, il welfare, anche la famiglia".

De Angelis si chiede “quanto la ‹‹rivincita del mercato›› sia la porta di accesso alla pluralità delle scelte, o, invece, la cristallizzazione delle disuguaglianze, l’individualizzazione della risposta ai nuovi, sebbene vecchi, rischi”.

Identificando la precarietà come il rischio in cui incorre un individuo di essere escluso da un’adeguata protezione sociale, di qualsiasi origine, che sappia tutelarne la persona e la libertà di scelta dall’asservimento alle esigenze della singola azienda o a quelle del sistema produttivo generale, il nostro autore propone “l’idea che la precarietà sia una condizione di rischio estendibile a chiunque, riconducibile però a diversi livelli di gravità in relazione a diverse variabili. In quest’ottica la flessibilizzazione del lavoro, frutto della scelta delle imprese di una via bassa alla competitività è una condizione fondamentale ma non sufficiente alla massimizzazione dell’esposizione al rischio”. Ad assumere grande centralità è la percezione dell’individuo, "che ne determina l’autocollocazione sociale".

Visita la tesi:

InCerti equilibri: la precarietà tra percezione e condizione