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APPROFONDIMENTI

Il crocefisso in classe: simbolo religioso o simbolo civile?

16/11/2009

Il crocefisso in classe: simbolo religioso o simbolo civile?

"La presenza dei crocifissi in classe costituisce una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni."
Queste le parole della sentenza con cui i sette giudici della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo (Coe) hanno accolto il ricorso presentato il 27 luglio 2006 da una cittadina italiana di origine finlandese residente ad Abano Terme, ricorso nel quale si contestava la presenza del crocifisso nelle aule della scuola frequentata dai due figli della ricorrente: in precedenza la richiesta di rimuovere il crocifisso era stata respinta da Tar e Consiglio di Stato, che nel febbraio 2006 aveva così sentenziato: “il crocifisso non è un simbolo confessionale ma un simbolo della storia e della cultura italiana”.

Tale tesi non è stata evidentemente accolta dalla Corte europea, i cui giudici hanno tra l’altro affermato che “gli Stati sono tenuti ad osservare la neutralità confessionale nei contesti della pubblica educazione. L’esposizione obbligatoria di un simbolo di una data confessione in luoghi che sono utilizzati dalle autorità pubbliche e specialmente in classe, limita il diritto dei genitori di educare i figli in conformità con le proprie convinzioni e il diritto dei bambini di credere o non credere”.
La Corte inoltre si chiede “come l’esposizione possa servire al pluralismo educativo che è essenziale per la conservazione di una società democratica”.

In attesa di conoscere le motivazioni della sentenza, presa all’unanimità dai suo componenti e contro la quale il governo italiano ha già annunciato ricorso, la sua pubblicazione può costituire il punto di partenza per una più ampia riflessione.
Giova ricordare la situazione del nostro paese attraverso le disposizioni che regolano la materia: la presenza del crocifisso nelle scuole italiane è prevista da due norme regolamentari contenute in due regi decreti del 1924 e del 1928 sugli arredi scolastici.
La validità di tali norme, da molti contestata in forza di un loro presunto contrasto con i principi costituzionali, è stata invece ribadita dal Consiglio di Stato nel febbraio 2006.

Per diverso tempo, a tal proposito, si sono fronteggiati, per così dire, due opposti schieramenti, ovvero da un lato quello che sosteneva l’avvenuta tacita abrogazione delle disposizioni in oggetto in quanto contrastanti con il dettato costituzionale che stabilisce l’uguaglianza dei culti di fronte alla legge e come tali non più vigenti; dall’altro lo schieramento di coloro che sostenevano l’immutata vigenza delle disposizioni in assenza di una loro esplicita abrogazione.
Il Consiglio di Stato, proprio pronunciandosi sul ricorso della signora finlandese di cui sopra, ha smentito l’avvenuta abrogazione, con ciò facendo chiarezza una volta per tutte, sostenendo tra l’altro: “Il crocifisso deve restare nelle aule scolastiche non in quanto suppellettile o oggetto di culto ma perché è un simbolo che esprime l’elevato fondamento dei valori civili (tolleranza, valorizzazione della persona, rispetto) che hanno un’origine religiosa ma sono anche i valori che delineano la laicità dell’attuale ordinamento dello Stato”.
Il giudice amministrativo rilevava come le disposizioni sopraccitate, i regi decreti così come le circolari sono preesistenti ai Patti Lateranensi (siglati nel 1929) e ovviamente alla Costituzione (entrata in vigore il 1 gennaio 1948) e anche al nuovo Concordato (firmato nel febbraio del 1984), e mai si sono posti in contrasto con essi e pertanto sono da considerarsi tuttora “legittimamente operanti”.

