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APPROFONDIMENTI

L’incontro con ''l’altro da noi''

21/12/2004

L’incontro con ''l’altro da noi''1.1 Un punto di partenza differente
In questi ultimi anni abbiamo assistito ad un repentino e forzato mutamento delle geografie dei popoli. Esso ha condotto gli individui verso un processo d’interazione multirazziale con movimenti che hanno contribuito all’attuazione d’impatti forti ed improvvisi. Tali processi si sono articolati attraverso flussi d’imposizione massiccia e non seguendo movimenti diluiti e di lenta amalgama.
I gruppi stanno velocemente trasformando le loro organizzazioni sociali, dando vita a società multi-etniche che generano inevitabilmente un nuovo tipo di problematiche non solo comunicative ma che abbracciano tutti i settori del quotidiano.

Questo nuovo scenario, che investe l’organizzazione di grandi e piccoli gruppi, s’inserisce in un quadro di problematiche già preesistenti. Tali questioni sono il frutto del processo osmotico che intercorre tra i singoli individui, il sottogruppo e il gruppo al quale appartengono. Come in un immaginario gioco di cerchi concentrici si parte dal più piccolo dei cerchi ed attraverso un processo di continuo interscambio ed influenze si passa ai cerchi più grandi quali i sottogruppi e i grandi gruppi etnici, senza trascurare che si tratta di dinamiche in continuo movimento e soprattutto non operanti in senso unico.

La chiave di lettura di queste nuove informazioni, alle quali gli individui non sembrano essere prepararti, è situata proprio nella multidimensionalità soggettiva degli individui, ancor più in quella che si genera quando essi entrano in contatto con altri soggetti a formare organizzazioni sociali complesse.
Sciogliere i nodi di questa che all’apparenza può sembrare una macchinosa matassa è un’operazione che richiede un’analisi attenta ed accurata.
La metodologia d’intervento che ha dimostrato di poter assolvere questo compito è di certo quell’antropologica, con i suoi strumenti è, infatti, possibile penetrare nel profondo di una cultura portando alla luce tutto ciò che resta celato ad ogni analisi superficiale o quantomeno legata a soluzioni meramente quantitative.
Operando in modo attento è possibile giungere alla conoscenza degli aspetti peculiari, ma anche d’affinità, che caratterizzano e per certi versi avvicinano i diversi gruppi sociali.

Essi modellano un popolo e possono creare barriere insormontabili, se sottovalutati o superficialmente analizzati.
Attraverso una metodologia d’intervento attenta alla multidimensionalità dei gruppi umani è possibile dimostrare come l’interazione tra gruppi diversi possa e debba avvenire attraverso procedure di conoscenza ed allineamento e non utilizzando tecniche invasive.

E’ chiaro, quantomeno necessario, che le conoscenze di stampo antropologico siano integrate da saperi che giungano da altre discipline in testa alle quali ci sono di certo quelle sociologiche e quelle degli studi di Psicologia.
Immaginiamo di far riferimento alla figura di cerchi concentrici in interscambio citata in precedenza e procediamo ad un’analisi che parta dal più piccolo dei cerchi; in altre parole il singolo individuo. L’intento è quello di mostrare la possibilità di percorrere una strada differente da quelle mostrate fino ad ora per affrontare le problematiche dell’incontro tra stranieri ed autoctoni, ma anche i rapporti all’interno degli stessi gruppi autoctoni dove alcuni sottogruppi rischiano di divenire stranieri.

In conformità a quanto affermato, questo tentativo d’analisi partirà da ciò che è considerato il punto d’origine dell’intera questione, anche per essere fedeli alla tecnica d’intervento antropologica che affonda le radici dei suoi interventi in una metodologia d’analisi che cerca gli aspetti profondi e non si limita a questioni che si mostrano in superficie celando la vera fonte dei problemi.
Partiamo da un esempio concreto che ci aiuterà meglio ad affrontare il percorso.
La maggior parte degli individui quando affrontano argomenti nei quali si parla di stranieri cercano di mostrare d’essere scevri da ogni possibile pensiero o azione fondata su modelli standardizzati.

