La tesi del giorno
Se il gioco d'azzardo è in mano allo Stato
È la terza industria in Italia dopo Eni e Fiat, con 120 mila addetti e un fatturato che a fine 2011 sfiorerà gli 80 miliardi di euro, sedici volte in più quello di Las Vegas. Di questa imponente cifra, lo Stato incassa il 10%. Quello del gioco d’azzardo legale, e sempre di più quello on line, è un mercato che non teme crisi. A spartirsi macchinette, slot, lotterie e scommesse sportive nel nostro Paese sono dieci grandi società, che nel complesso si dividono metà della cifra. Accanto a queste, altri 1.500 concessionari, che guadagnano l'altra metà. In pratica, fanno da esattori fiscali per lo Stato.
Un sistema per nulla trasparente, in cui non è semplice capire, tra sedi all'estero e conti criptati, chi siano davvero i proprietari, quali intrecci esistano tra le varie società e quanto siano coinvolte le mafie in questa gestione, visti i nomi di punta legati ad alcuni clan che spuntano qua e là dai verbali. Proprio in queste ultime settimane la Corte dei Conti, la Direzione Nazionale Antimafia, la Commissione Parlamentare Antimafia e 40 deputati di vari schieramenti hanno sollevato dubbi su questo mercato, perché stanno per scadere le licenze e c'è chi rischia di non vedersi rinnovare la concessione. In più, non si capisce come mai l'Aams, l'Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato, abbia permesso che lo Stato italiano diventasse partner di gruppi che agiscono in maniera, per così dire, un po' nebulosa.
La relazione della DNA, nel capitolo "Infiltrazioni della criminalità organizzato nel gioco (anche) lecito", cerca di far luce sui criteri con cui sono state scelte le concessionarie e sul comportamento "inerte dei Monopoli nei confronti di concessionarie di rete rimaste per lungo tempo inadempienti per molti degli obblighi assunti. E comunque indebitate in modo abnorme verso l'Aams".
Come scrive
Massimiliano Grezzi nella sua tesi "
L'imposizione tributaria sui giochi", si tratta di un "fenomeno che, seppur vivendo anch’esso di regole, potrebbe sembrare quanto mai lontano dal mondo (serio) del diritto". Grezzi indaga "l’intreccio dei rapporti che per tradizione secolare si sono instaurati tra Stato e gioco, principalmente focalizzando l’attenzione sull’aspetto della ragione principale (ed egoistica) di questo ‘matrimonio di interesse’: le entrate erariali che hanno accompagnato quasi fin da subito l’introduzione legalizzata del gioco nel nostro Stato ma non solo. Il gioco paga la possibilità di stare ‘alla luce del sole’ con l’ingombrante presenza delle casse statali, che da esso pretendono una consistente ricompensa".
Fenomeno complesso, e piuttosto ignorato dal punto di vista normativo e storico, quello del gioco. "L’auspicio", scrive ancora Grezzi, "è che si riesca a costruire, anche in modo istituzionale, una nuova cultura ed una nuova attenzione verso il gioco, incentivando tutte quelle iniziative che promuovano la conoscenza e dalla conoscenza poter ricavare l’utile ultimo e più significativo: la capacità cioè di governo consapevole e la sua connessa responsabilità".
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L'imposizione tributaria sui giochi

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