Ora, a quasi sette anni dall’inizio della vicenda giudiziaria innescata dal ricorso della famiglia veneta nel 2002, questa pronuncia della Corte Europea di Strasburgo sovverte l’orientamento dei giudici italiani, verrebbe da dire ignorando beatamente il contenuto delle disposizioni del concordato tra Stato e Chiesa, che all’articolo 1 stabiliva dopo l’abrogazione del confessionismo, che “i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano”, ponendo così la religione cattolica in Italia in una posizione di giustificata anomalia nel panorama religioso nazionale.
Se la sentenza della Corte europea fosse confermata, potrebbe aprire la strada ad una serie di ricorsi da parte di cittadini italiani intenzionati a far rimuovere il crocifisso dalle aule delle scuole pubbliche.

Il disappunto trapelato dal Vaticano, così come anche dalla classe politica, per una volta in modo quasi unanime, sembra essere condiviso ad ampio livello anche presso l’opinione pubblica: molte e diverse le reazioni contro una sentenza giudicata “miope e inaccettabile”, irrispettosa della storia italiana nonché della quotidianità del nostro paese.

Il crocifisso è un simbolo mai come in questi tempi al centro dei pensieri di tanti. Chissà quanti di coloro che oggi discutono hanno mai in passato dedicato un minuto del loro tempo a quel piccolo oggetto, presente nei luoghi pubblici eppure spesso invisibile ai più.
Tempo fa un cittadino italiano di religione islamica si era espresso in questi termini a proposito del crocifisso: a suo dire si trattava “di un cadavere in miniatura”, della “macabra raffigurazione di un uomo nudo e ferito”.
Ebbene, può apparire strano, perché in effetti questa affermazione, pronunciata con intento offensivo, in realtà corrisponde a verità. Certo, l’evidente mancanza di rispetto e sensibilità rende difficile la comprensione di tale affermazione, percepita come un’offesa; piace pensare che sia frutto dell’ignoranza, quella stessa che spesso porta i cristiani a pronunciare giudizi poco generosi nei confronti dei non cristiani.
Comunque quell’affermazione irriguardosa contiene elementi di verità. La persona che, morta, è ritratta nel crocifisso è un uomo. È un uomo come ce ne sono tanti nel mondo, in questo tempo presente, e come ce ne sono stati in passato nel corso dei secoli. È venuto al mondo, è cresciuto, ha patito il caldo, il freddo, la fame e la sete e le tante altre miserie cui la condizione umana condanna, come il dolore per la morte degli amici, la paura dell’abbandono, la gioia dell’amicizia.
È una creatura umana dunque, ma molto speciale per coloro che hanno creduto alle sue parole: egli infatti è il tramite dato da Dio, è dunque venuto al mondo con uno scopo, ha parlato, insegnato, e molti hanno accolto il suo messaggio e lo hanno diffuso, tanto che esso è giunto fino a noi, nei tempi e nei luoghi più lontani

Ma quell’uomo raffigurato in croce si è fatto portatore di un messaggio nuovo, per certi aspetti strano e persino sconvolgente: chi attendeva un leader politico, un re potente e spietato è rimasto deluso.
Le parole di quell’uomo infatti sovvertivano l’ordine esistente: per la prima volta veniva detto che tutti gli uomini erano fratelli in quanto figli di un unico Dio, che la vita vera cominciava dopo il passaggio terreno e che quel regno di beatitudine dava in prima fila i poveri, i diseredati, i miti, gli umili, i perseguitati. Veniva anche detto che era giusto amare i propri nemici perché non c’era alcun merito nell’amare solo coloro che ci amano.
Quell’uomo fu capace di porsi contro la legge quando questa diventava pretesto per glorificare azioni umane discutibili o mezzo per soffocare l’amore per gli altri. Era così sconvolgente e sovversivo il messaggio e il comportamento di quell’uomo che le autorità decisero di metterlo a morte. E lui non si sottrasse al suo destino, andando incontro all’umiliante, crudele e spaventoso supplizio della crocifissione.
La fine, apparente, di una vita non divenne pietra tombale di quel messaggio ma si pose invece come base per l’inizio di un movimento di fede e testimonianza.

