La tesi del giorno
CIE: alla ricerca di una definizione
Fantasmi in costruzione, una via di mezzo tra una pensione e un carcere, moderni lager, campi di detenzione, alberghi a cinque stelle...
Questi sono solo alcune delle definizioni che emergono dalla ricerca di Helen Dardanelli, che nella sua tesi La lunga ora d'aria. Una ricerca sui Centri di Permanenza Temporanea tenta di sbrogliare e definire il significato 'ontologico' dei Centri di Permanenza Temporanea, rinominati Centri di Identificazione ed Espulsione (CIE).
Sebbene il nome giuridico sia cambiato nel corso degli anni, cercando di affinarne la definizione legislativa, nella sostanza non si è ancora chiarita la funzione di questi centri che 'ospitano' gli immigrati irregolari.
In realtà, a differenza delle carceri che hanno una funzione giuridica e sociale accettata e stabilita, i CIE si muovono nel limbo tra assistenza, appoggio legale per le richieste d'asilo, necessità di mantenimento dell'ordine e di gestione dei flussi migratori. Ma anche, per coloro che sono costretti a passare tre, quattro, sei mesi, in condizioni igieniche non a norma, nell'incertezza e nell'impossibilità di studiare, lavorare o decidere del proprio futuro, il CIE è una sorta di inferno, "uno zoo" in cui vengono ammassati questi animali venuti da fuori.
Fin dalle sue origini il CPT ha mutato definizione e ruolo a seconda che a parlarne fossero gli operatori che vi lavorano, gli 'ospiti', l'opinione pubblica o la politica: "L’istituzione di cui si occupa la mia ricerca", sostiene infatti Dardanelli, "nasce con un processo top-down: l’approvazione di un progetto di legge in risposta al fenomeno dell’immigrazione clandestina, percepito come un’emergenza. Essa in un secondo momento si istituzionalizza a livello micro tramite l’interazione degli attori che vi hanno a che fare".
A fronte di questo riconoscimento mutevole, Dardanelli cerca di delimitare il significato del Centro attraverso un'analisi sul campo, entrando nel Centro di Torino e intervistando i trattenuti, il medico di turno, il direttore e contattando i responsabili della Prefettura, nonché alcuni immigrati rimasti in Italia dopo essere stati rilasciati.
"Prigione, hotel di lusso, lager, gulag, albergo, queste sono solo alcune delle denominazioni che hanno stuzzicato la mia curiosità sociologica. Sono partita da qui, da questi nomi, chiedendomi come potessero definire uno stesso oggetto, come percezioni così diverse potessero essere riferite all’esperienza di uno stesso luogo e perché di esso trasparisse così poco sui mezzi di informazione nazionali. [...]
Ho provato ad andare a fondo nelle rappresentazioni che le categorie di persone interagenti con l’oggetto si danno di esso. Nel farlo mi sono soffermata sull’uso del linguaggio, dei lemmi scelti per spiegare la natura dell’istituzione cui si riferivano.
Inizialmente pensavo che andando a fondo avrei fatto chiarezza, avrei trovato un significato univoco da attribuire ad una denominazione consolidata. Proseguendo con la ricerca, invece, ho constatato che l’unica certezza cui sarei potuta arrivare era proprio la multiforme varietà di espressioni da cui ero partita. E che paradossalmente a quello stesso oggetto si potevano parimenti riferire tutti quei significati. [...]
Il Centro di Permanenza Temporanea di Torino è una cosa per il suo staff, un’altra per i suoi trattenuti. Eppure queste categorie di persone convivono nello stesso tempo e nello stesso spazio, al di là del medesimo muro col filo spinato e sullo stesso spiazzo grigio di cemento".
"Importante è l’emergere spontaneo delle definizioni nel corso delle interviste, che rivela la necessità dei singoli di rendere comprensibile e riconoscibile la loro situazione presente o passata. Abbiamo visto affiorare un self del migrante che si auto-definisce come 'clandestino' e che spiega a se stesso e rende intelliggibile in questo modo la propria detenzione amministrativa.
È interessante, inoltre, che questa spiegazione (la condizione di clandestinità) sia l’unica giustificazione che il soggetto riesce a dare a se stesso della propria condizione temporanea".
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