Tutto ciò accade solo in una fase che possiamo considerare teorica, poiché le informazioni che ci giungono dal quotidiano mostrano che le azioni degli individui si discostano grandemente da quanto espresso nel momento dell’esternazione teorica.
Il nucleo della questione è collocabile nella convinzione che gli individui hanno di possedere una categoria cognitiva nella quale collocare tutto ciò che viene percepito come diverso.
Di certo uno straniero è qualcosa di differente.
In realtà gli individui non possiedono una categoria cognitiva aperta con la quale gestire le numerose forme della diversità.

Ciò che è diverso è qualcosa di “eso” vale a dire che si trova al di fuori, o che proviene da un ambiente esterno al soggetto agente. All’opposto tutto ciò che è “endo” è situato all’interno, generato in altre parole nel nostro campo del conoscere.

Tutto ciò che appartiene alla sfera “endo” non genera alcun tipo di problema. Nel momento in cui dovesse sorgerne uno, la soluzione sarebbe reperibile al suo stesso interno, poiché ogni cosa che si trova in quest’ipotetica sfera delimitata è collocabile dagli individui in una determinata categoria. Nell’ambito di quest’ipotetico spazio ben delineato, l’oggetto che vi prende posto assume dei caratteri ben definiti, riconoscibili e fruibili dal soggetto al quale appartengono le categorie.

I problemi sorgono quando gli individui entrano in contatto con qualcosa che appartiene alla sfera “eso”. Ciò che si trova in questo campo, che possiamo considerare esterno al soggetto agente, non trova una sistemazione immediata nelle categorie esistenti, non viene riconosciuta dal soggetto come un elemento appartenente alla sfera “endo” quindi ricco d’elementi conosciuti e fruibili.
E’ noto che tutto ciò che non si conosce, a cui non è possibile attribuire caratteristiche riconoscibili genera nella maggior parte dei casi paura o derisione.

La derisione è una reazione alla diversità generata da processi d’ignoranza o semplicemente da ludici giudizi di valore osservabile facilmente, ad esempio tra compagni di scuola, colleghi d’ufficio o semplicemente facendo caso ai commenti che noi stessi facciamo quando osserviamo chi ci sta in torno.
La paura di contro genera meccanismi più complessi, essi danno vita a reazioni le quali si realizzano anche in diversi passaggi.
La paura si genera proprio quando l’interazione con ciò che è diverso ci trasmette un input che non siamo in grado di collocare in nessuna delle categorie presenti.
Questa impossibilità dimostra che non abbiamo alcun tipo di conoscenza circa quest’input.

La non conoscenza, o meglio come i latini ci hanno trasmesso ignoranza, ci pone ad assumere atteggiamenti ostili, poiché questo qualcosa d’ignoto mette in azione ogni sorta di meccanismo di difesa, primo fra tutti l’allontanamento e l’emarginazione “dell’eso-oggetto”, se non la sua eliminazione.
I meccanismi messi in moto dalla paura non sono facilmente riconoscibili al momento dell’esordio, ma guidano il soggetto verso azioni evidenti e catalogabili secondo connotati ben delineati.
Ciò accade proprio perché la presunta categoria aperta alle diversità, nella quale collocare eso-input e considerarli fonte di conoscenza, non esiste. Meglio, esiste solo in una mendace fase teorica, scevra da contatti ed esperienze dirette.

1.2 La diversità e l’”altro da noi”
Alla luce di quanto affermato nel paragrafo precedente è necessario cominciare a ridefinire alcuni concetti.
In questo quadro è imprescindibile, difatti, l’analisi del concetto di “diverso” e di “altro da noi” che conducono ad uno degli aspetti che possiamo considerare all’origine delle problematiche legate alla presenza degli stranieri in Italia; la mancanza di una adeguata conoscenza da parte degli individui delle eso-culture che inficia l’organizzazione di categorie soggettive adeguate ad affrontare la diversità.