Quando un cristiano guarda il simbolo della croce è questo che vede: un uomo, fatto di carne e sangue, ordinario e straordinario assieme, una creatura divina che è scesa tra gli uomini per farsi loro redentore, per tracciare una strada, lasciare un segno in modo che nessuno potesse dire: non lo sapevo. È allora uno straordinario esempio di amore quello che si pone di fronte a chi si sofferma davanti a un crocifisso. Quelle ferite, quel sangue, quel corpo seminudo sulla croce diventano allora segni di gloria e di vittoria: gloria eterna, vittoria sulla morte e sul dolore, sulla malvagità e sull’odio. Per trionfare Gesù ha dovuto abbassarsi al livello dell’uomo e sperimentare l’abisso della crocifissione.

Per un non cristiano questo simbolo può essere visto non come l’arrogante affermazione di vittoria di un culto che da quell’uomo ha avuto origine, piuttosto il simbolo di un uomo che è morto per le sue idee; non riconoscere la natura divina di Cristo non equivale a disconoscere la natura umana, profondamente umana di colui che ha parlato in difesa dei deboli, degli ultimi, degli emarginati, che ha parlato di perdono, salvando dalla lapidazione una donna che aveva infranto la legge.
Questo possono vedere nel crocifisso i non cristiani, la storia di un uomo che si è battuto per le sue idee, ha avuto accanto amici e seguaci, ma è stato anche tradito per denaro da un suo discepolo, ha sofferto la tortura e poi la morte. Quante persone possono aver vissuto, almeno in parte, destini simili!

Anche da un punto di vista laico il Cristo crocifisso può diventare simbolo dell’umanità sofferente, dell’oppresso, del carcerato, del torturato, del messo a morte sulla croce; tra le ultime parole pronunciate da Gesù ci sono quelle a favore di un altro condannato: non sappiamo chi egli fosse, probabilmente un ladro, forse colpevole dei reati che lo avevano condotto al patibolo; Gesù, di fronte al mutamento del suo animo nel momento estremo della morte, lo chiama a sé.
Per un cristiano è tale la forza, realmente dirompente, di un simile gesto che vedono in quel simbolo la sconfitta della morte, il trionfo dell’amore, la vittoria sull’odio.

Per un non cristiano che ami la bellezza dell’arte un crocifisso può essere un’opera da ammirare quando l’ingegno umano è stato in grado di raffigurare la morte di Gesù in opere diventate capolavori.
Per un non cristiano che non ami l’arte ma si interessi e comprenda il sentimento religioso altrui, un crocifisso rappresenta un utile strumento di tolleranza, che, non va dimenticato, deve essere reciproca, e dunque praticata anche dalle minoranze nei confronti della maggioranza.
Chi meglio di colui che vede compreso e rispettato il proprio credo religioso da parte di chi è in minoranza perché ateo o di altra fede, diviene più pronto poi a difendere e sostenere i diritti e i sentimenti religiosi di colui che è in minoranza, qualora questi fossero limitati o repressi?

Solo il rispetto della propria tradizione, cui ci si rapporti come credente oppure no, può portare al rispetto degli altri: la veemenza delle reazioni dei ricorrenti, così come dei loro sostenitori, mostra che una prolungata ancorché “distaccata” esposizione al crocifisso gioverebbe loro parecchio, rendendoli consapevoli della importanza che fede e simboli conservano per tanti, malgrado tempi e comportamenti attuali sembrerebbero escluderlo.
Una attestazione di fede, oppure di affetto verso un simbolo universale e universalmente noto sarebbe il miglior modo di prendere posizione verso una sentenza che ignora storia, diritto, religione e consuetudine di un popolo in nome di un malinteso principio di tutela della libertà educativa dei genitori, spesso più attenti alle proprie battaglie che alle reali esigenze dei propri figli.

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Aggiornamento alla tesi "La presenza del crocefisso nei luoghi pubblici" alla luce della sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo del novembre 2009.


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