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APPROFONDIMENTI

Usi e abusi della memoria storica. Il caso della guerra del Golfo

10/10/2006

Usi e abusi della memoria storica. Il caso della guerra del GolfoSi è ampiamente discusso sull’uso che della storia hanno fatto i regimi dittatoriali e antidemocratici in ogni angolo del globo: revisione del passato più o meno recente allo scopo di costruire dei miti, lettura di vicende passate in un’ottica contemporanea che le distorce, richiamo alle origini e alle radici di un determinato popolo nel tentativo di creare un’identità forte, spesso in opposizione ad altri gruppi etnici. Si può affermare che ogni dittatura abbia ostentato una simbologia e un’iconografia direttamente legate all’immagine di un passato più o meno leggendario. Così, se Mussolini propagandò il mito della Roma imperiale e divenne egli stesso fondatore di un impero, Hitler si rifece ad una simbolistica estetizzante e pagana ispirata ad una misticheggiante quanto improbabile età precristiana. Ancora, se Saddam Hussein giunse a dichiararsi addirittura “discendente del profeta Maometto” e dunque novello riscattatore della sorte dei popoli arabi, Milošević declamò il suo progetto di “Grande Serbia” da Kosovo Polje, dove l’esercito serbo, pur sconfitto dai turchi nel 1389, avrebbe rappresentato un baluardo contro l’espansione dell’Islam nei Balcani.
Ma davvero un tale fenomeno è esclusivamente legato alla propaganda interna di un regime autoritario? Una democrazia può considerarsi immune dal rischio di simili strumentalizzazioni del passato? La risposta pare essere negativa. Se è assodato che le dittature hanno di frequente abusato della storia, non si può dimenticare che anche nelle democrazie si è assistito a un disinvolto uso della lectio historica per sostenere una determinata linea politica o per incanalare i sentimenti dell’elettorato. Un caso esemplare a questo riguardo fu la guerra del Golfo, che vide governi e media occidentali affannarsi nel sostenere la verosimiglianza o nel rimarcare la diversità tra quel contesto e altri periodi o eventi storici passati, a seconda che nella memoria storica essi fossero circondati da un’aurea positiva o negativa. Nel 1991 dei paralleli storici si servì sia chi si opponeva all’intervento, sia, soprattutto, coloro che lo sostenevano: l’amministrazione statunitense fornì il miglior esempio di un tale abile utilizzo, pescando a piene mani nella memoria collettiva d’oltreoceano.
Nella coscienza statunitense il ricordo della seconda guerra mondiale si ergeva come un exemplum di “guerra buona” nella quale gli americani erano stati costretti a combattere un nemico che, come il nazismo, rappresentava il Male supremo e dunque doveva essere sconfitto ad ogni costo. Emblematica è a questo riguardo la posizione di Michael Walzer, il più importante politologo vivente che si sia occupato del problema della legittimità degli interventi armati. Egli, nel suo saggio del 1977, Just and Unjust Wars, aveva considerato la seconda guerra mondiale come un caso esemplare di iustum bellum in cui l’efferatezza del nemico aveva reso lecito da parte degli alleati l’utilizzo di misure normalmente proibite dal codice morale vigente, quali ad esempio il bombardamento delle città a scopo terroristico. In un momento di emergenza suprema, a suo parere, molti vincoli etici potevano essere elusi. D’altro canto, la sua esperienza personale di oppositore alla guerra del Vietnam lo aveva portato a considerare quest’ultima come un modello di guerra ingiusta, combattuta contro i sentimenti di indipendenza delle popolazioni locali. L’intervento nel sud-est asiatico, in particolare con il prolungarsi della guerra, aveva suscitato avversione nell’opinione pubblica statunitense, sia per l’alto numero di morti tra i soldati americani, sia per i principi che le erano sottesi; si può dire anzi che fu proprio la guerra del Vietnam a creare le condizioni per la formazione di un movimento di contestazione al sistema che dai campus degli States si sarebbe diffuso in Europa. Il conflitto vietnamita fu anche l’unico che gli americani non riuscirono a vincere nonostante l’enorme sproporzione di forze, e si trasformò in un pantano dal quale per molto tempo non si intravide una via d’uscita; la definizione “sindrome del Vietnam” venne successivamente utilizzata da sociologi e giornalisti per definire l’incapacità del pubblico statunitense di accettare l’idea di un nuovo intervento armato temendone una degenerazione simile a quella avvenuta in Vietnam.