E’ bene partire proprio dal concetto di diversità.
Questo concetto ha perso il suo significato originario, per acquistarne uno che gli fa assumere un’accezione negativa, quasi dispregiativa.
In una società del terzo millennio in pieno regresso culturale, sempre più etnocentrica, nella quale la ghettizzazione è l’unica risposta a chi non assume o non si assoggetta pedissequamente a standardizzazioni abilmente studiate, anche le parole sono spesso snaturate e tendono ad assumere significati differenti rispetto all’etimologia originaria.
Diversità, diverso, con queste parole s’indica qualcuno o qualcosa che non presenta le caratteristiche endomorfe del soggetto agente.

La definizione sembrerebbe giusta se la disposizione egocentrica di chi la adopera non aggiungesse una seconda parte del tutto implicita, nella quale il diverso non presentando tali caratteristiche d’eguaglianza non è degno di occupare il gradino più alto di un’ipotetica piramide gerarchica e di conseguenza viene spostato in un piano inferiore.
Questa definizione non tiene conto del fatto che un soggetto il quale non annovera tra le sue peculiarità culturali o fisiche determinate caratteristiche, ne possiederà certamente delle altre, diverse, ma non di minor valore rispetto a quelle del soggetto agente.

Sembrerebbe più giusto, allo stato attuale delle cose, fare uso del concetto “Altro da noi” quando ci si riferisce a qualcuno che si colloca in un’eso-sfera che fa riferimento ad un endo-mondo differente dal nostro.
L’uso di questo concetto ci consente di far riferimento a processi psichici scevri da barriere o limitazioni di qualsivoglia natura.
Parlare di “Altro da noi” significa presupporre, già in fase d’elaborazione delle categorie cognitive, che si affronta un’interazione di livello paritario con un mondo il quale presenta una differente multidimensionalità.
In questo caso non si attribuisce all’analisi della diversità nessun giudizio di valore.

E’ proprio questo assunto che si trova alla base originaria di taluni vocaboli e concetti. Essi sono stati stravolti e modificati nella loro natura dal repentino imporsi di una società che rende impliciti giudizi di valore, negativo, in qualsiasi interazione con soggetti che mostrano caratteristiche non congruenti con le linee guida dettate da culture presunte dominanti.
“L’altro da noi” rappresenta un crogiolo ricco d’informazioni e d’insegnamenti dal quale poter estrarre linfa vitale che alimenti la nostra conoscenza, nonché la nostra esperienza quando abbiamo la possibilità di affrontare dei processi d’interazione diretta.

L’incontro con tutto ciò che si mostra come “Altro da noi” non deve avvenire seguendo un movimento che guidi i due poli in un incontro-scontro frontale.
Il cammino deve essere parallelo, di conoscenze ed interscambio, attraverso il quale diviene possibile comprendere a pieno le diversità, consentendo in tal modo alle incongruenze di assottigliarsi e non divenire mai fonte di scontri ricchi di un inarrestabile regresso della civiltà.
Ad esempio, diverrà conseguenza logica giudicare un individuo per le azioni che compie e non il suo agire legato a quello che un individuo è, o a ciò che un’artefatta stigmatizzazione figlia d’analisi quantomeno affrettate può fargli rappresentare.

L’impatto con l’altro da noi, spesso portatore di tratti culturali agli antipodi rispetto a quelli delle culture autoctone, è avvenuto e continua ad avvenire in una società oramai soffocata da quei caratteri d’etnocentrismo e cecità cognitiva che non consentono di aprire uno spiraglio, seppur minimo, a quella civiltà del terzo millennio tanto auspicata e anelata dagli individui dei secoli precedenti.
Le spinte invasive che hanno caratterizzato e continuano a caratterizzare i flussi migratori tengono lontani sia i popoli autoctoni, sia quelli stranieri dalla conoscenza di quelle peculiarità culturali che contraddistinguono un gruppo etnico. Diviene inevitabile, in questa situazione, che la non conoscenza conduca a non prendere in considerazione il credo religioso, le credenze, gli usi, i costumi e quant’altro fa parte della cultura di un popolo. Tutto ciò alimenta mendaci standardizzazioni, favorendo la nascita di rigetto e contribuendo al peggioramento dei problemi esistenti o addirittura alla creazione di nuove situazioni di difficoltà.

