La tesi del giorno
Somalia: un'economia parastatale
Somalia. Tra gli stati d'Africa uno dei più martoriati da guerre civili e carestia.
Ai problemi climatici - scarsità di piogge, desertificazione - si associano delle tradizioni politico-sociali che, al di là delle facili stigmatizzazioni, non aiutano la popolazione somala a trovare una via di uscita alla spirale di fame e violenza.
Una situazione drammatica acuita dal fatto che, come sostiene Silvia Del Priore, "dal 1991 in Somalia non c'è più uno Stato con i requisiti tipici della tradizione occidentale, come una territorialità definita, l'uso esclusivo della coercizione da parte del governo centrale, un programma di politica economica nazionale volto al progresso e al benessere del paese, una cultura o un disegno comune".
Una delle caratteristiche più pregnanti della storia somala, infatti, è la sua struttura sociale di tipo clanico.
Tale elemento è fondamentale, perché permea da sempre le relazioni sociali, politiche ed economiche di un popolo che non ha mai realmente avuto a che fare con un governo democratico. E l'esperienza del regime dittatoriale non ha certo sanato la frattura tra popolazione e autorità costituita, lasciando anzi forti strascichi nella concezione dello Stato.
Nel suo lavoro La Somalia: un caso di economia in assenza di Stato Silvia racconta lo svilupparsi, dai primi anni '90, di un'economia 'individuale', completamente diversa rispetto ai 'progetti statali' tipicamente occidentali, che non aiuta certo la Somalia a gettare le basi per una nuova stabilità dopo la fine della dittatura.
Silvia sostiene che la Somalia 'viaggia' su un modello alternativo di ordine, completamente a-politico, dove la guerra diventa una forma di economia fine a se stessa.
Sicurezza, rapimenti, sfruttamento degli aiuti umanitari, armi, sono diventati veri e propri prodotti commerciali: questo crea inevitabilmente confini sempre più labili tra la figura del warlord e quella del businessman, che si intercambiano con sempre maggiore frequenza.
Così è nella guerra delle banane, nel business del Khat, nell'esportazione del carbone e, ovviamente, nel traffico d'armi e nello sfruttamento della 'aid economy'. Ma anche nella gestione di tutti i settori basilari, dall'agricoltura, al bestiame, alla merceologia, sia import che export.
Una sorta di economia informale a gestione privata, quindi, fuori dal controllo statale che, conclude Silvia, gradisce e mantiene il clima di instabilità in grado, se non altro, di garantire almeno queste forme di commercio.
Un circolo vizioso da combattere, almeno idealmente, con la creazione di "un'autorità statale che sia in grado di garantire la sicurezza e il rispetto di anche basilari regole di condotta, che possa gestire e fornire servizi di interesse collettivo seppure in forma basilare".
Tanto più che l'instabilità politica e la carenza di risorse naturali non rendono la Somalia appetibile agli aiuti internazionali…
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