Nel 1991 l’amministrazione Bush si mosse con astuzia tra questi due estremi, proponendo ripetutamente il paragone con la seconda guerra mondiale ma ribadendo che l’invasione dell’Iraq non si sarebbe trasformata in un nuovo Vietnam.
Con un parallelismo di grande efficacia mediatica, Saddam Hussein venne presentato come il nuovo Hitler del quale possedeva tutte le caratteristiche più deteriori: la brutalità, la sete di sangue (la stampa insistette morbosamente sui particolari più raccapriccianti delle torture perpetrate dal regime Ba،ath), la pazzia. Come sottolinea il generale Fabio Mini nel suo libro La guerra dopo la guerra, il dittatore si trovava in buona compagnia: da Hitler a Gheddafi, Khomeini, Milošević, Osama Bin Laden, tutti gli avversari degli Stati Uniti erano stati dipinti dalla propaganda americana come malati di mente. Il dato comune che accomuna tutti i nemici è la pazzia e questo porta con sé anche la considerazione opposta: solo un pazzo può essere nemico degli Stati Uniti.
Un altro argomento sul quale si insistette fu la constatazione che, nel 1991 come nel 1945, il casus belli era stato rappresentato da una politica espansionistica che si era concretizzata nell’invasione di uno Stato militarmente molto più debole da parte di un vicino aggressivo e militarista. Tuttavia, la debolezza del Kuwait, sulla quale molto si scrisse, era discutibile alla luce dell’enorme potere finanziario del piccolo emirato e delle importanti alleanze che vantava. Sulla scia della propaganda americana, anche i mass media posero l’accento sulla capacità distruttiva irachena ingigantendone la portata (l’esercito del rais venne definito il quarto del mondo): il nuovo Hitler del Medio Oriente era dotato delle armi più distruttive che fossero mai state create, era impensabile dunque che il suo impeto aggressivo si sarebbe fermato al Kuwait e per questo motivo andava fermato subito, prima che si appropriasse di tecnologie ancora più devastanti. Il continuo riferimento al conflitto 1939-1945 da parte dei membri dell’amministrazione Bush può suscitare un altro inquietante interrogativo. La seconda guerra mondiale si era conclusa con la distruzione dell’avversario ma anche con la caduta di molte barriere morali, come l’uccisione dei civili, poiché la lotta contro il Male era stata una giustificazione sufficiente per l’utilizzo di ogni strumento bellico senza l’obbligo di sottostare a limiti etici: l’insistenza sulla somiglianza tra i due conflitti poteva avere dunque dei riflessi anche nell’atteggiamento della coalizione nei confronti dell’Iraq. Se Saddam come il Führer era la personificazione del Male, ci si sarebbe potuti attenere ad una guerra limitata? Sembra logico affermare che con Hitler non si sarebbe potuto scendere a patti. Ma rimarrebbe da discutere anche se davvero la seconda guerra mondiale era stata il paradigma di una guerra giusta, come affermava Walzer, e non una sorta di “guerra santa” combattuta in nome di principi laici (la libertà politica, la democrazia). Quale relazione poteva avere uno scontro senza limiti che mirava alla distruzione dell’avversario come quello del 1939-45 con una teoria, quella del iustum bellum, che, nella sua accezione originaria elaborata da Sant’Agostino, si prefiggeva come scopo la codificazione ma anche la limitazione nell’uso delle armi?