In tutte le culture i diversi ambiti della vita della comunità, se non tutti, sono più o meno legati a doppio anello con i dogmi dettati dalla religione, con le credenze o con figure carismatiche.
La multidimensionalità delle organizzazioni sociali che tali aspetti fanno emergere rendono alcuni gruppi intrisi di taluni caratteri che imbrigliano l’articolarsi delle azioni dell’intero gruppo, ma anche dei singoli individui.
Tutto ciò rende evidente quanto sia complesso l’incontro tra gruppi etnici che spesso sono agli antipodi.

A rendere la questione ancora più ardua si aggiunge il fatto che molte interazioni, oggi, avvengono in situazioni di confronto non paritario.
Le differenze esponenziali di gestione delle risorse hanno condotto alcuni gruppi etnici a credere di essere detentori di un’organizzazione culturale e sociale superiore alle altre, tutto ciò genera cecità cognitiva e conflitto.
La situazione italiana non è scevra da queste problematiche, anzi, la non ancora raggiunta maturità cognitiva e di conseguenza l’incapacità di realizzare un progresso della civiltà, soprattutto da parte di coloro che occupano ruoli con potere decisionale ed organizzativo, rendono l’incontro con lo straniero una fonte che genera problematiche in continua evoluzione.

Sulla scorta di tali argomenti, in una questione delicata come quella dell’interazione tra gruppi differenti, che come quotidianamente osserviamo troppo spesso avviene con movimenti d’imposizione, l’eccessivo lavoro di ricerca di teorie nozionistiche allontana da quelli che sono gli aspetti concreti dei problemi ed affida la soluzione di questi ad operazioni asettiche, come se gli interventi fossero simili a quelli che possono avvenire in un laboratorio.
E’ proprio in questo quadro, dove si rende necessario un allontanamento dalla letteratura nozionistica, che la metodologia d’intervento antropologico suggerisce una strada concreta ed efficace. Con questo tipo d’analisi gli individui escono dal mondo congetturale delle teorie e sono osservati nel mondo reale, nel quale le risposte degli individui non possono prescindere dalle interazioni quotidiane con altri soggetti, con il mondo esterno e con le strutture complesse delle società contemporanee.

Gli strumenti d’intervento antropologico suggeriscono che gli aspetti citati in precedenza quali la religione, le credenze, gli usi, i costumi e quant’altro caratterizza la struttura sociale e culturale di un popolo devono essere conosciuti, analizzati e studiati affinché sia possibile effettuare interventi mirati, nel rispetto della cultura di un popolo. Nel caso specifico, con riferimento alla questione degli stranieri in Italia, tali interventi consentirebbero la salvaguardia della cultura autoctona, che affronta l’interazione con lo straniero attraverso impatti duri e repentini, ma anche di quella straniera che viene continuamente provata da problematiche complesse ed articolate.

In tal senso diviene imprescindibile la presenza di figure che operino con questi strumenti al fine di coordinare le operazioni d’intervento sul campo e non solo.
L’uso di questa metodologia operativa consentirebbe di procedere verso una naturale espressione di progresso di una civiltà. In tale processo, per essere chiari, con il termine globalizzazione non s’intenderebbe assoggettare ogni individuo ad unica forma di pensiero che presume d’essere e s’impone come dominante, nella quale chi è portatore di tratti differenti, come lo straniero, è inevitabilmente fonte di pericolo per l’integrità personale e della struttura delle società autoctone.

Nei mutamenti che conducono verso la crescita dei popoli, la globalizzazione sarebbe intesa come un processo d’avvicinamento tra differenti gruppi etnici. Nei meccanismi d’azione del processo le ricchezze culturali d’ogni popolo avrebbero come obiettivo quello d’essere fruibili da tutti gli altri. In tal modo ogni gruppo, pur conservando le proprie peculiarità, si avvicinerebbe agli altri condividendo i tratti simili e armonizzando i tratti della diversità.

