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APPROFONDIMENTI

Quale marginalità

21/12/2004

Quale marginalità''L'incontro con 'l'Altro da noi''' di Achille Fiorillo, un bellissimo e toccante pezzo, mi ha portato a riflettere anche sulla multidimensionalità soggettiva degli individui, che si trovano giorno dopo giorno a lottare in una società che impone regole dure. Una società che presenta degli spaccati non solo nell'interazione con l'ALtro, ma anche nell'identità del singolo stesso.
Oggi si sente spesso parlare di Universalismo, Istanza civile, Coesione sociale, comunità – società, selettività, Dimensione relazionale - dimensione di scambio, Interazionismo simbolico, ecc. A questi aggiungerei inclusione sociale.
Il libro Bianco del Welfare ne parla nel paragrafo 4.2.3; ne parla includendo come soggetti interessati individui e famiglie povere in termini di povertà assoluta e relativa; ne parla anche fissando come obbiettivi: “attuare percorsi di inclusione sociale rivolti alle diverse fragilità sociali ed alle fasce in condizioni di marginalità o a maggior rischio di esclusone, promuovendo azioni per il loro reinserimento e l’attivazione di reti di ultima istanza”.
Dopo queste parole voglio sottolineare delle riflessioni che una ragazza fece durante una discussione. Lei sottolineò una dicotomia tra il “suo sé” e il suo “me sociale”, disagio non avvertito per niente in famiglia, in quanto riusciva a esprimere i tre saperi fondamentali senza alcun problema. Questi tre saperi sono: il saper essere, il saper fare, e il sapere.
Queste parole mi portano a delle riflessioni. Questo disagio è comune a molti, e ammesso da pochi? Come ha influito il nostro processo sociale sui nostri rapporti inter-relazionali se si evidenzia da questo disagio una profonda rottura tra la società e l’individuo nella sua realtà? Berger e Luchmann in La realtà come costruzione sociale ci spiegano come la realtà sia ciò che noi percepiamo e conosciamo come reale e varia da società a società (ed è prodotta, trasmessa e conservata attraverso processi sociali). Tornando al nostro discorso, i miei pensieri si sono soffermati sulla società italiana, nella quale vi sono differenze di realtà sociali i cui prodotti devastano, colpiscono, disorientano e rendono marginali noi giovani. Cosa è questo qualcosa nel nostro processo sociale che colpisce la nostra interrelazione sociale e l’incontro tra l’io e il me? Come si può parlare di solidarietà sociale e responsabilità personale nella comunità se l’atto è dunque una interazione continua tra l’io e il me, e una successione di fasi che finiscono per cristallizzarsi in un comportamento unico? (A. Coulon , La Scuola di Chicago, Lecce, Pensa 2001).
Ho pensato a questo tipo di disagio come a un nuovo tipo di marginalità. Il libro bianco del Welfare quando parla di inclusione sociale usa parole come fragilità sociali, fasce in condizioni di marginalità o rischio di esclusione. Penso che non sia solo una questione di fasce reddituali e percentuali statistiche; queste sono importanti, ma non sono gli unici aspetti da considerare. Bisogna parlare di altri tipi di fragilità sociali e marginalità perché nel momento in cui si parla di Welfare, comunità e risorse all’interno di una comunità per costruire un nuovo progresso sociale, il singolo individuo non può soffrire di mancati riconoscimenti, o altro, da parte di una società, poiché penso che questo disagio ci porti a un senso di estraneità nella nostra stessa comunità. Simmel affermava che nelle società moderne ognuno diventa straniero nella propria società e lo straniero, in quanto esterno ai meccanismi più intimi della società che lo accoglie, è capace di distacco e obbiettività. Tuttavia l’uomo marginale è anche colui che fa avanzare la civiltà, l’uomo marginale (nel caso della mia amica come di molti di noi), è un vissuto drammatico tra gli stessi gruppi. È questo vissuto che ci porta a domandarci il perché non abbiamo riconoscimenti per gli studi fatti, per un’esperienza professionale, per la nostra particolarità come individui unici con abilità uniche. Non ricordo quale canale televisivo ha dato spazio a un senza tetto della periferia di Roma, il quale aveva fatto richiesta di dare la ricevuta per l’elemosina che gli veniva fatta. Questo signore ha chiesto la candidatura alle elezioni comunali e persino ha scritto una raccolta di poesie. In televisione ne parlavano come se fosse qualcosa di straordinario, ma non è anche questa una istanza di cittadinanza? Perché escludere le sue richieste? Forse può dare dei buoni consigli per affrontare problemi della sua città poiché è un esperto della sua società.
Mi sembra che noi siamo stati schiavizzati da una società che ci impone di controllare i nostri istinti più piccoli come provare entusiasmo, gioia o tristezza in un ambiente che non siano le nostre mura domestiche. Non sono anche queste risorse da sfruttare in una relazione dinamica con gli altri, qualunque essi siano? È l’individualismo che ha sostituito i valori sociali. Dove porterà tutto questo?
Thomas e Znaniecki definiscono l’organizzazione sociale un insieme di convenzioni, di atteggiamenti e di valori collettivi che prevalgono sugli interessi individuali di un gruppo sociale. Però, dall’incontro è emerso che sono gli interessi individuali che nella nostra generazione prevalgono. Quindi siamo in quella che sempre i due autori citati prima definiscono come la disorganizzazione sociale che corrisponde alla manifestazione del declino di valori collettivi e con un accrescimento e una valorizzazione delle pratiche individuali? Ciò corrisponde ad un declino dell’influenza delle regole sociali sugli individui? E tutto questo porterà qualcos’altro? Comunque i due fenomeni sono ciclicamente legati!
Nella nostra società queste regole sociali sono sempre più spietate e dure, e vanno contro la natura umana. Parlano di aiuti alla famiglia e sostegni per la promozione all’incremento delle nascite. Mi domando se sono comunque validi questi tipi di discorsi in quanto oggi viene tutto dettato da regole di mercato e non più da regole sociali.
Come andare incontro a due giovani che vengono limitati nei loro desideri naturali di concepire dei figli dal momento in cui si parla di precarietà dei contratti di lavoro e del lavoro stesso? Ma parliamo di utopia o realtà? Ci insegnano che utopia non indica il sogno impossibile, ma essa è inclusa nella storia; fa parte del processo storico ed è grazie ad essa che nella storia si è lottato per i diritti umani per le conquiste di ogni genere. Non è anche l’utopia un’istanza che proviene da un mancato bisogno? È essa che attiva i diversi meccanismi giuridici, economici e sociali nella storia e il popolo ne è il portatore. Voglio sottolineare un'altra frase del libro Bianco: promuovendo azioni per il loro reinserimento e l’attivazione di reti di ultima istanza.
Il reinserimento di chi? Dei poveri marginali? Quali marginali? Come attivare una rete di ultime istanze se in questa marginalità vi sono dei giovani che soffrono di una disorganizzazione individuale e poi sociale! Cosa si intende per istanza se la nuova istanza civile è segmentata nel suo interno?!

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