Saddam Hussein veniva accusato, al pari di Hitler e dei suoi gerarchi, di “crimini contro l’umanità” e tale tesi supportò l’idea di catturarlo e portarlo di fronte ad un tribunale internazionale, una “nuova Norimberga”, della creazione del quale si discusse ampiamente sulla stampa internazionale. Il progetto non fu mai attuato perché alla fine di febbraio si decise di lasciare il raìs sul suo trono, tuttavia la proposta è indicativa di quanto potere persuasivo possedesse il parallelo con il conflitto di mezzo secolo prima. L’idea manichea di una lotta tra principi ancestrali, tra Bene e Male, ne portava con sé un’altra, sua diretta conseguenza: che al Bene cioè spettasse la prerogativa di giudicare il suo diretto avversario.
È interessante inoltre notare come la dittatura di Saddam Hussein, che pur aveva intrattenuto stretti rapporti con l’Unione Sovietica, non venne mai paragonata dall’establishment statunitense (figlio di quel reaganismo che aveva additato l’Urss come “impero del Male”) a quella staliniana, nonostante molti appelli del dittatore contro l’imperialismo andassero in quella direzione e nonostante il socialismo reale fosse stato per diversi anni il modello cui i dirigenti iracheni avevano dichiarato di ispirarsi. All’Unione Sovietica, nonostante innumerevoli momenti di attrito, nessun analista aveva mai seriamente proposto di fare la guerra per ovvi motivi strategici e nel periodo immediatamente precedente alla crisi del Golfo si era assistito al crollo pacifico delle dittature degli Stati satelliti, in cui ampia parte avevano avuto movimenti nonviolenti. Il paragone sovietico, dunque, sebbene fosse più coerente, sarebbe potuto essere fuorviante avendo sottesa una morale opposta e contraria all’uso che la propaganda voleva farne: quella che la guerra, in determinate circostanze, rappresentasse un’opzione improponibile e che fosse possibile un cambiamento di regime senza spargimento di sangue. Non è azzardato pensare che per questi motivi un simile paragone fu ignorato.
Il fascino leggero del parallelo storico stregò anche diversi intellettuali italiani. Su “La Repubblica” Eugenio Scalfari titolò un editoriale È giusto morire per Kuwait City?, parafrasando la celebre frase pronunciata da Marcel Deat nel 1939 a proposito di Danzica, che era diventata il simbolo dell’indifferenza dell’Europa verso i conflitti che non ledevano i suoi interessi; per contrapposizione l’espressione “morire per Danzica” venne ad assumere un’accezione positiva, nel senso di sacrificarsi per una onorevole causa, la lotta al nazifascismo. Con un riferimento ai tragici eventi che portarono all’invasione della Polonia, Scalfari sosteneva l’insensatezza di un appeasement con il tiranno perché proprio da esso egli traeva quella sicurezza che lo spingeva a perseguire i suoi disegni criminosi, fidando sul fatto che i governi democratici fossero pregiudizialmente ostili alla guerra.
Molti commentatori italiani, necessitando di un termine di paragone insito nella storia italiana contemporanea, lo trovarono nel regime mussoliniano. L’aggettivo fascista fu perciò ripetutamente accostato all’espansionismo, al militarismo e all’arroganza dell’Iraq di Saddam Hussein, anche da personalità che contro il fascismo stesso avevano realmente combattuto, e che tuttavia sollevarono ben pochi dubbi sull’estrema grossolanità dell’affermazione.
Emblematico, ancora una volta, fu il caso di Norberto Bobbio che si chiese se Saddam Hussein somigliasse più a Hitler o a Mussolini, per sconfiggere i quali era stata necessaria una guerra totale. Egli credeva che se il rais iracheno avesse mantenuto un atteggiamento paragonabile a quello del dittatore tedesco avrebbe combattuto fino all’ultimo sangue, mentre, al contrario, se fosse stato un nuovo Duce, si sarebbe arreso una volta compreso che tutto era perduto. In seguito all’attacco proditorio contro Israele, Bobbio credette di poter tracciare un’analogia tra il dittatore iracheno e quello tedesco. Tuttavia, quasi a scusarsi per la fragilità di un tale paragone, lo motivò con la sua esperienza di vita: “la storia di una persona come me che diventò adulta alle soglie della seconda guerra mondiale è diversa da quella di un giovane che ha assistito alla fine imprevedibilmente pacifica della terza. Noi vecchi continuiamo ad essere ossessionati dal fantasma di Hitler”.