1.3 La multidimensionalità dei sottogruppi
Le stigmatizzazioni culturali sono lo strumento attraverso il quale, malauguratamente, oggi si cerca di analizzare e risolvere il problema dei flussi migratori regolari ed irregolari, ma anche di valutare e considerare i sottogruppi.
L’errore, dettato dalla mancanza di conoscenza delle culture e delle società, nasce nel non considerare che sebbene “Grandi gruppi” posseggano tratti culturali identici ed in apparenza aderiscano alla stessa organizzazione sociale, esistono, nel loro interno, sottogruppi (quali ad esempio quelli che popolano regioni, città, paesi, frazioni di paese, quartieri) che pur conservando quei medesimi tratti, ne possiedono alcuni peculiari. Tali tratti possono rendere ardua o addirittura nulla l’interazione, la comunicazione e la trasmissione di qualsivoglia messaggio.

Tutto ciò può condurre, ed accade sovente, ad una risposta negativa o addirittura all’antitesi rispetto a ciò che si era prospettato al momento della somministrazione di un input (stimolo).
E’ anche vero e da non trascurare che non bisogna prendere in esame solo le macro-differenze che sussistono tra grandi gruppi, giacché all’interno di una stessa popolazione esistono differenze culturali e comportamentali che non consentono la standardizzazione delle tecniche di comunicazione e d’informazione.
Proprio dall’analisi di queste micro-differenze che caratterizzano i sottogruppi è necessario partire per comprendere e gestire le realtà quotidiane, per allargare, poi, l’interesse verso le macro-differenze.

Due stranieri, ad esempio, che vanno in uno stesso paese, ma in zone differenti quasi all’antitesi, come può accadere a chi giunge in Italia, ad un confronto mostreranno peculiarità del gruppo con il quale sono entrati in contatto che l’altro interlocutore troverà del tutto nuove e non veritiere.
Entriamo nuovamente nello specifico della situazione italiana per proporre un esempio pratico e tangibile.
Gli Italiani presentano tratti culturali e comportamentali che nelle grandi linee li accomunano.

L’Italia, però, al suo interno presenta delle differenze non trascurabili tra le culture del nord, del centro e de sud del paese.
Nelle regioni del Sud sono presenti alcune città, come ad esempio Napoli, le quali non solo fanno emergere una cultura con tratti peculiari mercati, ma al loro interno la multidimensionalità dei gruppi presenti fa prevalere linee guida legate a tratti culturali che non sempre possono essere accomunate con quelle dell’intero gruppo cittadino, tanto meno è possibile avvicinarle a quello nazionale.

Le multiculturalità che concentricamente partono dal macrocosmo di un popolo e portano al suo stesso microcosmo, dal quale poi si ritorna al primo per un processo d’interscambio in continua mobilità, ci mostrano che l’unica via da seguire per la gestione delle società complesse è quella della conoscenza, non teorico nozionistica ma di studio sul campo.

Nel momento in cui si affrontano argomenti delicati, come quelli presentati fino ad ora, deve essere chiaro e sempre vivo il concetto secondo il quale il riscontro oggettivo della presenza di numerose diversità e la successiva analisi di queste deve essere scevra da qualsivoglia giudizio di valore.
Il fatto stesso di ammettere, ad esempio, le chiare differenze tra il nord, il centro ed il sud dell’Italia non implica in alcun modo giudizi che includono considerazioni positive o negative su l’una o sull’altra cultura.
Prendiamo in considerazione un anello più piccolo della nostra ipotetica figura di cerchi concentrici ed esaminiamo, sebbene per grandi linee, la situazione nella città di Napoli.

Essa è una città che vive, al suo interno, grandi spaccature culturali e comportamentali.
Possiamo considerare la presenza di due poli. L’uno che spinge la città verso un’estremizzazione negativa delle caratteristiche peculiari del popolo napoletano e guida l’articolarsi dei comportamenti verso l’ostentazione esasperata di taluni tratti. L’azione di questi comportamenti fa emergere l’ignoranza, il desiderio, che diviene quasi necessità, di compiere azioni nefaste, fino alla degenerazione completa che conduce alle diverse forme di criminalità.
All’estremità opposta si collocano i soggetti che appartengono alle differenti caste della così detta “Napoli bene”. In questi sottogruppi regnano i dogmi classisti secondo i quali il sol fatto di gestire un certo potere economico e politico, nonché l’essere in possesso di titoli di studio rende questi individui una classe che denota un’elite.

