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L'impatto della sentenza delle S.U. n. 500 del 1999 sulla c.d. questione della risarcibilità degli interessi legittimi

I motivi del rigetto dell'istanza risarcitoria

Quattro delle dieci sentenze post 1999 esaminate hanno rigettato la domanda risarcitoria del privato.
In due di queste il giudice motiva la propria decisione con riferimento alla mancata prova da parte del privato degli elementi costitutivi dell'illecito aquiliano.
Uno di questi è il caso che vedeva il sig. Alessandro R. e la sig.ra Silvia N., che avevano partecipato alle procedure di selezione per la copertura di un posto di collaboratore amministrativo indetto da un piccolo Comune della riviera ligure, chiedere al giudice amministrativo di dichiarare l'illegittimità degli atti di esclusione e di condannare contestualmente l'amministrazione al risarcimento del danno da perdita di chance patito.
Il collegio genovese ha ritenuto irricevibile, per tardività, l'istanza demolitoria, mentre in relazione a quella risarcitoria ha dichiarato di poter prescindere dall'affrontare la questione della c.d. pregiudiziale amministrativa, giacché, nel caso di specie, la domanda si appalesava infondata, in quanto generica e totalmente sfornita di prova circa l'esistenza di un danno risarcibile.
Entrando più nello specifico, il giudice ha ritenuto che anche con riferimento al danno c.d. da perdita di chance “il ricorrente ha l'onere di provare gli elementi atti a dimostrare, pur se in modo presuntivo e basato sul calcolo delle probabilità, la possibilità che egli avrebbe avuto di conseguire il risultato sperato, atteso che la valutazione equitativa del danno, ai sensi dell'art. 1226 c.c., presuppone che risulti comprovata l'esistenza di un danno risarcibile”. Nel caso di specie tale onere non è stato considerato assolto dai ricorrenti, perciò la domanda risarcitoria non è stata accolta.
Le altre motivazioni con le quali il giudice ha rigettato la domanda risarcitoria del privato, nelle decisioni esaminate, attengono: alla mancanza del presupposto dell'illegittimità del provvedimento contestato; alla mancata impugnazione del provvedimento lesivo, quando in questo modo si sarebbe potuto evitare o mitigare il danno subito; ed alla riqualificazione, da parte del giudice, del petitum del ricorrente in una sorta di domanda di adempimento rivolta nei confronti dell'amministrazione in relazione ai suoi doveri retributivi, fondati sul rapporto di pubblico impiego.
Quest'ultima questione merita di essere approfondita.
I casi in cui il giudice si è pronunciato in tale maniera sono quelli dove il privato, ingiustamente escluso da un pubblico concorso, ha impugnato con un primo ricorso gli atti di esclusione, ottenendone l'annullamento. Così, in ottemperanza alla pronuncia del giudice amministrativo, viene assunto tardivamente dall'amministrazione, con decorrenza giuridica dal momento in cui sarebbe dovuto essere assunto se il concorso si fosse svolto legittimamente e con decorrenza economica dal momento in cui avrebbe preso effettivamente ruolo all'interno dell'amministrazione. Il privato, quindi, si rivolge nuovamente al giudice per chiedere la condanna dell'amministrazione al risarcimento ex art. 2043 c.c. del danno arrecatogli a causa dell'illegittimità del concorso, determinato nell'ammontare della mancata retribuzione per il periodo che decorre dal momento in cui sarebbe dovuto essere assunto qualora il concorso si fosse svolto legittimamente e la data dell'assunzione effettiva. [...]

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Informazioni tesi

  Autore: Andrea Fauda
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2019-20
  Università: Università degli Studi di Torino
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Roberto Cavallo Perin
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 193

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s.u. 500/1999
22/07/1999 n. 500

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