Il parallelo con la seconda guerra mondiale chiamò in causa anche la Resistenza, che era stata in Italia sia una guerra per ripristinare l’ordine internazionale violato, sia un conflitto di classe destinato a creare un ordine nuovo. Il filosofo torinese affrontò il tema con una domanda provocatoria. Quando un gruppo di docenti dell’università di Torino, la maggior parte dei quali sentiva propri gli ideali della Resistenza, firmò un appello in cui sottolineava la sua distanza dalla posizione di Bobbio e in cui si affermava che di principio non esistevano guerre giuste, l’anziano filosofo chiese se anche la guerra di liberazione fosse stata ingiusta. Il richiamo alla Resistenza era l’equivalente per la sinistra italiana del paradigma della seconda guerra mondiale per la coscienza americana. La Resistenza era stata considerata dalla vulgata apologetica a pieno diritto una reazione contro l’invasore, mentre il suo carattere di guerra civile era rimasto in ombra e osteggiato, in particolare dalla storiografia di sinistra, fino alla fondamentale opera di Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza. Per molti la Resistenza era stata una guerra giusta, animata dall’ideale della libertà: prendere le armi era stato un dovere ed il pacifismo in un tale contesto non aveva rappresentato una via percorribile, anzi rischiava pesantemente di essere confuso con l’attendismo e la “zona grigia”. Prendere una decisione era stato necessario e tale scelta aveva significato spesso anche uccidere. Inoltre sul compromesso tra i valori delle varie forze politiche che avevano partecipato alla Resistenza si basava la Costituzione italiana e attraverso la guerra di liberazione la nascente repubblica si era data una rilegittimazione morale dopo il crollo dell’8 settembre. Quella che Bobbio lanciava ai suoi allievi “ribelli” era dunque una “patata bollente” cui essi risposero non senza esitazioni, insistendo sull’impossibilità di paragonare una guerra tra stati ad una reazione spontanea contro l’invasore.
Ad accomunare lo scenario della seconda guerra mondiale e quello del 1991, vi era inoltre l’evidenza della classe dirigente di uno stato dittatoriale, spinta dal più retrivo antisemitismo a sferrare un attacco a tradimento contro il popolo ebraico, capro espiatorio di una cieca aggressività. Tale parallelo scosse una Germania che si trovava in uno dei periodi più difficili della sua storia, a pochi mesi dalla riunificazione con la sua parte orientale, e fece riaffiorare sensi di colpa che la nazione non aveva ancora metabolizzato; grande impatto simbolico ebbe la diffusione della notizia che gli Scud iracheni lanciati sulle città israeliane portavano nelle loro testate gas prodotti in Germania, precedentemente venduti all’esercito di Baghdad. Anche il dibattito tedesco sulla guerra del Golfo fu dunque in parte viziato dall’eredità di un trauma non ancora superato e vide, accanto alle più imponenti manifestazioni di piazza europee contro il conflitto, lo schieramento di una parte dell’inteligencia progressista, come Wolf Biermann e Hans Enzensberger, a favore di un intervento della comunità internazionale, nell’ottica di una lotta contro un regime che, equiparato a quello nazista, veniva demonizzato come un “Male assoluto”.