Entrambe questi poli, sebbene in modi differenti e con mezzi dissimili, gravano sull’intero gruppo danneggiandolo e impedendo alla sua vera natura di emergere.
Nel mezzo, tra questi due estremi, è collocabile quello che in parole semplici può essere considerato “il Napoletano”. Questo sottogruppo è veramente eterogeneo. Esso non presenta, nel suo interno, estremizzazioni di sorta capaci di trasformare pregi unici in perniciosi difetti.
Il problema è insito nel fatto che quest’ipotetico centro è compresso, quasi schiacciato, dai due poli a causa del potere detenuto dall’uno e dall’altro, sebbene di natura differente e soprattutto espresso in modi differenti.
Questa breve divagazione è utile per mostrare la realtà che uno straniero deve affrontare.

In questo quadro s’inseriscono numerose problematiche per nulla trascurabili o di facile soluzione.
Il discorso affrontato per l’Italia è estendibile a tutti i paesi, per questo motivo lo straniero che giunge in terra italiana, anche solo per un breve periodo, porta con se tutto il bagaglio culturale del paese d’origine. Queste culture nonché le relative organizzazioni sociali sono, molto spesso, all’antitesi e con pochi punti d’unione con la cultura autoctona.
Tenuto conto del fatto che quasi tutti coloro che giungono in Italia lo fanno spinti da motivazioni che non esprimono la loro libera volontà. Essi, inoltre, arrivano con mezzi di fortuna o percorrendo itinerari che toccano punti al limite della legalità o peggio nella piena illegalità.

Queste persone sono costrette dalle situazioni a trascurare, ma anche a violare spesso, i cardini della propria cultura per assoggettarsi ad una struttura sociale che non gli appartiene, ma che dovrebbe consentire loro di sopravvivere e sperare in un futuro.
Ciò accade poiché l’interazione con il popolo autoctono avviene in una situazione d’ambiguità sociale e ordinamenti improvvisati.
Le cause di questa situazione sono ancora una volta da ricercare nella mancanza, da parte dei popoli autoctoni, di una preparazione individuale e sociale ad affrontare interazioni di tal genere.

Un gruppo che non tiene conto delle multidimensionalità dei suoi sottogruppi e non possiede i mezzi per affrontare le problematiche del proprio endo-mondo, di certo non sarà mai nelle condizioni di poter dialogare con una diversità complessa e multiforme, quale quella dei popoli stranieri.
E’ proprio in questo grado di cecità che parole come extracomunitario saranno sinonimo di criminale. La conoscenza insegnerebbe, di contro, a comprendere che sarebbe necessario perseguire le azioni nefaste e chi le compie, ma senza attribuire giudizi di valore o di condanna a tutto ciò che non è conforme alla nostra cultura o alla nostra organizzazione sociale.
In conclusione un esempio concreto potrà rendere più leggibile quanto affermato in precedenza.

La dimostrazione è fornita da una pratica che nella cultura occidentale può essere interpretata come una crudeltà, ma che viene effettuata ancora in molti gruppi africani.
Tradizione, religione e convenienza sociale, sono questi i tre poli intorno a cui ruota il dramma dell'infibulazione, una realtà profondamente radicata in alcuni paesi africani, che recentemente si è avuto modo di conoscere anche in Italia attraverso le esperienze di migliaia di donne immigrate.

