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I fallimenti del liberismo in Cile, Polonia e Indonesia

Diffusione del Neoliberismo

Con neoliberismo ci si riferisce a quella dottrina economica che rifiuta le teorie keynesiane e che ha tra i suoi fondatori Friedrich von Hayek e tra i massimi esponenti Milton Friedman e la scuola delle aspettative razionali. Le colonne portanti di questa teoria sono la libertà di mercato, il libero scambio, la deregolamentazione, l’eliminazione delle tariffe, politica monetaria a controllo dell’inflazione, minimo intervento statale nell’economia. In questa sede non ci occuperemo della teoria economica neoliberista, ma di come essa si sia diffusa prima negli Stati Uniti e in Europa e successivamente anche nei Paesi in via di sviluppo.

La grande diffusione del Neoliberismo si colloca tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, ma le sue radici sono ben più profonde, già negli anni Trenta si iniziarono a sviluppare gruppi di intellettuali che nel 1947 avrebbero fondato la Mont Pelerin Society. Questa organizzazione fu il primo pensatoio delle idee neoliberali e può annoverare tra i suoi soci cinque premi Nobel e un cancelliere tedesco. All’epoca della sua fondazione, però i tempi non erano ancora maturi per poter diffondere queste teorie a livello globale, in quanto l’egemonia del pensiero keynesiano era ancora solida.
Il mondo usciva da un grande conflitto mondiale che lo aveva sconvolto e gli obiettivi principali consistevano nell’assicurare pace e tranquillità nelle nazioni e a livello internazionale. I sociologi Robert Dahl e Charles Lindblom nel 1953 affermarono che, poiché le forme pure di capitalismo e comunismo avevano fallito, l’unica soluzione possibile era una commistione di Stato, mercato e istituzioni democratiche che assicurasse la pace, l’allargamento della partecipazione, il benessere e la stabilità. Gli Stati si posero come obiettivi la piena occupazione, la crescita economica e il benessere dei cittadini, attuando politiche di stampo keynesiano. Si venne così a creare il cosiddetto embedded liberalism, il quale indica come, intorno ai processi di mercato, sia presente una rete di restrizioni sociali e politiche volte a limitare e orientare la strategia economica e industriale.
Queste politiche garantirono alti tassi di crescita nei Paesi a capitalismo avanzato durante gli anni Cinquanta e Sessanta, portando anche effetti positivi in Asia e Sud America.
Gli anni Settanta segnarono il punto di svolta e posero le basi per l’affermazione delle politiche neoliberiste. Gli Stati si trovarono di fronte ad una grave crisi che vedeva la crescita in contemporanea di disoccupazione e inflazione, ovvero, la stagflazione. Questo fenomeno era nuovo e sconosciuto, non previsto dalle politiche keynesiane né dalla curva di Phillips la quale evidenzia una relazione inversa tra inflazione e disoccupazione.
Molti Paesi entrarono in crisi poiché non furono più in grado di sostenere le spese sociali a fronte di una forte riduzione delle entrate. Il tutto fu accompagnato dalla fine della convertibilità dollaro-oro e la conseguente fluttuazione dei cambi, nonché dagli shock petroliferi che si susseguirono per tutto il decennio alimentando ancor più l’inflazione.
In questo momento di smarrimento e di crisi il neoliberismo non era l’unica scelta ipotizzabile, ci si sarebbe potuti orientare anche verso un’ulteriore estensione del controllo dello Stato e di regolamentazione dell’economia. Quest’ultima proposta fu particolarmente sostenuta dai partiti socialisti e comunisti europei ed ottennero un considerevole sostegno popolare. Nonostante ciò il neoliberismo venne adottato come risposta ai problemi in corso.
Il motivo di questa scelta va ricercato nelle condizioni in cui si trovarono le economie negli anni Settanta. La disoccupazione e l’inflazione portarono i partiti politici a polarizzarsi verso gli estremi. Da un lato partiti socialisti, comunisti e movimenti operai promuovevano i diritti dei lavoratori ottenendo anche enormi consensi. Ad esempio in Francia negli anni 1971-1975 si registrarono in media quattro milioni di giornate di sciopero l’anno e mobilitazioni sociali si verificarono anche in Italia, Germania, Inghilterra e Belgio.
Dall’altro lato i partiti di destra miravano a soddisfare le esigenze dei detentori di capitali. I risparmiatori e gli investitori, infatti, si trovarono di fronte ad un abbassamento costante del tasso di interesse reale, il quale divenne addirittura negativo. Anche l’industria vide l’erosione della propria ricchezza tramite l’abbassamento del rendimento del capitale investito, mentre la quota di salari nel valore aggiunto aumentava.
Un dato significativo dell’erosione della ricchezza dei detentori di capitali è la quota di reddito percepita dal 1% della popolazione più facoltosa. Negli Stati Uniti questa percentuale scese dal 16% dell’anteguerra, all’8% alla fine della Seconda Guerra mondiale. Tale livello sarebbe rimasto immutato per quasi trent’anni, ma affiancato ad una crescita forte. Negli anni Settanta questa situazione mutò bruscamente e la ricchezza di quella fascia di popolazione ebbe un brusco tracollo. Queste classi si trovarono minacciate sia dal lato economico, che dal lato politico.
I detentori di capitale da molti anni desideravano mettere un freno allo Stato assistenzialista e al movimento operaio, ma sino a quel momento questi desideri furono frenati dalla forte crescita che portava benessere per tutti. A causa della crisi si spense l’idea proveniente dal New Deal che “la marea che sale solleva tutte le barche”, ovvero, che l’armonia sociale favorisca la crescita economica.
In questo periodo di forti tensioni, le teorie neoliberiste si diffusero largamente sia negli ambiti politici di cui sono un esempio Margaret Thatcher e Ronald Reagan, sia negli ambienti accademici con il conferimento del premio Nobel a Hayek nel 1974 e a Friedman nel 1976, sia negli organismi internazionali come il FMI. Il Fondo era già orientato a politiche neoliberiste come dimostra il suo comportamento nei confronti del Regno Unito. Nel 1967, in risposta alla crisi di fiducia nei confronti della sterlina, propose di limitare in maniera rigorosa la crescita della massa monetaria. Meno di dieci anni dopo, a fronte di un ulteriore prestito, pretese una drastica riduzione della spesa pubblica.
Il laboratorio per la sperimentazione e la dimostrazione del funzionamento delle teorie neoliberiste fu il Cile. Sotto la guida della Scuola di Chicago, lo Stato sudamericano attuò un vasto progetto di liberalizzazione, deregolamentazione e privatizzazione. Ciò portò grandi benefici alle élite dominanti e agli investitori stranieri, nonché un forte accrescimento della disuguaglianza sociale.

Questo brano è tratto dalla tesi:

I fallimenti del liberismo in Cile, Polonia e Indonesia

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Informazioni tesi

  Autore: Irene Ielmini
  Tipo: Laurea II ciclo (magistrale o specialistica)
  Anno: 2010-11
  Università: Università degli Studi dell'Insubria
  Facoltà: Economia
  Corso: Economia Banca e finanza
  Relatore: Marcello Spanò
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 160

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