Se parte degli sforzi messi in atto dalla propaganda bellica mirarono a rassicurare le menti sulla legittimità della causa in nome della quale si combatteva in Iraq, tramite l’exemplum della “guerra buona” e necessaria del 1939-1945, dall’altro lato venne negato con insistenza un parallelo tra i possibili sviluppi negativi della guerra del Golfo e il conflitto in Vietnam. Il fantasma del Vietnam si era radicato nella coscienza degli Usa e sembrava negare la possibilità che l’opinione pubblica statunitense potesse sostenere un’altra guerra. Dato che l’immagine dei body bags scaricati dagli aerei militari turbava ancora molti sonni nel Golfo i comandi militari puntarono fin dall’inizio a limitare le perdite tra i soldati della coalizione. Il Vietnam, a dirla tutta, rappresentava un sogno o un incubo a seconda dei punti di vista: incubo ovviamente per i comandi Usa, sogno con venature terzomondiste per chi all’egemonia americana si era opposto e aveva visto la superpotenza arenarsi di fronte ad un nemico ideologicamente inquadrato e aggressivo, pur in una condizione di estrema inferiorità di forze. Il parallelo storico fu utilizzato in quel contesto da entrambe le parti in lotta, assumendo di volta in volta un’accezione minacciosa o rassicurante. Se nel 1991 George Bush ribadì che le truppe americane non si sarebbero trovate a combattere un conflitto simile a quello in Indocina, alle sue dichiarazioni si contrapposero quelle del presidente iracheno che prometteva un “nuovo Vietnam” agli eserciti occidentali, una palude da cui l’esercito a stelle e strisce non si sarebbe districato in breve tempo. Secondo Alberto Asor Rosa, la vittoria statunitense nella guerra contro l’Iraq servì dunque a riscattare l’onta del Vietnam e rese sdoganabile nell’immediato futuro l’idea che un intervento armato potesse essere rapido e indolore quanto a perdite statunitensi. La giustizia, a suo parere, era ormai diventata una caratteristica obsoleta per giudicare una guerra mentre diventava fondamentale che essa fosse vittoriosa.
Fu così che la prima guerra del nuovo ordine mondiale creatosi dopo la caduta del mondo bipolare, caratterizzata da uno sfoggio tecnologico mai visto in precedenza e da un altrettanto inedita sproporzione di forze, venne continuamente raffrontata ai conflitti del passato, nel tentativo di trarne un insegnamento o di sfuggire ad una lezione che la storia sembrava aver maturato. Sarebbe tuttavia sbagliato pensare che la guerra del Golfo costituì un’eccezione: tutti i conflitti ad essa succedutisi, pur portatori di innegabili caratteri di novità, furono raffrontati dai media e dalla propaganda governativa ad eventi passati. Tenendo presente ciò risulta più facile anche comprendere la valenza delle parole indirizzate di recente da George W. Bush alle organizzazioni e ai regimi musulmani accusati di fondamentalismo: “fascismi islamici”. Se il fondamentalismo islamico era assimilabile al fascismo, anche la lotta contro di esso sostenuta dalla coalizione statunitense poteva essere paragonata a quella della coalizione antifascista nella seconda guerra mondiale. Ciò donava alla lotta contro il terrorismo di matrice islamica un surplus di legittimazione morale, sottolineata dallo stesso presidente con toni messianici, che, grazie all’intrinseca giustezza della causa, la rendeva slegata dai tradizionali vincoli etici. Che questa forma mentis abbia avuto riflessi immediati sull’atteggiamento delle forze armate Usa, lo testimonia il disinvolto uso della tortura.
Recentemente un fondo di Pierluigi Battista sul Corriere della Sera ha sottolineato l’utilizzo sui media delle categorie di “fascismo” e “antifascismo” in riferimento agli attori principali dello scontro in atto tra mondo occidentale liberale e fondamentalismo islamico; indice che quello odierno è un conflitto ideologico tra due principi, due modelli di valori, due modelli culturali, come a suo modo era stata la seconda guerra mondiale. L’editorialista notava in chiusura come l’uso di parole vecchie di cinquant’anni può ancora essere molto efficace: efficace a scaldare gli animi, viene da pensare, non certo a comprendere.

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