Mutilazioni genitali femminili, ovvero FGM (female genital mutilation), è questa la condanna, spesso nemmeno vissuta come tale, che condiziona la vita di oltre 100 milioni di donne nel mondo. Alcune volte si tratta di semplici e innocui rituali d’appartenenza come la circoncisione, altre volte, invece, si compiono pratiche terribili, inspiegabilmente violente agli occhi di un europeo. Queste operazioni crudeli prevedono l'amputazione, la rimozione e la cucitura di parti fondamentali e delicatissime dell'organo genitale femminile, spesso vengono eseguite senza alcun tipo di precauzione sanitaria. Lo stesso pezzo di vetro o di ferro è sovente utilizzato per ''operare'' più di una donna (soprattutto bambine) della tribù. Le mutilazioni possono avere effetti drammatici e durevoli sulla salute delle giovani donne: infezioni, fastidiose complicazioni alle vie urinarie, ma anche disturbi psichici; ansia, depressione, infertilità.

Gli sforzi compiuti per combattere la pratica dell'infibulazione e le altre forme più gravi di mutilazione non hanno sempre dato i risultati sperati. L'appoggio delle autorità è fondamentale, ma non sempre si traduce in atti pratici che vadano di là dall’imposizione dall'alto di leggi restrittive. E' fondamentale al contrario agire nel massimo rispetto della cultura e delle tradizioni delle popolazioni locali.

Le politiche di disincentivazione del fenomeno devono quindi essere necessariamente sorrette da programmi d’educazione e di formazione compiuti sul campo. In Africa tra le nuove generazioni scolarizzate si va diffondendo una nuova cultura, più consapevole e rispettosa dei diritti della donna, che deve essere sostenuta nei villaggi da un'opera paziente d’informazione. Nella cultura è, infatti, contenuto il maggior fattore della disincentivazione dell’FGM.
In Italia l'attenzione del Governo si è focalizzata sull'emergenza FGM dopo la conferenza di Pechino e dopo la conferenza Onu sullo sviluppo, grazie anche alla crescente immigrazione delle donne provenienti dall'Africa subsahariana. In aggiunta ai mezzi di contrasto contro ogni forma di violenza sulle donne e i bambini, messi a disposizione dalla costituzione e dalle leggi italiane, si è scelto di tentare la via del confronto culturale attraverso le strutture sanitarie, cui le donne africane si rivolgono. Per questo occorre una preparazione specifica, e per questo è nata un’iniziativa che promuove un seminario di formazione del personale sanitario, una sorta di stage permanente a cui possano accedere medici, ginecologi, personale dei consultori, pediatri.

L'usanza dell'FGM ha una storia millenaria ed è profondamente intrecciata con i riti, i valori e la cultura di una parte del mondo africano. Malgrado venga impropriamente attribuita alla religione musulmana e al dettato coranico, l'espressione ''farsi musulmana'' viene spesso adottata al posto di ''essere circoncisa'', l'infibulazione è molto più antica, sembra essere legata alla civiltà nomade. Secondo alcuni studiosi, questa ed altre pratiche di mutilazione avrebbero consentito al nomade poligamo di acquisire una completa padronanza sulla vita sessuale della moglie anche durante le lunghe assenze.
Essendo, questa pratica, vista come una sorta di rito di passaggio all'età adulta, la mutilazione è tradizionalmente praticata nell'età della pubertà, ma non sono rari, oggi, i casi di bambine infibulate a 8 / 9 anni, età in cui non è possibile ribellarsi. Dopo questo ''intervento'' esse sono considerate ''mature'' per il matrimonio, quindi vengono date in spose prestissimo. A quest'usanza sono legate una serie di superstizioni a dir poco fantasiose circa la sessualità femminile e lo stesso organo genitale della donna.

La sessualità femminile è vista, in questi Paesi, come irrefrenabile senza un adeguato intervento. Nella trentina di Paesi in cui viene praticato, la mutilazione genitale femminile è praticata in Africa, in alcune regioni musulmane dell'Asia e nel resto del mondo tra gli immigrati, esistono tre tipologie principali di FGM:

°Clitoridectomia - Escissione del prepuzio con o senza rimozione di tutto o parte del clitoride.
°Escissione - Rimozione chirurgica dell'intero clitoride, delle piccole labbra e della parete interna delle grandi labbra.
°Infibulazione - Escissione completa o parziale della parte esterna dell'apparato genitale e cucitura / restringimento dell'apertura vaginale.

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