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Io difendo gli assassini del piccolo Tommy…

04/05/2006

Io difendo gli assassini del piccolo Tommy…Sono brutali, sono bestiali, sono disumani, sono stati gli assassini del piccolo Tommaso Onofri, il bambino ucciso subito dopo il suo rapimento vicino Parma.
Gli assassini di Tommy: cosa farne? Io li difendo. Li difendo dalla pena di morte e li difendo dall’ergastolo… Uccidendoli siamo sicuri di aver risolto il problema? O è un modo per eluderlo? Il problema resterebbe tra noi.
Chi ha ucciso Tommy non ha avuto scrupoli nello sfogare la propria aggressività, non ha avuto remore né nello strappare con violenza un bambino di due anni dalle braccia della mamma, né nell’ucciderlo. Perché io, non solo non lo potrei fare, ma non sarei in grado di pensarlo? Perché, invece, gli assassini di Tommy sono riusciti a farlo? Vi garantisco che non si nasce assassini. L’istinto indiscriminato all’aggressività è in noi e si sviluppa insieme a noi. E’ l’educazione, la serenità dell’ambiente in cui viviamo e cresciamo, i valori che ci vengono trasmessi da bambini che indirizzano la nostra aggressività e ne determinano le perversioni. Una società che non riconosce la responsabilità di tutto ciò è una società cieca, destinata a collassare. Invocare la pena di morte non è altro che la risposta più istintiva, immediata e legalmente riconosciuta a scaricare la nostra aggressività contro gli autori di efferati crimini. E’ questione sempre di istinti di violenza: gli uni indiscriminati, gli altri incanalati in un senso più civico e socialmente accettati. In termini più spiccioli la pena di morte è vendetta. Sfogo contro l’aggressore. E’ aggressione civilizzata contro l’aggressore barbaro e perverso. Ma il problema della perversione rimane perché non risolto, e un altro pervertito e un altro ancora ci saranno per uccidere uno, due, tre piccoli Tommy. Servisse la pena di morte da deterrente, ma non è cosi, chi uccide non pensa alla pena di morte. Non mi sembra che vi sia nazione democratica dove l’esistenza di questa pena abbia ridotto il numero degli omicidi o la loro efferatezza. Essa serve solo a soddisfare la sete di vendetta del popolo. Tutto qua. Una società che non si assume fino in fondo la responsabilità di curare la perversione, o deviazione, servendosi appieno di tutti gli strumenti che dispone è essa stessa colpevole dei futuri crimini. E’ vero, oggi le società avanzate hanno adottato il concetto della pena come rieducazione e non come punizione, ma è pur vero che non si impegnano a sufficienza a battere questa strada. Un istituto penitenziario che dispone di uno psicologo per 700 detenuti rispetta il principio di rieducazione solo sulla carta ma non nella pratica. La verità è che una volta dietro le sbarre, di quelle persone a nessuno, o a pochi importa. Per questo i governi preferiscono investire più denaro in opere visibili e fruibili da chi sta fuori dal carcere piuttosto che in un programma lungo e radicale che reimposti il recupero degli autori di crimini. Si invoca, allora, la pena di morte, l’ergastolo e in casi estremi si fanno gli scongiuri per coloro che scontata la pena e usciti dal carcere non commettano nuovi crimini.

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